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L’incredibile caso Mori

Per stimati ufficiali dell’Arma – come ovviamente per qualsiasi altro cittadino italiano – essere sottoposti a indagini, subire processi ed essere assolti dopo 25 anni (dal 1998 al 2023) è una realtà inconcepibile in uno stato di diritto.

di Marco Mayer | 12 Maggio 2023
Il prefetto e generale dei carabinieri in congedo Mario Mori (fonte Wikimedia Commons)

Com’ è possibile che Mario Mori (generale dei carabinieri con ottima reputazione per i risultati raggiunti nel contrasto al terrorismo con Carlo Alberto Dalla Chiesa e nelle indagini contro Cosa Nostra con Giovanni Falcone) sia stato sotto processo per mezzo secolo?

La sentenza definitiva di assoluzione della Corte di Cassazione è di pochi giorni fa (27 Aprile 2023) per le accuse relative alla presunta “trattativa Stato/Mafia”. La VI sezione della Cassazione ha escluso ogni responsabilità a carico di Mori e di uno dei suoi più stretti collaboratori, il colonnello dei carabinieri Giuseppe De Donno; ambedue sono stati assolti con formula piena “perché il fatto non sussiste”.

Il dato negativo più eclatante dei procedimenti giudiziari a carico di Mario Mori e dei suoi collaboratori è l’interminabile durata degli iter processuali.

Per stimati ufficiali dell’Arma – come ovviamente per qualsiasi  altro cittadino italiano –  essere sottoposti a  indagini,  subire  processi  ed  essere assolti per ben 25 anni (dal 1998 al 2023) è una realtà  inconcepibile in uno stato di diritto.

Nel caso specifico si aggiunge  inoltre un danno  per lo Stato perché l’ azione di  contrasto a Cosa Nostra delle forze di polizia e della magistratura  è stata  privata del contributo di investigatori di grande esperienza e valore.

Oltre all’inaccettabile durata dei procedimenti giudiziari la recente assoluzione della Cassazione “perché il fatto non sussiste”  solleva – come spesso avviene in questi casi – inevitabili dubbi sulla consistenza dell’impianto accusatorio iniziale avallato dal giudice delle indagini preliminari.

Questo ultimo aspetto è rilevante perché’ chiama in causa alcuni degli aspetti più fragili della riforma del codice di procedura penale del 1988 cui ha fatto cenno lo stesso Generale Mori nelle sue interviste di ieri a Il Foglio

https://www.ilfoglio.it/giustizia/2023/05/08/news/il-teorema-della-trattativa-e-il-nemico-necessario-parla-il-generale-mori-5240030/amp/

e a Quarta Repubblica di Nicola Porro.

https://mediasetinfinity.mediaset.it/video/quartarepubblica/mori-servitore-dello-stato-perseguitato-dalle-toghe_F312336401018C08

Nel funzionamento  della giustizia  italiana vige  un sistema misto in cui nella pratica quotidiana non si concretizza la parità di poteri tra le parti (pubblica accusa e difesa) che dovrebbe, invece,   caratterizzare il modello accusatorio.

L’ asimmetria pratica tra gli strumenti di cui dispone l’ accusa rispetto a quelli della difesa – in particolare nella fase delicata delle indagini preliminari –  pone con urgenza due  esigenze:  – più volte sollevate da Giandomenico Caiazza, Presidente dell’ Unione delle Camere Penali:  a) mettere finalmente il giudice al centro del funzionamento della giustizia; b) evitare la gogna giornalistica e porre i contenuti delle sentenze definitive al centro del sistema mediatico.

Purtroppo da molti anni l’avvio di una indagine di un pubblico ministero fa molta più notizia di una sentenza. Non interessa  far conoscere se una persona è colpevole o innocente e neppure se l’ eventuale condanna ad una determinata pena è proporzionata al reato commesso.

L’ unica cosa che sembra contare –  per buona parte  dei media  –  è comunicare sospetti sulla base delle fughe di notizie dai palazzi di giustizia.

Non è buon segno perché significa la fine del giornalismo investigativo e ancor più perché la  cultura del sospetto è un fenomeno tipico nei sistemi  politici totalitari.

