Debbo confessare che la nota di commento di “L’Alfiere” di Gaeta alla lettera da me indirizzata al Presidente della Repubblica che l’amico Nicola Cariglia ha ritenuto di pubblicare nella sua interezza su Pensalibero argutamente titolandola mi è apparsa subito meritevole di una chiosa; ma non avendo avuto dubbi sul se, ne ho avuto non pochi sul come: per un verso tre esclamativi di nostalgica esaltazione ed un invito all’acculturamento non richiedevano che un sobrio ancorchè sapido riscontro, per altro verso soprattutto quell’invito offriva il destro sia per corrispondere in maniera non convenzionale all’appello celebrativo di Adalberto Scarlino su questo giornale online sia per svolgere qualche più ampio spunto di riflessione.
All’Alfiere di Gaeta che, dandosi uno pseudonimo corrispondente al titolo di un romanzo di Alianello, mi suggerisce la lettura dei libri di questo Autore (e debbo ritenere in particolare del saggio “La conquista del Sud”), è facile suggerire in primo luogo la rilettura non superficiale del testo che vorrebbe commentare per coglierne la misura; e tanto in quanto non credo di essere artefice di “codardo oltraggio” nei confronti dei vinti borbonici e del Regno delle Due Sicilie: se infatti fosse stato attento avrebbe colto il rispetto per chi “nell’età risorgimentale era portatore di valori ed interessi di segno diverso ed opposto” e il riconoscimento della profonda ingiustizia data dall’inflizione agli sconfitti di una “non equanime damnatio memoriae”, unito all’altro dell’esistenza in quella mitica epopea di “alcune pagine oscure”. Volendo rendergli la pariglia, potrei suggerirgli la lettura di Rosario Romeo, storico meridionale non improvvisato di solida dottrina, ed in particolare del volume “Dal Piemonte sabaudo all’Italia liberale”, al fine di aprirsi anche alla comprensione delle motivazioni ideali di segno diverso che negli anni del Risorgimento animavano la lotta politica. Né è a dire che nella storia del meridione il regime assolutistico dei Borboni sia esente da mende: ma non è il caso di aprire polemiche, non essendo questo che qui interessa.
Interessa piuttosto rilevare come la nostalgia neoborbonica, nonostante le più difficili condizioni di vita degli anni postunitari, rapidamente scemava nel sud dell’Italia. Se agli albori del ‘900 essa riviveva nei ricordi sentimentali del “luciano d’’o rre” testimoniati da Ferdinando Russo, a metà del secolo semplicemente scompariva; ed a riprova possono addursi l’evidente attaccamento meridionale alla casa sabauda manifestatosi nel referendum istituzionale ed il prevalente radicamento nel sud dell’Italia di ben due partiti monarchici in lotta tra loro per accaparrarsi le simpatie di casa Savoia. Ciò nonostante, oggi si assiste ad un revival nostalgico inimmaginabile fino a pochi anni fa; ed essendo questo un fatto, ci si deve chiedere come ciò sia stato possibile.
Il vero è che nella vita delle società, come in quella degli uomini, il ricordo delle epoche come dei personaggi di riferimento rivive nel presente per rappresentare il più delle volte in una dimensione deformata un valore del tutto simbolico; basti pensare alla diversa ricostruzione storica del medio evo nell’età dell’illuminismo ed in quella romantica. Può perciò essere, a seconda dei casi, la passata memoria cui attingere l’eterne speranze o l’angolo in cui rifugiarsi per sottrarsi alla percezione di un presente che si avverte ostile e senza sbocchi; nel caso di specie, essendo impensabile la prospettiva di un ritorno legittimista, è all’affievolimento dei valori di solidarietà connessi all’ideale unitario ed all’identità nazionale che deve ascriversi questo revival.
Il sud dell’Italia avverte a pelle che l’asse del potere sbilanciato al nord, in assenza di ogni motivazione etica o ideale che ne sorregga l’azione, privilegerà sempre più gli interessi particolari degli abitanti di quelle zone; e che lo sbandierato federalismo, ipocritamente solidale ma neanche tanto, non farà che accentuare il suo degrado. Così, come spesso accade, una intera società, anziché riflettere sulle diverse sfaccettature del problema meridionale e sulle colpe proprie e della sua classe politica, egemone nel Paese per vari lustri, che per decenni ha affidato alla redistribuzione a pioggia in vari modi di un reddito politico prodotto altrove (quando prodotto) il riequilibrio di sperequate condizioni di vita sociale, assopendo ogni spirito di sana intrapresa e favorendo il prodursi a cascata di rendite parassitarie di ogni genere, deliberatamente chiude gli occhi per non vedere; e, senza prodursi in un’analisi cruda della realtà, per autoassolversi preferisce indulgere nella ricerca di colpe altrui, vere o presunte che siano.
