Cari Amici,
Credo sia stata una buona decisione quella di riunirci una volta tanto a Milano, nella capitale di quel profondo nord, che un interessante saggio di Marco Alfieri di qualche tempo fa, analizzando trend elettorali e sociologici, ha definito “terra ostile” .
Non è certo mia intenzione in questa occasione unirmi alla vulgata nordista, alle tentazioni e alla retorica che ogni sei mesi rilanciano l’idea del partito del nord ( è avvenuto anche ieri con Chiamparino), preferisco richiamare l’attenzione sul fatto che una buona politica nazionale, che è secondo me la dimensione minima oggi per affrontare i problemi più urgenti, non può non contemperare due esigenze, che solo apparentemente possono sembrare in conflitto:
1) Correggere lo squilibrio di ricchezza tra nord e sud, che si presenta come un fattore sempre più negativo e limitante del caso Italia all’interno dell’Unione Europea. L’Italia è ormai il paese più sperequato dell’occidente, geograficamente e come redditi !
2) Consentire alle regioni più progredite di competere ad armi pari con le aree più forti d’Europa, tra le quali si sentono a pieno titolo inserite.
In tutte e due le situazioni si tratta di liberare risorse, di agire sulla fiscalità, di affrontare con giudizio il tema infrastrutturale, ma, se queste azioni non sono graduate in modo che la crescita del nord corrisponda anche ad una diminuzione delle distanze rispetto al sud, il paese non decollerà. E questo sforzo di coordinamento, di scelta delle priorità (tanto necessaria in tempi di risorse scarse), richiede, cari amici, una visione generale che è in altri termini una buona politica nazionale.
Per questa ragione occorrerebbe una diversa interpretazione della parola federalismo, forse più coerente col suo significato originario, che non è certo riducibile “al farsi ognuno i fatti suoi”, ma semmai riconducibile al mettere in comune ricchezze, competenze ed nergie, nella consapevolezza che nessuno è oggi autosufficiente di fronte ai problemi di scala globale.
Questo non è certo in antitesi con i principi di autonomia e responsabilità, che debbono essere rafforzati in sede di ridefinizione e semplificazione del sistema delle autonomie locali, valorizzando la centralità delle amministrazioni comunali, ma anche innalzando le loro dimensioni minime e quindi premiando tutte le forme di unione e accorpamento. Ciò che nella revisione dei compiti delle autonomie va evitando è l’eccessiva dispersione delle funzioni pubbliche, che debbono essere collocate laddove è più razionale dal punto di vista del servizio, evitando inutili sovrapposizioni. Per esempio perché non far corrispondere le Comunità Montane a delle vere e proprie Unioni Comunali? Perché non rivedere lo status ed i compiti delle Province, restringendone l’operatività a quegli aspetti di programmazione, che, in campo urbanistico per esempio, non possono essere lasciati nelle mani dei comuni, soprattutto di quelli più piccoli.
Lo stesso principio vale per le regioni, dove le loro differenze strutturali sono sotto gli occhi di tutti e dove in molti casi, per effetto dell’inadeguatezza delle loro dimensioni di scala, la devoluzione finisce per trasformarsi in un odioso e inconcludente sovrappiù di costi economici, oltre che di potere.
Ed anche nella mia esperienza di amministratore di un capoluogo lombardo non posso esimermi dal farvi notare che vi sono settori dell’azione pubblica dove la devoluzione dei poteri invade spesso campi, che hanno a che vedere con diritti soggettivi e le libertà diffuse, che lo Stato, come l’intendiamo noi, deve comunque garantire : mi riferisco al sistema scolastico e alla sua capacità di favorire la formazione di una coscienza critica, alla tutela del patrimonio naturale, che le pressioni delle lobby locali e localistiche compromettono, al pluralismo etico, che è già difficile difendere nel Parlamento Italiano e che qualche governatore vagheggia di regolare a livello regionale, sulla base delle sue convinzioni religiose.
Si può esser d’accordo con Formigoni, quando reclama più autonomia nella gestione del trasporto pubblico su ferro, che, se rafforzato, tanto può fare per migliorare le condizioni ambientali, e quando denuncia il paradosso attuale che vede costruite le infrastrutture, senza i soldi per mettere i treni!
Il problema centrale di questo nord è principalmente quello della qualità dello sviluppo, che non è più solo un attributo qualitativo per chi ci vive, ma anche un fattore competitivo di successo, se si vogliono attrarre investimenti dall’estero.
Pertanto le politiche locali e nazionali debbono essere orientate verso questo obiettivo, che fatto vuole dire istruzione e formazione di alto livello, infrastrutture per la mobilità pensate per non distruggere definitivamente un territorio altamente antropizzato, capacità di sviluppare nuove leve come il turismo di cultura, la ricerca, come risorsa per trasformare e modernizzare il sistema produttivo.
E oltre a questo, favorire una rapida integrazione di quei flussi migratori, che nelle previsioni sono ancora destinati a crescere e che, in questi anni, hanno assicurato la sopravvivenza dei settori manifatturieri, delle costruzioni e dei servizi alla persona.