In questo modo l’ idea di giustizia si allontana da una concezione politica autenticamente liberale in cui la persona sottoposta a indagini e/o imputata è innocente sino all’ ultimo grado di giudizio.

Le motivazioni della Cassazione illustreranno le ragioni specifiche  su cui si fonda l’assoluzione definitiva di Mario Mori e di Giuseppe De Donno. Ma questa vicenda giudiziaria solleva alcuni interrogativi di carattere generale sui quali è indispensabile promuovere un ampio dibattito pubblico.

La domanda da cui partire è la seguente: come e perché è potuto accadere?

Al di la’ degli errori e delle responsabilità dei  singoli dobbiamo chiederci se c’è qualcosa che non funziona nell’ordinamento normativo, nelle procedure, nell’attribuzione delle competenze,  negli equilibri tra apparati  e/o nei meccanismi organizzativi.

Tra i tanti argomenti di riflessione sollevati dal  caso Mori suggerisco ai lettori di concentrare l’attenzione su tre temi nettamente distinti sul piano concettuale e astratto, quanto intrecciati (per dirla con Machiavelli) sull’analisi della “verita’ effettuale della cosa”.

Ecco i tre spunti: a)  raccolta di informazioni e altre  operazioni che caratterizzano la polizia di prevenzione; b) conseguente gestione di fonti confidenziali a fini preventivi; c) “divisione del lavoro” tra investigatori e magistrati nelle attività di polizia giudiziaria con particolare riferimento al ricorso a fonti confidenziali.

Per comprendere bene di cosa stiamo parlando è  d’ obbligo ricordare che alla fine degli anni settanta in buona parte della Sicilia Cosa Nostra oltre ad avere un controllo capillare e “miltare”  del territorio  aveva l’ abitudine di utiiizzare alcuni politici, funzionari e amministratori pubblici per incrementare i propri traffici illeciti e/o per ottenere coperture istituzionali.

I politici, amministratori e funzionari pubblici collusi ricevevano in cambio voti di partito e/o di preferenza, favori  e in diversi casi anche consistenti vantaggi patrimoniali di provenienza illecita.

In un contesto ambientale con queste drammatiche caratteristiche una delle figure politiche  di maggior spicco e’ stato  certamente Vito Ciancimino.

Cito l’ex sindaco di Palermo perché sui rapporti tra gli ufficiali del ROS e Vito Ciancimino viene costruito  gran parte del castello di accuse relative alla  cosiddetta “trattativa” Stato/Mafia.

Coltivare e avvalersi di fonti confidenziali, avere relazioni con personalità a dir poco “chiacchierate”, negoziare possibili collaborazioni  con la giustizia, non catturare tutti i membri di un’ organizzazione criminale e/o  terroristica per poter proseguire le indagini sono profili fisiologici di ogni attività investigativa  efficace.

Questo discorso non è mai stato fatto con la dovuta  chiarezza all’ opinione pubblica.

Occorre inoltre precisare – senza troppi tecnicismi – che una parte di questa attività avviene nell’ ambito della polizia di prevenzione volta a impedire che vengano commessi reati e a sventare minacce alla sicurezza pubblica, un’ altra parte avviene  dopo l’iscrizione della notizia di reato nell’apposito registro e in questo secondo caso gli investigativi operano in qualità di agenti e/o ufficiali di polizia giudiziaria.

In tutte e due i casi la protezione delle fonti confidenziali è un imperativo per il successo delle indagini. Non a caso l’ articolo 203 del codice di procedura penale prevede che il giudice non può obbligare l’ agente e l’ ufficiale di polizia giudiziaria a rilevare le fonti confidenziali di cui si avvale.

Il contrasto alle mafia, al terrorismo e alla corruzione comporta dunque dilemmi investigativi complicati, scelte rischiose  (non solo per la propria incolumità),  contatti spregiudicati dall’ esito imprevedibile.

Da quanto ho letto sui giornali i contatti e i colloqui investigativi con personaggi della statura politica di Ciancimino mi sono sempre apparsi come operazioni  fisiologiche a prescindere dai risultati finali.

