Dalla lettera che la BCE ha inviato lo scorso 5 agosto al Governo italiano emergono una serie di misure che l’Europa “suggerisce” all’Italia, per tentare di uscire dal cono d’ombra della crisi e della stagnazione in cui si è cacciata.
In particolare, viene sollecitata una radicale riforma in senso liberale delle attività economiche e professionali, così da introdurre elementi di dinamicità in un sistema bloccato e gerontocratico come il nostro. È fin troppo evidente, infatti, come una delle cause dell’ingessamento socio-economico del Paese risieda nello scarso coraggio mostrato dai Governo in materia di liberalizzazioni. Si è iniziato con il decennio di fine secolo, in cui, a fronte della indubbia necessità di alleggerire la macchina dell’industria di Stato, si dette luogo, però, a spachettamenti di questa industria fra un ristretto numero di soggetti privati, senza predisporre adeguati strumenti di tutela della concorrenza e della pluralità degli attori economici in uno stesso settore. In altri termini, si privatizzò senza liberalizzare in rilevanti settori produttivi, di cui i servizi (ferroviario, autostradale, postale) furono l’esempio più lampante. Neanche negli anni Duemila si pose rimedio alla esigenza di realizzare effettive liberalizzazioni, garantendo concorrenziali economie di scala.
Ora, la manovra quinquies del mese di agosto dimostra come il Governo abbia reagito in modo troppo flebile su questo terreno, dettando misure sui servizi pubblici locali che, di fatto, contraddicono l’esito dei referendum del giugno scorso, e, soprattutto, non prevedendo alcunché in materia di liberalizzazione delle professioni.
È chiaro a molti come il forte tasso di disoccupazione giovanile (circa il 30% nella fascia 15-24) e la pressoché nulla mobilità sociale siano strettamente collegate ad un ordinamento delle professioni di stampo corporativo.
Troppe le barriere all’accesso, sia implicite (la posizione sociale di partenza, il costo degli studi, e così via), sia esplicite, come la necessità di dover superare un esame di stato per ottenere l’abilitazione. Se questo è vero, allora non stupisce che l’età media di accesso “materiale” alla libera professione sia troppo elevata rispetto agli altri paesi europei, con tutte le conseguenze che si possono immaginare in termini di produttività complessiva del sistema Paese. Inoltre, queste barriere divengono spesso insuperabili, a causa, ad esempio, delle procedure di esame, troppo esposte all’alea e al fattore fortuna.
Si potrà opporre a ciò la constatazione dell’alto numero di professionisti già esistente, soprattutto in materia forense. È vero, ma il problema non si risolve con restrizioni “eteronome”, bensì assegnando alla meritocrazia il compito di selezionare, ed al mercato i suoi sviluppi concorrenziali.
Sarebbe, questa sì, una misura di coraggioso riformismo insito nella lettera della BCE, e di cui l’Italia ha urgente bisogno. Sulle possibilità di una sua adozione in questa grottesca Legislatura, però, i bookmakers neanche accettano scommesse.
Vincenzo Iacovissi
(avantidelladomenica.it)

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