
Ci sono voluti trent’anni. Trent’anni di dibattiti, di veti incrociati, di paure e di ipocrisie travestite da garanzie costituzionali. Ma alla fine, eccoci: la riforma della giustizia che separa le carriere tra giudici e pubblici ministeri è legge. O meglio, lo sarà davvero solo se a marzo 2026 il popolo italiano confermerà la scelta con il referendum. Trenta anni per arrivare dove molti Paesi civili erano già arrivati da decenni.
Nel frattempo, una montagna di processi finiti in prescrizione, milioni di cause civili trascinate per anni, e un sistema che ha reso la giustizia italiana sinonimo di lentezza, sospetto e opacità.
Separare le carriere non è una questione accademica, ma di buon senso. In nessun altro ambito della vita civile l’arbitro condivide lo stesso spogliatoio del giocatore che deve ammonire. Eppure in Italia per anni giudici e pubblici ministeri hanno condiviso le stesse aule, gli stessi concorsi, gli stessi corridoi di potere, le stesse correnti associative. Ci si conosceva troppo bene, e non di rado il giudice finiva per diventare, più che un terzo imparziale, il completamento naturale dell’accusa.
Il risultato è stato devastante: un sistema autoreferenziale, dove la logica corporativa ha soffocato ogni spinta riformatrice. Chi provava a parlarne veniva bollato come “nemico della magistratura” o, peggio, come aspirante impunitista. E intanto la giustizia affondava, trascinando con sé intere generazioni di cittadini e imprese intrappolate in contenziosi eterni.
Ora, finalmente, la politica sembra aver trovato il coraggio di toccare quel totem intoccabile che nessuno voleva davvero affrontare.
La separazione delle carriere non è una vendetta contro i magistrati, ma un atto di chiarezza istituzionale: chi accusa non può essere anche, potenzialmente, colui che giudica. È un principio elementare, di logica prima ancora che di diritto.
Ma, come sempre, arriviamo ultimi. Ultimi come il Ponte sullo Stretto di Messina, simbolo perfetto di un Paese che finge di voler cambiare ma che trova sempre un modo per restare fermo. L’Italia si offende se qualcuno la definisce vecchia e inadeguata, ma poi si accuccia nel suo immobilismo, consolandosi con il mito dell’“equilibrio” che non muove nulla.
Il referendum di marzo sarà quindi molto più di un voto tecnico. Sarà un atto di maturità collettiva. O capiremo che uno Stato moderno non può avere una giustizia ferma agli anni Settanta, o continueremo a galleggiare tra prescrizioni e rinvii, con l’illusione di una legalità che non arriva mai.
Forse questa volta il vento cambia davvero. Ma conoscendo il nostro Paese, conviene restare prudenti: da noi anche la storia, spesso, finisce per essere rinviata a data da destinarsi.
Piero Terracina

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