Per inciso Giancarlo Caselli ha pubblicamente dichiarato che la “regola aurea” che ha sempre seguito e’ stata quella di lasciare la gestione delle fonti confidenziali esclusivamente nelle mani della polizia giudiziaria.

Dopo la sua assoluzione Il generale Mario Mori ha proposto l’ istituzione di una Commissione di inchiesta sulla archiviazione da parte della Procura di Palermo delle informative  mafia/appalti elaborate dai carabinieri del ROS, inchieste a cui – come e’ a tutti noto – Giovanni Falcone e Paolo Borsellino tenevano moltissimo.

L’ idea di Mori mi sembra buona soprattutto se  ricostruire quei fatti servira’ non solo a far luce sul passato, ma  ad individuare alcuni tratti di continuità che legano i fenomeni criminali della Sicilia di ieri con quelli della  Sicilia di oggi.

In 30 anni molto, ma non tutto, è cambiato. Il pericolo di  concentrare tutta l’ attenzione solo sul passato, ma riflettere sul  passato per capire meglo il presente e ‘ stata la costante preoccupazione di Liliana Ferraro scomparsa il 24 febbraio dell’ anno scorso,il giorno dell’ invasione miltare russa in Ucraina.

Un ricordo di Liliana Ferraro e il metodo Falcone applicato alla cybersecurity

Ripensando alle tante chiacchierate con  Liliana mi è rivenuto in mente un episodio importante su cui e’ bene riaccendere i riflettori.

Il Procuratore di Palermo in modo del tutto  irrituale inviò al Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli  un plico contenente il rapporto del ROS su mafia appalti. Falcone disse a Liliana Ferraro di richiudere immediatamente il plico perché andava rispedito al più presto al Procuratore di Palermo.

Nella audizione  in Commissione Antimafia presieduta da Giuseppe Pisanu  il 22 febbraio 2011 Liliana Ferraro precisa che il Ministro Martelli nel rispedire il plico  scrisse al Procuratore Giammanco che l’ invio era un atto improprio e che un’ analoga comunicazione sull’ episodio fu inoltrata al CSM.

Come interpretare la spedizione del plico dal Procuratore di Palermo al Ministro della Giustizia a Roma? Non sono in grado di rispondere, ma reputo questa domanda importante ai fini dell’ inchiesta suggerita dal Generale Mori.

Spero proprio di sbagliarmi, ma è possibile che per “bruciare” questo nuovo tentativo di ricostruire la verità nei prossimi giorni escano  stralci e forse alcuni nominativi contenuti nell’ informativa del ROS su mafia e appalti.

A Firenze si dice “è meglio aver paura che buscarne” . Per questo ho messo le mani avanti. Se dovessero esserci indiscrezioni di stampa nessun problema, sarebbe solo un ulteriore indizio che la materia è ancora scottante e che l’ inchiesta è utile anche per illuminare il  presente.

Marco Mayer

Pubblicato in : EditorialeTag: 2011, anni, anni settanta, borsellino, chiesa, commissione, dichiarato, discorso, fini, firenze, giornali, magistratura, mediaset, notizia, opinione pubblica, palermo, personaggi, polizia, processo, repubblica, roma, sicilia

Info Marco Mayer

Nell’arco degli ultimi trenta anni Marco Mayer ha svolto un’ intensa attività in campo internazionale, ricoprendo una molteplicità di ruoli : dalle relazioni commerciali alla promozione del Made in Italy, dalle operazioni civili e militari di pace alle attività di ricostruzione e riconciliazione post/conflitto; dall’emergenza umanitaria alla cooperazione allo sviluppo . Nell’ultimo decennio Marco Mayer, a lungo negli anni Ottanta Assessore alla Cultura della Regione Toscana, ha messo a frutto la sua esperienza sul campo, dedicandosi prevalentemente alla ricerca ed all’insegnamento universitario presso l’Università di Firenze dove insegna “Politica Internazionale” Dal 2003 insegna, inoltre, “Responsibility to Protect” and Post Conflict Management al Master “Human Rights and Genocide Studies” , promosso dall’Università di Siena, Kingston University – Londra , Collegium Civitas – Varsavia, Universität Viadrina – Francoforte. . Dal 2011 partecipa, infine, al programma di ricerca “Global Governance Programme” promosso dal Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

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