Se volessimo condurre un’indagine sullo stato di salute della democrazia nel nostro paese, avremmo di che preoccuparci, perché stiamo vivendo un’inversione di rotta sotto il profilo del diritto e della tutela che è incredibilmente opposta alla contemporaneità del terzo millennio. L’Italia, oggi, appare una sorta di piramide sociale, dove la divisione in caste – o peggio in categorie morali – è tanto rigida da non lasciare spazio neanche più ad una corretta, civile e soprattutto responsabile dialettica fra le parti. Assistiamo ogni giorno al paradosso tutto italiano che vede i cattolici gridare alla persecuzione, dichiararsi impediti nell’espressione delle proprie idee, ma contemporaneamente occupare spazi abnormi sui media, a discapito di chi discriminato lo è veramente. Infatti, se qualunque altra lobby godesse degli spazi di cui gode la Chiesa cattolica nell’ambito dell’informazione nazionale, si griderebbe allo scandalo, al colpo di stato, all’occupazione strategica ed indebita del mondo della comunicazione – invece, nessuno protesta, mentre chi vorrebbe quantomeno far conoscere le proprie differenti posizioni non trova spazio nemmeno nella radio di quartiere. La colpa di questa situazione, ovviamente, è da dividere fra più soggetti. I media, che non sono capaci di una equa distribuzione degli spazi ma, soprattutto, di rispettare le più elementari regole del contraddittorio, poiché ogni gruppo editoriale è a sua volta espressione di una lobby che alimenta o sottace polemiche e ragioni. I politici, che hanno ormai abbandonato, temiamo definitivamente, la via del confronto con i propri elettori, privandoli persino del diritto di scegliere i propri candidati, e si muovono secondo le regole di ingaggio di una guerra per bande che ci ricorda i secoli più bui della nostra storia passata. La Chiesa cattolica, che oscura ogni altra comunità religiosa e si fa forte della presunzione di essere l’unica titolare della Verità, del Bene e, soprattutto, del Giudizio che, solo, regola le vite altrui, arrogandosi il diritto di stabilire chi può fare figli e chi no, di stilare classifiche umilianti dove si prevedono sentimenti forti e sentimenti deboli, di insultare persone additandole al pubblico ludibrio come anormali e deviate, e di decidere chi può stare in Parlamento e come deve comportarsi. Ma la colpa più grande è nostra, ovvero di un popolo che, come da tradizione, si fa scivolare tutto addosso e rinuncia sistematicamente a fare uso dell’indipendenza intellettuale e degli strumenti democratici per farsi valere. La superficialità, che spesso è figlia dell’ignoranza, della poca informazione, di un malinteso senso della tradizione, ma soprattutto di una profonda carenza di una cultura autenticamente liberale, fa della maggior parte degli elettori una manica di imbelli, che vanno a votare per abitudine o per convenienza ma quasi mai, tranne rari casi, per maturata convinzione. Abbiamo avuto prove molto recenti di questa condizione, non ultimo il fallimento del referendum sulla Legge 40, ma in questi giorni le magagne più grosse sono diventate evidenti nella surreale pressione esercitata dalla CEI sui politici cosiddetti cattolici. Se infatti questo fosse un paese luogo di una democrazia compiuta e matura, a nessun politico verrebbe mai in mente di andare in cerca di voti dichiarandosi cattolico perché a nessun elettore questa sembrerebbe una garanzia di alcunchè. La pratica di un credo religioso, infatti, non è di per sé una credenziale sufficiente – e tantomeno necessaria – a fare di una persona, uomo o donna che sia, un potenziale buon deputato in grado di lavorare bene per questo paese. La patente di politico credibile la si acquista diversamente, dimostrando capacità di gestire la cosa pubblica ed attaccamento al bene dello stato, altrimenti per lo stesso principio dovremmo votare un candidato biondo con gli occhi azzurri, perché dotato di una immagine angelica che, ad esempio, La Russa non ha, ma non per colpa sua. Invece, continuiamo a sentire politici sbandierare la propria fede come una garanzia di un’azione politica, sociale e morale superiore, e poi ci meravigliamo se la Chiesa cattolica detta le condizioni a chi è stato eletto in base a questo non qualificante criterio. La libertà condizionata che oggi purtroppo vige nel nostro paese è dunque principalmente responsabilità di chi ritiene che dichiararsi cattolico sia una sorta di password che permette l’accesso al mondo dei giusti e, dunque, ad una concezione della politica sicuramente alta e foriera di elevate soluzioni. Se avessimo la volontà di essere meno superficiali, forse smetteremmo di votare in base all’appartenenza – vera o più spesso di facciata – ad un club, e cominceremmo a pretendere dai candidati il rispetto di quanto scritto nella Costituzione, a cominciare dal fondamentale assunto che i cittadini sono tutti uguali e tutti egualmente titolari di diritti e di doveri. Oggi i cittadini omosessuali non godono di questo trattamento – sono tenuti in inferiorità, limitati nei loro diritti, e le chiavi del loro ghetto, a Bagnasco, gliele abbiamo consegnate noi. Non c’è di che esserne fieri.
Chiara Boriosi

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