E’ in questo contesto che alle spesso miopi ed egoistiche rivendicazioni di una parte della società civile del settentrione d’Italia fanno da pendant le ripicche della società meridionale, sovente affidate a stati d’animo e senza argomenti di spessore con riferimento all’attualità; laddove, riandando ad un passato risalente a 150 anni fa di cui nessuno può essere diretto testimone, è fin troppo facile costituirsi un alibi appigliandosi alla verità storica per ricordare che le floride finanze del regno napoletano servirono non poco ad alleviare le difficoltà del nascente Stato unitario e che l’annessione costò lacrime e sangue alle popolazioni meridionali: senza peraltro ricordare che l’arretratezza economica del Mezzogiorno ha radici anche nella politica economica degli ultimi Borboni e che, quanto ad eccidi, neanche loro hanno scherzato.
Il vento di secessione è minoritario nel paese. Ma la forza partitica che lo propugna e che da esso trae legittimazione è determinante per rendere dominante uno dei due blocchi contrapposti; e non a caso, nel velleitario tentativo di contrastarlo, sono sorti dal nulla due partitini senza storia, anch’essi asserragliati nella difesa del proprio particolare. In questo quadro politico si alimenta l’incidenza di tale vento, cui è da ascriversi l’avvelenamento del clima sociale, favorito dall’estrema conflittualità del clima politico che, per la reciproca volontà di sopraffazione delle due forze maggioritarie, esclude la stessa possibilità di un sano dialogo tra loro e consente ignobili corteggiamenti ed innaturali alleanze. L’amor di patria, in altri tempi, suggeriva per il bene comune nei momenti difficili la concordia sociale e politica a qualunque costo ed a chi fosse, a torto o a ragione, ad essa d’ostacolo, di ritirarsi in disparte; ma di questi tempi l’esempio di riferimento è Gheddafi.
L’Italia della società civile non ha ancora un rapporto polemico col proprio passato, ma potrebbe averlo ove non si corra ai ripari subito. L’unità nazionale è ancora un valore ideale di riferimento per la maggior parte dei cittadini, ma potrebbe non più esserlo se i comportamenti secessionistici dovessero risultare premianti. E’ per questo che si impone una riflessione non convenzionale e di non poco momento e la celebrazione di tale evento può rappresentarne l’occasione; sperando che non debba esclamarsi: Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur!
Giovanni Fiorentino
P.S. Ad una settimana dalla segnalazione al Presidente della Repubblica del sito pubblico inneggiante alla disunità d’Italia (www.scafati2.it), nulla è cambiato. Può sperarsi per il 17 marzo?
Questo, per opportuna conoscenza dei lettori il commento di “Alfiere di Gaeta”
Si legga Carlo Alianello prima di scrivere sul civile ed illuminato Regno dei Borboni.
Viva il re Francesco II di Borbone e la sua coraggiosa consorte Maria Sofia.
Viva il Regno di Napoli e delle due Sicilie.
Viva i Borboni di Napoli.

Egr. Avv. Fiorentino,
capisco benissimo i Suoi sentimenti sulla vicenda de quo. Cresciuto e formato come tanti meridionali in un ambiente culturale dominato da interpretazioni storiche agiografiche, Lei assiste con crescente sgomento a questa ondata di revisionismo sul Risorgimento e sull’Unità . In realtà vi è solo un problema di scarsa informazione su persone, fatti ed eventi storici. Ritenendo esaurienti le considerazioni di altri che qui sono intervenuti criticamente, mi consenta solo di proporLe, a puro titolo conoscitivo, alcune brevi citazioni di personalità illustri su quanto realmente accaduto nel nostro Mezzogiorno all’indomani dell’Unità.
“Io sono un principe italiano illegalmente spogliato del suo potere; è qui l’unica casa che mi è rimasta, qui è un lembo della mia patria, qui sono vicino al mio regno e ai sudditi miei…vengono chiamati assassini e briganti quegli infelici che difendono in una lotta diseguale l’indipendenza della propria patria e i diritti della loro legittima dinastia. In questo senso anch’io tengo per un grande onore di essere un brigante!”
