I media si affannano a immaginare scenari di guerra italiana in Libia che non corrispondono alla realtà. La situazione in Libia infatti è sempre molto delicata. Il lavoro delle Nazioni Unite per raggiungere un accordo solido e stabile sul Governo è ancora in pieno svolgimento. Abbiamo bisogno di una soluzione equilibrata e duratura. Solo a quel punto potremo valutare – sulla base della richiesta di un governo legittimato – un impegno italiano, che comunque avrebbe necessità di tutti i passaggi parlamentari e istituzionali necessari. Dunque questo non è il tempo delle forzature, ma della prudenza, dell’equilibrio e del buon senso. A maggior ragione dopo ciò che è accaduto a Sabrata dove due nostri connazionali, in ostaggio di milizie irregolari ormai da mesi, hanno perso la vita in circostanze tragiche, ancora da chiarire completamente. I loro due colleghi sopravvissuti stanno rientrando in Italia in queste ore. Ma anche questa tragica vicenda – per la quale ci stringiamo insieme a tutti gli italiani alle famiglie delle vittime – dimostra una volta di più che la guerra è una parola drammaticamente seria per essere evocata con la facilità con cui viene utilizzata in queste ore da alcune forze politiche e da alcuni commentatori. Prudenza, equilibrio, buon senso: queste le nostre parole d’ordine, ben diverse da chi immagina di intervenire in modo superficiale e poco assennato. Quando ci sono vicende del genere mi piace pensare che l’Italia risponda tutta insieme, senza volgari strumentalizzazioni di parte, ma con la consapevolezza di essere prima di tutto una comunità. Le singole divisioni partitiche vengono dopo.
Libia: prudenza, equilibrio e buon senso
Abbiamo bisogno di una soluzione equilibrata e duratura. Solo a quel punto potremo valutare – sulla base della richiesta di un governo legittimato – un impegno italiano, che comunque avrebbe necessità di tutti i passaggi parlamentari e istituzionali necessari.

La tracotanza e il passettino sgangherato a Bruxelles parlano piu’ di tanti discorsi, basterebbe alle volte fermarsi sui gesti e immagine, ma è chiedere troppo. Sulla guerra in Libia, scusa Nicola, cos’altro avrebbe dovuto partorire come idea? La Libia è ormai un NON stato, dove esistono centinaia e centinaia di gruppi e fazioni malavitosi e violenti che vogliono comandare, situazione appunto nata da una guerra sbagliata, fatta passare come salvatrice di popolo oppresso e invece, come spesso accade in questi casi, eseguita per il controllo del petrolio libico. Renzi farebbe meglio a tacere. Invece si occupa di piazzare i suoi da Milano a Napoli, passando per Roma, con metodiche ridicole, fasulle e maloneste.
E qui casca l’asino, l’inquilino di Palazzo Chigi resta ossequioso a settant’anni di politica estera incolore, lui così velocemente saggio o saggiamente veloce. Non fare nulla, aspettare è una comoda posizione che rende pure impossile misurare coerenza o incoerenza, e che alla fine ottiene sempre il vero obiettivo, evitare che sussulti esterni mutino il DNA nazionale. Il quale prospera nella conservazione di sé mantenendo irrisolto il problema cruciale, la presenza di una forza armata ridicola, che quasi tutte le parti politiche hanno interesse a conservare tale perché se alla voce difesa del bilancio fosse aggiunto qualche miliardo di euro, l’imposizione morale supererebbe di gran lunga l’obbligo dell’imposizione tributaria e quindi da decenni l’evasione non sarebbe tollerata come di fatto lo è, Non sarebbe tollerata, e il sistema economico d’Italia ” piccolo è bello ” crollerebbe. Siamo condizionati da una catena di scelte sbagliate che nel tempo si sono incistate, fino a camuffarsi dentro parole alte come accoglienza, pace, solidarietà. Una scena molto bella, ma di cartapesta appena si vede cosa nasconde.
Sulla immagine non consona alla gravità del momento condivido i rilievi. L’articolo di Renzi, tuttavia, è giusto. Un compito scritto correttamente: poco importa se da lui stesso o dallo staff. Più che rivolgere critiche premature mi pare sia piuttosto opportuno vigilare sulla coerenza dei comportamenti consequenziali.
Hai dimenticato, Marzio, la frase da statista sulla Libia del nostro….la Libia non è un videogheim (sritto come lo pronuncia). Nicola, il tuo pezzo potrebbe andar bene se, come Marzio ci ricorda, l’Italia avesse i soldi per fare una guerrettina, ma non ne ha neanche lo spessore e chi si esprime in merito non ha la forza elettorale per aprire bocca.
Su un tessuto sociale molliccio e senile come quello italiano mi sembra che proprio l’inquilino di Palazzo Chigi, ad un tempo veloce e saggio, vada alla ricerca di qualche voto in più. Guerra? Quale guerra? Sappiamo bene che la situazione del medio oriente, in questo caso della Libia, non sarà mai stabilizzata, e su questo il nostro conta e su questo gioca. E sappiamo pure che lo spauracchio del terzo conflitto mondiale non esiste, parcellizzato in scontri locali che richiedono soluzioni, non attese edeniche che odorano di speranza che qualcuno sbrogli la questione. Prudenza, equilibrio, buon senso? Parole di fronte alla più banale verità: non possediamo forza armata in grado di intervenire, a parte il battaglione S.Marco ospedalieri e gli incursori con mitra e pannoloni. Non a caso Mattarella – ma chi è costui? – da mane a sera ci assilla con l’accoglienza e il dialogo, e lo credo, visto che è il responsabile dell’abisso non più rimarginabile tra nazione ed esercito di popolo, concetto per niente patriottardo e degno di regimi assolutisti, ma obbligatoria presenza nel DNA di qualsiasi paese che abbia “amor sui”. Non abbiamo forza armata, dopo mezzo secolo di evasione fiscale per acquistare casette dove sta impantanata e inutile la ricchezza degli italiani. Non abbiamo forza armata, e quindi non restano che la prudenza, l’equilibrio e il buon senso, mentre altri faranno il lavoro sporco, e poi andremo a raccattare le briciole. L’unico enclave nell’altra sponda del Mediterraneo con cui potevamo avviare uno scambio fruttuoso ci viene lentamente sottratto, e alla fine furbizia e cautela non pagheranno, sono armi vecchie che tutto il mondo ci riconosce e di cui ride. Ma in conclusione resta l’ossimoro dell’inquilino di Palazzo Chigi, insieme veloce e saggio. Qualcosa in questa figura di democristiano anni ’50 non torna, non torna proprio. Falsa la velocità e falsa la saggezza.