Mentre la scrittura si contamina, aprendosi a nuovi influssi e sperimentazioni (il blog, il linguaggio degli sms) c’è chi valorizza forme narrative consolidate come il diario e la lettera.
È il caso di Concetta Coccia e del suo “Lettere a mia figlia” (Graus Editore, 2006) che, strutturato come un epistolario al femminile, rappresenta l’ideale continuazione del precedente “Ritrovarsi”, edito da Loffredo nel ’95.
Filo conduttore di entrambi i libri è il personaggio di Tiziana, già reduce dal tradimento da parte del marito Roberto in “Ritrovarsi” e ora alle prese con il distacco dalla figlia Daniela, fresca sposa. Distacco che sarà graduale e sofferto come si conviene a chi ha trovato nella famiglia la piena realizzazione. Ed è proprio l’immagine della casa vuota ad aprire “Lettere a mia figlia”, in cui il disorientamento prodotto dalla separazione induce la protagonista a ricucire il cordone ombelicale attraverso la lettera che è, al tempo stesso, mezzo di scoperta per il lettore degli eventi raccontati nel libro, filtrati dal punto di vista onnisciente di Tiziana, e strumento conoscitivo, quasi chiarificatore, per il personaggio narrante.
Attraverso la lettera Tiziana potrà continuare ad assolvere l’originario ruolo di guida e di confidente privilegiata a cui rinuncerà solo per intervento di Renato, il genero geloso di questo rapporto così esclusivo ed intimo da cui è escluso. Sarà proprio lui, nel leggere l’epistolario, a “profanarne” la segretezza e a decretarne la fine con il conseguente interrompersi della stessa narrazione.
Nella narrativa di Concetta Coccia sono sempre i rapporti familiari in primo piano.
L’esistenza tranquilla dei personaggi trova nell’impatto con la sofferenza una scossa salutare perché, paradossalmente, rappresenta per loro un’occasione di crescita. Eppure, questo dolore è privato della sua forza dirompente il che impedisce ai romanzi della Coccia di scadere nel sentimentalismo. In particolare, a vivere in prima persona la sofferenza è Tiziana che, col proprio comportamento, incarna dei valori forse in disuso eppure validi per ogni generazione. Ed è proprio il valore pedagogico dei romanzi della Coccia a favorirne la circolazione nelle scuole. Un’autrice controcorrente, dunque, capace di infondere alle sue storie profondità e leggerezza con uno stile asciutto che tocca le corde emotive del lettore rifuggendo da inutili virtuosismi verbali.
Monica Florio

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