
A Kiev l’indipendenza si celebra mentre si fa la conta dei morti. Sono passati trentacinque anni dal 24 agosto 1991, quando il parlamento ucraino proclamò la fine della sovranità sovietica, confermata con un plebiscito quattro mesi dopo da oltre il 90 per cento dei votanti, e la capitale ucraina è di nuovo piena di bandiere straniere: una decina di leader occidentali sono arrivati per la riunione della Coalizione dei Volenterosi, da Andy Burnham, al suo primo viaggio all’estero da capo del governo britannico, alla presidente moldava Maia Sandu, passando per il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Ma la notte prima dei festeggiamenti Kharkiv ha contato tre morti sotto un attacco russo, e Mosca ha rivendicato un colpo su una petroliera nel porto di Pivdennyi. “L’Ucraina vuole la pace, ma non è pronta a cedere” ha detto Volodymyr Zelensky rendendo omaggio ai caduti in piazza San Michele, davanti ai carri armati russi distrutti, esposti come trofei. Non è un discorso di circostanza: è la sintesi di un Paese che festeggia per la quinta volta l’indipendenza sotto le bombe e che si prepara a un’altra stagione di negoziati bloccati e di inverno al freddo.

Kiev è sempre più europea?
L’anniversario offre l’occasione per un bilancio che trascende la cronaca bellica e le incredibili capacità di difesa ucraine. In tre decenni e mezzo l’Ucraina ha costruito qualcosa che resiste alle bombe: due rivoluzioni di piazza – quella arancione del 2004 e quella della Dignità del 2013-2014, che costò la vita a decine di manifestanti – hanno saldato il Paese all’orizzonte europeo. Un’ancora rinsaldata dall’apertura dei negoziati di adesione nel 2024. Diia, la piattaforma digitale per i servizi pubblici, è diventata un modello studiato all’estero e l’export agricolo ucraino resta decisivo per la sicurezza alimentare di tre continenti. Ma al di là della resilienza si aprono ferite tutt’altro che rimarginate. Il mandato di Zelensky è scaduto nel 2024 e il presidente resta in carica solo grazie alla legge marziale, che vieta le elezioni in tempo di guerra: una zona grigia che gli è costata critiche ricorrenti, comprese quelle sferzanti della Casa Bianca. A metà luglio la destituzione del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov ha fatto detonare una vera e propria crepa nel sistema di potere presidenziale: l’ex ministro ha risposto con un videomessaggio che chiede il voto anche in tempo di guerra: “la democrazia non può restare ostaggio della Russia” ha dichiarato Fedorov proprio mentre un’inchiesta anticorruzione toccava figure vicine al presidente e la piazza tornava a protestare. Mai, dal 2022, nessuno aveva messo in discussione così apertamente la legittimità del capo dello Stato.
A che punto è il negoziato con Mosca?
Sul fronte diplomatico i segnali però restano contrastanti. Vladimir Putin ha bollato le proposte di pace ucraine ed europee come “esotiche” e “inaccettabili”, ribadendo che Mosca negozierà solo sulla base delle “realtà sul terreno”. Dichiarazioni che sembrano confermare l’orientamento del presidente russo ad una strategia di logoramento che punta sull’esaurimento del sostegno occidentale. Eppure proprio in questi ultimi giorni Zelensky ha rivelato l’esistenza di un piano elaborato con gli inviati statunitensi Jared Kushner e Steve Witkoff, insieme all’Unione europea: prevede un cessate il fuoco e, come seconda fase, una ‘zona economica franca’, una fascia cuscinetto lungo la linea del fronte, sotto l’amministrazione di una ‘terza parte’ ancora da individuare, in cui sia le truppe ucraine sia quelle russe si ritirerebbero in modo speculare. Sullo sfondo, la guerra di posizione continua a produrre avanzamenti minimi ma costanti: dall’inizio dell’anno la Russia ha conquistato 990 chilometri quadrati, l’Ucraina ne ha ripresi 820, e Kiev punta a raggiungere la parità entro fine 2026, un traguardo che Zelensky considera decisivo sul piano politico prima ancora che militare. Sulla linea del fonte intanto nelle ultime ore, l’Ucraina ha colpito con droni i magazzini del colosso russo dell’e-commerce Ozon a Krasnodar mentre gli attacchi russi proseguono senza sosta soprattutto nell’est del Paese. Il combinato tra apertura diplomatica e offensiva sul terreno conferma che il canale negoziale non è morto, ma nemmeno vicino a una svolta.
Usa: un’assenza che pesa?
Il dato politico più significativo della giornata, tuttavia, è quello di un’assenza. A Kiev oggi non c’era nessun rappresentante dell’amministrazione Usa: un vuoto che pesa più di qualsiasi dichiarazione, nel giorno in cui l’Ucraina sotto attacco celebra e difende la propria indipendenza. Donald Trump, alle prese con il fronte iraniano o forse preoccupato dalle prospettive minacciose per i repubblicani in vista delle elezioni di Midterm, continua a frenare sulle forniture di missili Patriot a Kiev a cui ha negato anche l’uso dei satelliti Starlink di Elon Musk per colpire obiettivi strategici in Russia. È l’Europa, in questo scarto, a provare a colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti: la Norvegia ha promesso un contributo record da 9 miliardi di dollari per il 2027 mentre il primo ministro Andy Burnham, ha autorizzato a condividere informazioni classificate sui componenti britannici del missile a lungo raggio SCALP, consentendo così a Ucraina e Francia di completare l’assemblaggio dei vettori direttamente sul territorio ucraino. Ma anche tra gli europei l’unità resta più dichiarata che effettiva: il prestito da 90 miliardi langue in Parlamento, e a Bruxelles c’è chi comincia a parlare, sottovoce, di ‘fatica assistenziale’ via via che il conflitto si allunga. È in questo scarto, tra un’Europa che si mobilita e Washington che resta ai margini, che si misura oggi la tenuta del fronte occidentale.
Il commento
Di Kateryna Pishchikova, Associate Research Fellow ISPI
“In questo giorno di anniversario dell’indipendenza ucraina, guardare indietro agli ultimi trentacinque anni permette di apprezzare il percorso compiuto dallo Stato ucraino e dalla sua società. A differenza di molti stati post-sovietici che hanno consolidato regimi autoritari, l’Ucraina ha mantenuto una politica pluralista e continua a rafforzare le proprie istituzioni democratiche. Le ricerche sociologiche mostrano che anche la società ucraina si è evoluta, passando da un atteggiamento passivo e dominato dal paternalismo, a una cittadinanza proattiva e di orientamento democratico. Si può sostenere che sia proprio questa combinazione tra una società forte e uno Stato democratico ricettivo e capace di innovazione l’ingrediente segreto alla base della resilienza dell’Ucraina dall’inizio dell’invasione su vasta scala nel 2022: senza di essa, nessuna quantità di aiuto esterno avrebbe fatto la differenza. La guerra ha contribuito a catalizzare queste tendenze, ma le avversità degli ultimi quattro anni e mezzo le stanno mettendo sempre più a rischio. È una guerra per l’indipendenza definitiva dell’Ucraina dalla Russia, ma anche per uno Stato vitale e una società forte”.
Alessia De Luca

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