
Donald Trump annuncerà oggi, dicono alle 22, l’entrata in vigore di una nuova ondata di dazi globali. Il nome con cui ha scelto di battezzare questa mossa è già tutto un programma: “Liberation Day”, il giorno della liberazione dell’economia americana dai vincoli della globalizzazione e dalle “catene” del libero commercio. È guerra commerciale quella voluta da Trump: non è un episodio isolato, è sistemica e mondiale, e travolge alleati, fornitori, concorrenti. Colpisce l’Europa nel cuore del suo export strategico, spinge la Germania verso un enorme caduta industriale, mette l’Italia in ginocchio su farmaci, automotive e agroalimentare.
In Italia sono coinvolte dai dazi ben 23mila imprese e 400mila lavoratori, con devastanti effetti sul PIL, che subirà una riduzione non inferiore almeno a mezzo punto.
Von der Leyen annuncia contromisure, ma l’Unione Europea – ancora una volta – si scopre senza un’unità vera. I singoli Paesi si muovono in ordine sparso. La Germania cerca di rinegoziare canali industriali autonomi. In Italia, Meloni attende ancora un invito negli Stati Uniti da Trump, mentre Salvini vuole trattare in proprio con il vicepresidente americano Vance, forse a Roma nei prossimi giorni.
Resta solo Tajani ad agitarsi a favore di soluzioni europee, ma la posizione di Forza Italia appare sempre più isolata.
Tutti insieme, patriotti e non, ben disposti a farsi trattare come “scrocconi” e “parassiti”dal tycoon americano, anzi a dirsi d’accordo come ha fatto Meloni, senza spender una parola in difesa della dignità nazionale.
Insomma, l’Italia è in attesa passiva di un trattamento di favore che non arriverà e, intanto, indebolisce l’unica risposta forte possibile: quella europea.
Contro i nuovi dazi USA, anziché il servilismo meloniano e salviniano verso Trump, occorre invece un’Unione Europea coraggiosa e solidale, che voglia essere protagonista.
Infatti, oltre alle carni bovine, al pollame, alla soia, al legname e al whisky, la vera grande partita potrebbe – e dovrebbe – riguardare le Big Tech e la finanza: colpire e mettere sanzioni a aziende come Amazon, Google, Meta e X di Musk, e istituti finanziari come JP Morgan e la Bank of America consentirebbe di “vendicarsi” veramente dei dazi trumpiani e mostrare la grande potenza commerciale che è l’Europa.
Poi occorre guardarsi intorno, verso nuove alleanze economiche con la Cina, i Paesi dell’Oriente in crescita, l’Africa e l’America Latina.
E infine è necessario che l’Europa superi definitivamente le politiche di austerità, rilanci investimenti forti nelle politiche ambientali e sociali, ad alto valore di crescita e di diffusione del benessere. Per questo bisogna bloccare la folle corsa al riarmo e riaprire, con proposte di pace e di sicurezza, il dialogo e – in prospettiva – la cooperazione economica anche con la Russia.
Una politica alternativa e una risposta adeguata alla guerra di Trump sono dunque possibili, solo se non si resta prigionieri della nostalgia dell’atlantismo e solo se si guarda in modo nuovo a un mondo multipolare, ricco di opportunità e possibilità di collaborazione.
E questo si può fare solo rafforzando, e non indebolendo l’Europa e promuovendo una politica europea diversa.
In questo scenario, scrive l’economista Emiliano Brancaccio in suo lucidissimo editoriale, gli Stati Uniti – proprio con i dazi – stanno minando le fondamenta della propria egemonia. Per decenni, il dollaro è stato la leva imperiale con cui l’America dominava il commercio mondiale: tutti accettavano dollari in cambio di beni reali, tutti contribuivano al debito americano, e Washington si permetteva di stampare moneta come un editore stampa bestseller. Ma ora, con dazi e sanzioni, gli USA stanno erodendo la fiducia nel dollaro.
Il protezionismo, anziché rafforzare l’impero USA, finisce per isolarlo e accelera il suo declino.
La guerra commerciale dichiarata da Trump può rivelarsi l’inizio di una rapida caduta di consensi anche in patria: per l’inflazione che colpirà soprattutto i ceti popolari e per le reazioni dei grandi e potenti gigacapitalisti, che non sarebbero affatto contenti di avere sanzioni sui loro prodotti digitali e finanziari, e che – come hanno rapidamente sostenuto Trump – potrebbero abbandonarlo.
E noi italiani?
Altro che Meloni, grande statista!
Non abbiamo una politica industriale, una politica estera, una visione del mondo che ci consenta di affrontare le nuove sfide.
Dovremmo capire che in questa nuova guerra – commerciale, monetaria, strategica – restare in mezzo al guado è un lusso che non possiamo permetterci.
È tempo di non avere paura di Trump, della sua minacciosa retorica, facendo scelte a favore del dialogo e della pace, e in direzione di uno sviluppo economico socialmente inclusivo e ambientalmente sostenibile.
L’opzione di fondare il partito del riarmo, fatta da Calenda – a cui hanno aderito Meloni e Fratelli d’Italia e, purtroppo, anche alcuni esponenti del PD – a ben vedere è miope, anche perché parla solo all’industria bellica italiana, mentre taglia fuori il grande mondo delle imprese manifatturiere del Paese, le quali chiedono di essere difese e rappresentate in Europa con fermezza contro i dazi trumpiani.
Chi scende in piazza per la pace e contro il riarmo esprime dunque una politica seria e di sviluppo, che fa veramente gli interessi generali del Paese.
Una programma che opportunamente approfondito ed elaborato può parlare ad un vasto blocco sociale e politico che, unito, in Italia può essere ampia maggioranza che manda a casa il governo della destra.
Enrico Rossi

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