
L’Occidente sta pagando ancora a caro prezzo l’invasione scellerata dell’Iraq nel 2003, gli interventi militari in Kosovo nel 1999 e in Libia nel 2011 e per la ritirata fantozziana e grottesca in Afghanistan nel 2021; senza dimenticare il protezionismo iniziale sui brevetti vaccinali durante la pandemia Covid-19.
Questi errori di valutazione -non sempre in buona fede- hanno portato ad un rafforzamento di rapporti diplomatici tra le nazioni dell’Asia, del Medio Oriente e dell’Africa.
Chi avrebbe mai immaginato che l’Arabia saudita e gli Emirati arabi uniti si sarebbero impegnati in prima persona per ottenere degli scambi di prigionieri tra Russia e Ucraina? O che i buoni uffici della Cina avrebbero suggellato il ripristino dei legami tra l’Iran e l’Arabia saudita?
Da questi piccoli esempi si evince come il campo della mediazione è in piena trasformazione, il ruolo di King Maker non è più di “natura divina” ascrivibile al blocco occidentale. Tuttavia, né il pragmatismo a vocazione globale né questa corsa agli armamenti sono della minima utilità per affrontare le imminenti sfide mondiali. L’Europa, in virtù della sua collocazione geografica e delle sue tradizioni, deve costruire una nuova architettura di sicurezza sovranazionale capace di abbattere o quantomeno contrastare le disuguaglianze che sono la principale fonte di tensione sociale e affrontare in modo non utopistico la transizione climatica, tema fondamentale per la salvaguardia delle prossime generazioni. Tutto ciò non è irrealizzabile, basta pensare che dalle disastrose macerie della II° guerra mondiale i governi sono riusciti a costruire le Nazioni unite, guidate da una sorta di direttorio composto dalle principali potenze dell’epoca. Oggi bisognerebbe dar prova di creatività per elaborare nuove regole del gioco globali che tengano conto dell’evoluzione del contesto internazionale. Inutile meravigliarsi se al di fuori del nord globale, nessuno applica le sanzioni contro la Russia, in quanto le ragioni sono note: il sostegno dato un tempo dall’ex URSS ai movimenti di liberazione nazionale, l’aumento dei prezzi dei cereali che colpisce i più poveri e che – a torto o a ragione – viene imputato alle misure occidentali e soprattutto la sensazione di essere vittime innocenti di una battaglia lontana che non sentono loro. Come se non bastasse si aggiungono poi, per alcuni grandi paesi del Sud, dei motivi pragmatici: beneficiare del petrolio russo a basso costo, diversificare le fonti di approvvigionamento di armi e rafforzare la propria posizione geopolitica. Inoltre per il resto del mondo non occidentale è in gioco anche qualcosa di più fondamentale, sia dal punto di vista politico che simbolico: quella che i tedeschi chiamano Schadenfreude, la «gioia maligna» ispirata dalle disgrazie altrui, in questo caso suscitata da un Occidente che per una volta si trova nella posizione passiva di dover implorare il sostegno internazionale. Si tratta quindi di un’inversione dei ruoli, con il solito dispensatore di lezioni che ha perso la propria superbia e persino della propria arroganza. È lui, l’Occidente ricco e potete, che oggi chiede solidarietà; proprio lui che per saecula saeculorum ha stabilito le norme internazionali – per poi stravolgerle a proprio vantaggio – e ha determinato sovranamente i valori universali, punendo selettivamente chi li viola. Proprio come un novello pistolero John Wayne dal volto malvagio.
Raffaele Schiavone
(da “Avanti online”)

Lascia un commento