Guardare l’Europa, non il proprio ombelico. E, allora, per dirla in sintesi, per cambiare l’Italia bisogna cambiare l’Europa; “oggi a Bruxelles, domani a Roma.

E però si tratta di una auto rappresentazione un tantino forzata; per apparente modestia o, più esattamente, per un reale calcolo. Perché, nella realtà, il progetto Monti non solo è politico, ma anche fortemente segnato dall’ideologia.
Si considerino, a questo riguardo, le considerazioni polemiche che hanno accompagnato i blitz della Guardia di Finanza come le misure di liberalizzazione – semplificazione e che oggi precedono l’appuntamento sulla riforma del mercato del lavoro. Ora, nei primi due casi, eravamo di fronte alla necessità di accrescere il consenso per le strategie del governo o, comunque, di spiegarne la portata e l’importanza. Ma perché, allora, le battute sulla “monotonia del posto fisso”, semmai destinate a peggiorare il clima alla vigilia dell’incontro con le parti sociali?
Nell’immediato, si è probabilmente trattato di un infortunio; in prospettiva, siamo di fronte ad un messaggio. Rivolto a quanti sono disposti a giuocare le loro carte, individuali e collettive, in un universo caratterizzato dalla mobilità.
Il disegno sottostante è compiutamente ideologico. Non si tratta soltanto di ricostruire, qui e oggi, l’affidabilità internazionale dell’Italia, ma anche di modificare, nel futuro, la “forma mentis” degli italiani, insomma i loro comportamenti individuali e collettivi.
Non è il ritorno di un qualche “stato etico”. Dopo tutto il disegno di Monti e dei suoi collaboratori è tutto rinchiuso (è la sua forza ma anche il suo limite) in un orizzonte liberal-liberista. Ci si rende però conto che la pratica realizzazione del disegno dipende dal coinvolgimento attivo dei cittadini: che si tratti di gestione degli orari o delle tariffe per prestazioni professionali, della semplificazione burocratica o dei rapporti con le banche e gli istituti assicurativi, delle liberalizzazioni in campo energetico o della stessa lotta all’evasione fiscale. Insomma il senso delle riforme è quello di dare ai cittadini e ai gruppi nuovi diritti e nuove possibilità di intervento; e allora il loro successo dipenderà dalla capacità dei cittadini di farli valere nel concreto della loro vita quotidiana.
E qui, è bene sottolinearlo, siamo in buona parte fuori dall’orizzonte immediato della crisi e delle misure suscettibili di superarla; perché materia concreta del contendere diventa il “dopo”; insomma il modello di società con cui l’Italia affronterà la fase successiva.
Ma qui il “fattore tempo” è doppiamente decisivo: in linea generale, perché ogni processo di riforma strutturale è caratterizzato, almeno nell’immediato, da costi superiori ai benefici (costi che, almeno in Italia, sarebbero sopportati in massima parte dal “popolo di sinistra”) e, nello specifico perché, senza crescita, leggi disponibilità di maggiori risorse, lo stesso progetto di Monti non potrebbe concretamente decollare.
E’ in questo quadro che il rapporto della sinistra di governo con l’esperienza di governo deve compiere un salto di qualità. Abbiamo sinora appoggiato il professore di Varese in modo un tantino passivo e guardando al passato; dovremmo, da ora in poi, dare un sostegno autonomo e attivo, guardando al futuro.
E qui il nodo è, e rimane, il nostro rapporto con l’Europa. Qui Monti si affanna a dire che le nostre riforme andavano fatte comunque e che, quindi, non possono essere considerate come il frutto di una imposizione esterna. E fa benissimo a dirlo.
Resta però il fatto che l’imposizione c’è stata e che, soprattutto, le ricette proposte rischiano, se non opportunamente corrette, di tradursi nel decesso del paziente.
Non ha senso, a questo punto, sostenere il governo e, nel contempo, invocare da lui, qui ed oggi, la “crescita”. Perché dovremmo essere consapevoli che, qui ed oggi, non c’è nessuna crescita in vista; di più che questa se non è possibile a livello puramente nazionale non può nemmeno venire dall’Europa così come oggi si configura.
E, allora, per dirla in sintesi, per cambiare l’Italia bisogna cambiare l’Europa; “oggi a Bruxelles, domani a Roma”. Il nostro Presidente del Consiglio l’ha capito benissimo, tanto da trascorrere gran parte del suo tempo, con buona pace dei nostri populisti da strapazzo, in giro per le cancellerie e per le istituzioni della Ue.
Bersani e i suoi collaboratori dovrebbero fare altrettanto; meno Casini e Vendola, più Hollande, Gabriel e Miliband. O, se preferite, meno “democrazia nazionale”e più “socialismo internazionalista”. Questo, certo, è, almeno sinora, mancato all’appuntamento, tanto più essenziale, allora, qui e oggi, farlo rivivere; restituendo all’azione politica i suoi diritti e i suoi doveri.

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