Autostrade d’Italia, continua il viaggio. Se le tangenziali di Mestre e Bologna -di cui abbiamo parlato la scorsa settimana- sono il buco nero delle aree urbane, il Valico appenninico è il buco grigio d’Italia. Non puoi contarci. Semplicemente un terno al lotto. Basta che un camion sbandi su una curva dopo la galleria Citerna e il traffico nord sud, e viceversa, del Paese si blocca. Le alternative sono la Parma – La Spezia, la Cesena Orte, o l’Adriatica, e anche quelle te le raccomando. L’autostrada del Sole, nell’imbuto d’Italia, tra Bologna e Firenze, è rimasta uguale a 40 anni fa. Stesse corsie strette, stesse gallerie, a volte stessi parapetti, fatta eccezione per la galleria variante di valico, nuova nuova, finita l’anno scorso, tra Casalecchio e Rioveggio. Lì sembra di stare in Germania o in America, nel resto, da Pian del Voglio a Calenzano, sembra di tornare in Italia. Una volta c’era un cartello prima di Sasso Marconi che ti avvertiva. Inizio tratto appenninico. Più che un cartello stradale e geografico, un avvertimento sociale. Adesso non c’è più, anche la cartellonistica si adegua, a volte in peggio. Adesso ce stai entrando sulla Bologna Firenze te lo dice in maniera drammatica un cantiere: appena a dopo Casalecchio e sino all’area di servizio Cantagallo entri in una specie di labirinto, passi dai 120 ai 40 all’ora in pochi metri e devi stare anche molto attento perché con niente sfreghi in new jersey. Subito frenata, subito coda. Benevenuti nell’imbuto d’Italia. Nei giorni feriali ti devi mettere il cuore in pace, la convivenza con autotreni, autoarticolati, autobotti è inevitabile. Nei giorni festivi il traffico pesante è quasi a zero, ma devi fare i conti con i matti al volante, quelli che magari prendono la macchina solo la domenica e credono che la strada sia tutta tua. La varieante di valico è proprio bella, gallerie ariose a tre corsie, quasi quattro calcolando l’ampia corsia di emergenza, segnalazioni moderne e visibili, luci coerenti. Una pacchia. Poi arrivi a Rioveggio e lì torni negli anni Sessanta, ma con il traffico del 2000. Non c’è una regola, vai a giorni e a ore. Se ti va bene una Bologan Firenze, la puoi fare anche in sessanta minuti, 95 chilometri, mediamente ci metti un’ora e un quarto, se ti va male puoi arrivare anche alle due ore.
I tratti terribili sono spesso quelli centrali Pian del Voglio, Roncobilaccio Barberino. Nomi tra i più citati in tutte le trasmissioni sul traffico europeo e mondiale, i supose. L’area di servizio Roncobilaccio somiglia più ad un rifugio per ossessionati dal traffico che ad una semplice stazione di risotoro. Parcheggiano che sono sudati e trafelati ed entrano al bar sbuffando. Ci vorrebbe anche un ambulatorio, molti avrebbero bisogno di un esame della pressione. Ma siamo solo a metà. Poco più su c’è il valico, il passo, 700 metri di altitudine ma sembra di dover scalare il Pordoi. Scavalli la punta e comincia la lunga discesa verso Firenze, attenzione alle stelle perché i lunghi rettilinei tra Roncobilaccio e Barberino posso indurre in tentazione, curve a gomito e autovelox ti sconsigliano di superare i 120 130. Dicono che a Barberino del Mugello hanno fatto un Outlet perché tutti quelli che uscivano (escono) obbligatoriamente qui, invece di affrontare le code obbligatorie verso Firenze, almeno sapevano cosa fare e dove andare. Qualche logica c’è. Non a caso appena fuori l’uscita di Barberino del Mugello ci sono tre ristoranti e due alberghi molto frequentati, ora l’Outlet. L’oasi moderna del non luogo. Gli ultimi trenta chilometri verso Firenze sono una quaterna nel terno al lotto. Ogni ora è buona per la fila. Rallentamenti improvvisi, muri di camion, mezzora per trenta chilometri, nel conto. Quando arrivi a Prato Calenzano ti sembra un miraggio. E vai, siamo a Firenze. Ma non sai cosa t’aspetta. Qui l’autostrada diventa anche tangenziale, di fatto, della città dei Medici, e qui s’innesta la Firenze Mare. Altri guai cari viaggiatori.
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Fabrizio Binacchi

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