
Ci sono crisi che non esplodono: si insinuano. Non fanno rumore, ma scavano. E quando emergono, non è per un incidente diplomatico, ma perché qualcuno ha deciso che è il momento di far saltare il tavolo.
È esattamente ciò che sta accadendo dopo le parole di Mark Rutte, il segretario della NATO che ha evocato l’uso di basi europee – Italia compresa – da parte degli Stati Uniti nell’operazione contro l’Iran.
Una frase che ha aperto una voragine politica: se anche solo in parte fosse vera, significherebbe che l’Italia è stata coinvolta in un’azione di guerra senza informare il Parlamento e senza coinvolgere il Presidente della Repubblica.
Un colpo diretto all’articolo 11 della Costituzione.
La risposta di Crosetto è stata immediata e difensiva: “supporto tecnico e logistico, non cinetico”. Una formula che non chiarisce nulla. La logistica in guerra non è neutrale: è parte dell’azione militare. Senza logistica non decolla un solo aereo, non si muove un drone, non si trasmette un ordine. Dire che l’Italia ha fornito solo logistica significa ammettere che l’Italia ha partecipato, ma sperare che nessuno lo noti.
È un tentativo di minimizzazione che non regge alla prova dei fatti né del buon senso.
Il governo ha poi chiesto “chiarimenti formali” alla NATO.
Se chiedi chiarimenti, significa che non sai. Se non sai, significa che non controlli. E se non controlli ciò che accade nelle basi americane sul tuo territorio, la sovranità è un’illusione.
Se invece sai ma fingi di non sapere, allora il problema è la trasparenza. In entrambi i casi, il governo ne esce devastato.
E qui arriviamo al nodo cruciale: Sigonella, Aviano e MUOS. Sigonella non è una base italiana: è una base USA su suolo italiano, con un’area sotto comando statunitense e un’area sotto comando italiano.
È l’hub principale per droni, intelligence, rifornimenti e operazioni speciali nel Mediterraneo.
È la base da cui sono partiti i droni per l’uccisione di Suleimani nel 2020.
Dire che Sigonella non sia stata coinvolta in un’operazione militare USA in Medio Oriente è come dire che un porto non è coinvolto quando passa una nave: tecnicamente possibile, praticamente ridicolo.
E i fatti lo confermano: Sigonella è stata operativa ogni giorno del conflitto. Da lì sono decollati droni da sorveglianza a lunghissimo raggio che hanno monitorato le coste iraniane, identificato obiettivi militari e infrastrutture strategiche, tracciato movimenti navali e individuato i target poi colpiti nei raid.
In almeno un caso, un drone partito dalla Sicilia ha sorvolato Bushehr e l’isola di Kharg pochi giorni prima che entrambe venissero bombardate. Senza quelle missioni di ricognizione, gli strike non sarebbero stati possibili.
Da Sigonella sono decollati anche velivoli da pattugliamento che hanno diretto le operazioni belliche e monitorato lo scacchiere mediorientale poche ore prima dei raid del 28 febbraio. Non è logistica: è partecipazione operativa.
E non è tutto. Aviano è stata un’autostrada militare. Cargo pesanti hanno trasportato sistemi d’arma e munizioni; aerei da trasporto hanno rifornito basi alleate da cui sono decollati bombardieri strategici diretti verso l’Iran; dodici F‑16 sono stati trasferiti da Aviano a basi in Medio Oriente e impiegati nei bombardamenti.
Aviano ha ospitato anche aerei cisterna per il rifornimento in volo dei caccia a lungo raggio. Non è supporto tecnico: è infrastruttura bellica.
Poi c’è il MUOS di Niscemi, il cuore del sistema di comunicazione satellitare militare americano.
Il MUOS collega in tempo reale droni, caccia, bombardieri, sottomarini, portaerei e forze speciali. È il router della guerra.
Se gli Stati Uniti hanno condotto un attacco complesso e coordinato contro l’Iran, il MUOS è stato usato per definizione.
Non serve che decolli un solo aereo dalla Sicilia: basta che un drone in volo sul Golfo Persico riceva un ordine, un aggiornamento, un pacchetto dati. Il MUOS è sempre acceso. E quando il MUOS è acceso, la guerra passa.
E allora la domanda vera non è “Sigonella è stata usata?” ma “come potrebbe NON esserlo stata?”. La domanda vera non è “il MUOS è stato attivato?” ma “quando mai il MUOS NON viene attivato durante un’operazione USA?”.
Il governo italiano lo sa perfettamente e infatti non ha mai detto “non sono state usate le basi italiane”, ha detto una cosa molto più furba e molto più ambigua: “non abbiamo partecipato ad azioni cinetiche”.
Traduzione: non abbiamo sparato noi. Ma abbiamo permesso che altri sparassero usando infrastrutture sul nostro territorio.
Il confronto con la Spagna è impietoso. Anche Madrid ospita basi americane, ma Pedro Sánchez ha espresso un no limpido, politico e tecnico all’uso di quelle basi per l’attacco all’Iran. Nessuna ambiguità, nessuna formula cerchiobottista, nessun “non approvo né condanno”.
Un No chiaro, forte, inequivocabile. E infatti nessuno si è permesso di attribuire alla Spagna un ruolo che non ha avuto, perché quando un governo parla chiaro, nessuno può giocare sulle sue zone d’ombra.
Ed è qui che l’intervista di Lilli Gruber a Paolo Mieli illumina il quadro con una brutalità che nessun comunicato ufficiale può oscurare.
Mieli parla apertamente di “vendetta degli apparati americani”, non come ipotesi ma come certezza.
Richiama Sigonella 1985, la sfida di Craxi agli Stati Uniti, e ricorda come quella frattura fu pagata “in modo definitivo”.
Gli Stati Uniti hanno memoria lunga. E se davvero Meloni ha negato o limitato l’uso delle basi nel momento clou dell’operazione contro l’Iran – o se Washington ritiene che lo abbia fatto – allora il conto arriverà.
La “vendetta” non è un complotto: è un metodo. Gli Stati Uniti non puniscono gli alleati con la forza militare, li puniscono con la politica. Lo fanno isolando diplomaticamente, lasciando filtrare informazioni scomode, togliendo appoggi, amplificando figure alternative, creando nuovi interlocutori.
È un logoramento, non un attacco. E quando Mieli dice “faranno l’impossibile per farle perdere le elezioni”, sta descrivendo esattamente questo meccanismo: un apparato che non dimentica, che non perdona e che non lascia mai un conto in sospeso.
In questo schema entra Vannacci. Non perché sia centrale, ma perché può essere reso centrale. Gonfiato, legittimato, trasformato in interlocutore internazionale da chi oggi non lo considera autorevole.
È la pedina perfetta: il corpo contundente che non lascia impronte. E se davvero gli USA volessero presentare il conto a Meloni, Vannacci sarebbe una leva ideale: destabilizza, divide, sottrae consenso, apre un fronte interno mentre quello esterno resta opaco.
E allora il quadro si chiude: Rutte che parla troppo, la NATO che corregge, il governo italiano che chiede chiarimenti, Sigonella e Aviano operative, il MUOS che resta la spina dorsale del comando USA, gli Stati Uniti che non dimenticano, e un possibile Vannacci trasformato in ariete politico.
Tutto converge verso un’unica conclusione: Meloni non ha più il controllo del racconto, né del rapporto con Washington, né della gestione delle basi americane sul territorio italiano.
E quando un governo perde il controllo di questi tre livelli, il resto è solo una lunga attesa del conto.
Angioletta Massimino

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