Il modello da seguire in Lombardia, come in Italia è quello della “società aperta”, che si basa sul carattere relazionale della libertà, sulla moltiplicazione delle opportunità, sul rifiuto di eccessive disuguaglianze, sull’inclusione sociale e sull’estensione dei diritti di cittadinanza. Occorre scommettere sul cambiamento, sull’apertura delle reti e dei mercati, sul miglior funzionamento della macchina pubblica per cogliere quelle potenzialità, oggi soffocate dal peso delle corporazioni e dei privilegi, come è scritto nel nostro invito.
Ma è il Partito Democratico lo strumento in grado di promuovere tutto ciò ?
E può aiutarlo la nostra associazione, piccola nei numeri, ma grande per i valori di progresso civile, che la cultura di cui si nutre, quella liberal-democratica, ha rappresentato nella nostra storia nazionale ?
Io credo ancora di sì, nonostante l’attuale crisi generale e lo stato non proprio in salute del partito, ma a condizione che si abbia il coraggio di aprirsi al dialogo con chi dentro e fuori il PD assume e sostiene gli stessi valori.
Che si inizi a comunicare con forza, con ogni mezzo, a tutti i livelli e su ogni questione, tutti i giorni, come la pensiamo; senza paura di disturbare il manovratore e con la consapevolezza che solo il dibattito politico, l’antitesi e, talvolta, l’eresia delle elite possono mettere far avanzare le riforme.
E allora scopriremo che le occasioni sono tutti i giorni davanti a noi, e per dimostrarlo, faccio qualche provocazione :
Sull’Università non possiamo denunciare che il sistema va riformato su basi selettive e meritocratiche, di autonomia e di competizione, rilanciando magari l’abolizione del valore legale del titolo di studio, come stimolo per un’effettiva mobilità sociale ?
Sugli ordini professionali possiamo sostenere l’ipotesi di proporne il superamento, senza troppi se o senza troppi ma ?
Sul mercato del lavoro Liberal Pd non può raccordarsi con l’impegno, spesso solitario, del prof. Boeri o di Pietro Ichino per superare l’attuale stato di discriminazione tra outsider e insider, contrastando apertamente il conservatorismo sindacale e rimettendo in circolazione una seria riflessione sull’articolo 18?
Allo stesso modo sulla previdenza, dove lo stesso Bersani nicchia, non è tempo di riprendere in mano la battaglia, magari insieme ad Emma Bonino, per l’uniformtà di trattamento tra uomini e donne e l’allungamento dell’età pensionabile?
Se continuiamo a spendere l’87% delle risorse per previdenza e sanità, quali spazi avremo per gli ammortizzatori sociali e per effettuare un riequilibrio generazionale sull’intero sistema di welfare?
Proprio stamane, a proposito di welfare, Enrico Letta ha anticipato la sua relazione per la prossima conferenza nazionale del PD, vi sono contenute buone idee, ma occorre che il PD le sostenga, anche quando si tratta di aggredire lo status quo.
Sulla Rai e le telecomunicazioni, oggetto di un nostro recente convegno, perché non andare oltre la timida proposta Gentiloni, ponendo sul tavolo l’idea di una parziale privatizzazione, che faccia piazza pulita del duopolio attuale, oltre che dell’intrattenimento più becero, pagato con i soldi del contribuente ?
Sulla laicità dello Stato e le questioni etiche infine, dopo aver accettato una deludente Carta dei Valori, ambigua e compromissoria, Liberal Pd non ha il dovere di far valere il pluralismo etico e il valore irrinunciabile della neutralità dello Stato.
Perché l’associazione non fa sue, organizzando convegni ad hoc, le proposte Marino e Veronesi sul testamento biologico, la battaglia per una revisione della legge 40 e le proposte di legge per il divorzio breve ?
Credo che su queste cose , all’interno del Partito Democratico, la nostra associazione dovrebbe aprire un confronto, come sulla politica internazionale, dove le nostra visione basata sul rafforzamento del multilateralismo atlantico, attraverso una maggior integrazione tra Europa e stati Uniti non è un’acquisizione scontata.
La nostra missione è quella di porci sempre come la punta più avanzata, a fianco di tutti coloro che scelgono la modernizzazione, perché, come ha ben scritto stamane sul Corriere Nicola Rossi, il rischio è di non trovarci culturalmente a guidare questo paese, neppure per desistenza dell’avversario.
Così come di fronte al problema della collocazione europea Liberal PD deve esprimersi con chiarezza, rifiutando ogni ipotesi che recida il rapporto storico che molti di noi hanno con la Federazione dei Partiti Liberali e Democratici Europei, rimanendo disponibile ad un percorso di aggregazione dei riformisti e degli europeisti, ma non certo ad un rapporto privilegiato col PSE.
Questo è il momento di affermarlo senza reticenze!
Cari amici, la scommessa del PD è ancora tutta da esplorare e da valorizzare, noi l’abbiamo assunta con generosità, senza iattanza, oserei dire con una certa ingenuità; ma l’esperienza delle primarie (dove di fatto si è perpetuata la cooptazione dei capilista), le imbarazzanti esitazioni sui temi etici, la sottorappresentazione della nostra area ed infine le guerre di questi giorni ci fanno riflettere e ci pongono seri dubbi per il futuro.
Speriamo e operiamo che si ritrovi lo spirito costruttivo, che ci ha guidati verso questa scelta, ma rimaniamo uniti, rafforzando le nostre fila, per non trovarci, 50 anni dopo, di fronte all’ennesima scelta tra l’egemonia post-democristiana e quella post-comunista.
Valter Grossi

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