Amici e compagni,
ben ritrovati dopo il convegno di Bertinoro da cui ci separano quattro mesi che sembrano più per le vicissitudini e le novità politiche intercorse; saluto in particolar modo le nuove presenze, non potendolo fare con coloro che nel frattempo hanno fatto un’altra scelta, spesso dettata da impazienza, come pure è normale nelle fasi nascenti e costituenti di nuovi soggetti politici.
La fase preparatoria del nostro soggetto non ha avuto piena luce sui media ad oggi un po’ per ragioni oggettive (la nascita del partito democratico, la raccolta firme per il referendum antidemocratico per il bipartitismo, la possibile new entry della politica Montezemolo, la ventata del kennediano Veltroni a rinvigorire un cavallo nato zoppo a guida Prodi. I laici e liberalsocialisti si sono lasciati distrarre da troppi eventi che accadono in case d’altri, l’ultimo dei quali forse è la scelta di campo di una parte dei fuoriusciti del Partito Democratico di blindarsi nella sinistra radical-sindacalista; taluni si accaniscono in voyeurismi verso micro-querelles e psicodrammi in micropartiti.
Vi sono altresì ragioni soggettive che hanno ritardato la nostra discesa in campo e queste ragioni devono essere motivo di riflessione autocritica. Prima di etichettarci nelle categorie della vecchia geometria politica, destra e sinistra, prima di scegliere con aria schizzinosa i nostri compagni di viaggio, prima di spaccare il capello in quattro sulle radici ideologiche-culturali, di fare l’analisi del sangue ad uomini vecchi e nuovi, di emettere sentenze irrevocabili e inappellabili e poteri di veto su alcuni possibili alleati, sulla nostra storia e sul pantheon, dovremmo verificare 3-4 buone ragioni per prendere il largo, mollare gli ormeggi, prendere iniziative e verificare in itinere chi c’è al nostro fianco.
1) La prima buona ragione per dare identità forte al nuovo soggetto laico e liberalsocialista è la battaglia contro il referendum Segni per il bipartitismo, che in queste ultime settimane sta raschiando il barile della vecchia “casta” di politicanti, coinvolti in una logica bipartisan autoreferenziale di restaurazione del ceto politico, rifacendosi una verginità dopo un quindicennio di II^ repubblica in gran parte indecente e non all’altezza della storia politica italiana. Nel grande circo mediatico, con stampa e TV al rimorchio, questa nomenklatura cerca di resistere al nuovo con qualche operazione cosmetica, frenando sulla necessità di svolta per la III^ repubblica e dissimulando l’improbabile e velleitario auspicio di non proliferazione dei partiti, chissà perchè moltiplicatosi esponenzialmente in questo quindicennio di “maggioritario” da II^ repubblica. Pur cogliendone la necessità riformatrice e innovativa nel 1993, con un mondo che si spegneva (la I^ repubblica) e aveva creato sistemi innaturali e artificiali di conservazione di se stesso, oggi, per ragioni speculari lo stesso sistema elettorale, che non è un feticcio buono per tutte le stagioni, va superato con un ritorno al più democratico sistema proporzionale con sbarramento 4-5%, più o meno simile al sistema tedesco. Non disperiamo in un clamoroso fallimento della raccolta di firme dei referendari, che sarebbe un obiettivo rilancio per l’accelerazione di un nuovo scenario politico, grazie alla disaffezione nei confronti di questo bipolarismo “bastardo” arrivato al minimo storico di credibilità; in caso contrario non dobbiamo temere di prendere la testa dei comitati per il NO e/o per l’astensione attiva.
2) Bisogna altresì fare i conti con un’altra necessità: la federazione laica e liberalsocialista, se non vuole essere comparsa o appendice nello scenario politico odierno, non può limitarsi a mettere insieme i cocci infranti del passato, coagulando nostalgia restauratrice ed utopia velleitaria, non può limitarsi a riunificare le sigle per la ricomposizione della diaspora socialista, atto necessario ma non sufficiente, ma deve miscelare sapientemente non solo tutte le realtà che un tempo rispondevano all’area, in particolare quelle rassegnate a fungere da comprimarie o costole del monarca Berlusconi o del clerico-stalinista Partito Democratico, ma deve essere punto di riferimento per nuovi ceti, nuove fasce sociali, nuove categorie critiche e non riconducibili allo squallore, talvolta esasperante, della politica bipolare odierna.
