
E così è successo. È successo l’inevitabile, quello che i ciechi dell’establishment, i parolai della politica parruccona e i burocrati seduti sulle loro poltrone di velluto a Berlino e a Bruxelles giuravano non sarebbe mai accaduto.
Ora guardateli, guardate questi numeri che arrivano dalla Sassonia-Anhalt come uno schiaffo in pieno viso, gelido e violento. Quarantaquattro per cento per l’Alternative für Deutschland. Un’enormità. Una valanga che travolge le illusioni di una Germania che credeva di poter ignorare la realtà nascondendola sotto il tappeto del politicamente corretto.
La Cdu (Unione Cristiano-Democratica)
sprofondata al diciotto per cento, dimezzata, punita per la sua codardia e per aver tradito la propria identità. La Spd (Partito Socialdemocratico di Germania) ridotta a un miserevole otto virgola quattro per cento, uno zero virgola nella storia di un socialismo che non sa più parlare agli operai, a chi fatica, a chi ha paura del futuro. E die Linke, (La Sinistra – è la storica forza della sinistra socialista e democratica tedesca, tradizionalmente radicata proprio nei territori dell’ex Germania Est)
naufragata anch’essa nel totale disinteresse di un popolo che ha fame di risposte, non di astrazioni ideologiche.
Quegli uomini e quelle donne che sono andati a votare in massa, facendo registrare un’affluenza record che sa di disperazione e di rivolta. Non sono tutti mostri, come vorrebbe farvi credere la narrazione pigra dei salotti televisivi. Sono persone. Persone stanche di essere trattate da sudditi, stanche di subire decisioni calate dall’alto su immigrazione, sicurezza, economia e identità. Hanno scelto il volto giovane di Ulrich Siegmund (è il leader dell’estrema destra in Sassonia-Anhalt e il volto simbolo del trionfo storico dell’AfD (Alternative für Deutschland) nelle elezioni regionali del 6 settembre 2026)
non perché abbiano improvvisamente riscoperto il fascino del passato più cupo, ma perché la disperazione, quando non trova ascolto, si consegna a chiunque prometta di rompere i cristalli del palazzo.
Quando i governi smettono di proteggere i propri cittadini, quando la politica diventa un esercizio di retorica per compiacere i mercati o le mode del momento, il popolo si ribella. E si ribella nell’unico modo che gli è rimasto: nell’urna, con la ferocia di chi non ha più nulla da perdere.
Questo voto non è solo un cambio di maggioranza in un Land dell’Est. È un terremoto che scuote le fondamenta stesse di una nazione che si credeva solida e che invece scopre di essere fragile, spaccata in due, divorata dalle sue stesse contraddizioni. I signori di Berlino oggi tremano, balbettano, cercano colpevoli ovunque tranne che nello specchio. Ma lo specchio non mente. Mostra la loro mediocrità, la loro incapacità di capire il tempo in cui vivono.
Non so dove porterà questa onda d’urto, se verso un risveglio o verso il baratro. So solo che il silenzio è finito, e che la storia, piaccia o no, è tornata a bussare alla porta della Germania con la forza brutale di quel quarantaquattro per cento. E nessuno, questa volta, potrà far finta di non aver sentito il rumore del crollo.
Giuseppe Basilico

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