3) Vi è poi un altro obiettivo sensibile per la nostra primaria ragion d’essere di soggetto laico e liberalsocialista, il tema dell’equità e della giustizia sociale, del nuovo welfare a cui non possiamo delegare a nessuno l’esclusiva o la rappresentanza delle nostre posizioni. In questo quadro, anche sulle pensioni e sullo scalone possiamo demarcare pragmaticamente, più che ideologicamente, le ragioni progressive dei nostri giovani e precari, più che le ragioni conservatrici e sindacalistiche di una sinistra legata a ceti già tutelati a sufficienza: non ci si può incaponire sulle ragioni minoritarie di un nugolo ristretto (130.000) di pensionandi relativamente privilegiati, che rivendicano un assurdo diritto a pensionarsi a 57 anni, (quando in Germania discutono in questi giorni sull’opportunità di portare a 67 anni la soglia per la pensione) e dall’altro ignorare, bistrattare e continuare ad oltraggiare un’intera generazione di giovani di 30enni e 40enni, magari laureati, costretti a vivere con i genitori a non mettere su famiglia e a ritardare progresso, civiltà ed emancipazione. In positivo la riforma del welfare e delle pensioni non può che partire dalla copertura figurativa previdenziale per i lavoratori precari, dal riscatto gratuito, a fini previdenziali, degli anni di laurea e post-laurea e dell’aumento dei coefficienti, fino al riconoscimento per tutti coloro che andranno in pensione dopo la riforma Dini delle stesse garanzie e le stesse percentuali sull’ultima busta paga delle precedenti generazioni, abbassando la soglia del minimo contributivo per maturare il diritto a pensione; solo per questo sentiero è possibile un patto intergenerazionale.
4) Vi sono poi le ragioni dei diritti civili su cui non si può abbassare la guardia e, pur con il rispetto di tutte le posizioni in campo, la laicità incondizionata dello Stato è inderogabile, come le ragioni e le aspirazioni di libertà, massima aspirazione dell’individuo emancipato da bisogni, necessità, condizionamenti e ricatti quotidiani ed in grado di aspirare ad un’aspirazione piena, una volta superati i bisogni primari di sicurezza economica e sociale. In questo ambito occorre non transigere su grandi ideali umanitari e internazionali, coinvolgendoci emotivamente al fine di raggiungere l’ambizioso e nobile obiettivo di una moratoria della pena di morte, e dell’auspicabile successivo bando definitivo, a partire dai grandi paesi, USA e Cina, che ancora oggi si macchiano di questi crimini verso l’umanità.
5) Le ragioni dell’ambiente, a partire dal protocollo di Kyoto e la battaglia, senza quartiere, per l’energia rinnovabile, dovrebbe diventare un simbolo primario per l’Italia, paese solare per eccellenza. Molto si è fatto, ma ancor più si può fare per colmare il divario con la Germania, paese-guida in Europa per l’utilizzo di energia rinnovabile, con un impiego in Megawatt 40 volte superiore a quello dell’Italia.
Auguri e buon lavoro, amici e compagni, è ora di strutturarci nelle regioni, valorizzando serietà, competenze e meriti che non ci difettano nella strutturazione organizzativa del Partito; la Puglia, già regione più socialista d’Italia, avamposto italiano ed europeo nel Mediterraneo, area strategica nei prossimi anni, si candida a sede di partenza della nave laica e liberalsocialista per il congresso di fondazione.
Francesco Attolico (presidente Democrazia Sociale Euromediterranea Puglia, direzione nazionale Polo Laico LiberalSocialista, promotore del movimento di Bertinoro)
attolico.dsepuglia@tele2.it

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