(Francesco II di Borbone, dall’esilio)
«Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.»
(Giuseppe Garibaldi , lettera ad Adelaide Cairoli, 1868)
«Sì, è colpa di Ferdinando II! Se avesse fatto impiccare me e gli altri come me, non si sarebbe venuto a questo!».
(Luigi Settembrini, patriota liberale e rettore all’università di Napoli, rispondendo agli studenti che gli chiedevano se la grave crisi post-unitaria che affliggeva Napoli era colpa del decaduto governo borbonico)
“Il 1860 trovò questo popolo del 1859 vestito, calzato, industre, con riserve economiche. Il contadino possedeva moneta e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti, con poco alimentava la famiglia. Tutti, in propria condizione, vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l’opposto. La pubblica istruzione era fino al 1859 gratuita, cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di ogni provincia. Adesso veruna cattedra scientifica. Nobili e plebei, ricchi e poveri, qui tutti aspirano, meno qualche onorevole eccezione, ad una prossima restaurazione borbonica.”
(Conte Alessandro Bianco di Saint-Jorioz, ufficiale piemontese che partecipò alla campagna di conquista del Meridione)
“Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per gli uffici e le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest’uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a sbrigarla. Ai mercanti del Piemonte si danno le forniture più lucrose; burocrati del Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi…Anche a fabbricar le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio dei napoletani. A facchini della dogana, a camerieri, a birri vengono uomini del Piemonte. Questa è invasione, non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra! Il governo di Piemonte vuol trattare le provincie meridionali come il Cortez e il Pizarro facevano nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala.
(Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni)
“Se dall’Unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata. E’ caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone”
(Gaetano Salvemini, storico meridionale)
“Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia Meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infangare con il marchio di briganti”
(Antonio Gramsci, filosofo e politico)
“L’Unità d’Italia è stata purtroppo la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico sano e profittevole. L’Unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle provincie settentrionali in misura ben maggiore che in quelle meridionali”
(Giustino Fortunato, storico e politico meridionale)
“Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale. Potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borbone sul trono di Napoli. E’ possibile, come il malgoverno vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa ad un esercito regolare di 120.000 uomini? Ho visto una città di 5.000 abitanti completamente rasa al suolo e non dai briganti.”
(Giuseppe Ferrari, deputato al Parlamento italiano nel 1862)
“Il governo piemontese si vendica mettendo tutto a ferro e a fuoco…raccolti incendiati, provvigioni annientate, case demolite, mandrie sgozzate in massa. I Piemontesi adoperano tutti i mezzi più orribili per togliere ogni risorsa al nemico, e finalmente arrivarono le fucilazioni! Si fucilarono senza distinzione i pacifici abitatori delle campagne, le donne e fino i fanciulli.”
(L’Osservatore Romano, 1863)
“Milord, mi tengo in debito di rivolgere la vostra attenzione ai seguenti fatti nell’ex Regno delle Due Sicilie. Il primo di questo mese 64 persone incolpate di essere legittimiste furono trucidate a Napoli. Continuano gli arresti e il terrore, le prigioni riboccano. Il due del mese due signore furono arrestate sulla pubblica via. Quattro editori di giornali furono gettati in prigione senza forme legali e i loro fogli soppressi. Intanto le truppe piemontesi percorrono il paese mettendo tutto a sacco, a fuoco e a strage.”
(George Bowyer, deputato inglese in una lettera del 1861 al primo ministro Lord Palmerston)
“Sento il debito di protestare contro questo sistema. Ciò che viene chiamata unità italiana deve la sua esistenza principalmente alla protezione e all’aiuto morale dell’Inghilterra – deve più a questa che non a Garibaldi o agli eserciti vittoriosi della Francia – e però in nome dell’Inghilterra denuncio barbarie e atrocità e protesto contro l’egida della libera Inghilterra così prostituita”
(Lord Lennox, discussione al Parlamento inglese, 1863)
“Aborre invero e rifugge l’animo per dolore nel rammentare più paesi nel regno napoletano incendiati e rasi al suolo, e innumerevoli sacerdoti e religiosi e cittadini di ogni età, sesso e condizione, e gli stessi malati indegnissimamente ingiuriati, e poi eziando senza processo, o gettati nelle carceri, o crudelissimamente uccisi.”
(Papa Pio IX, settembre 1861)
“Posso assicurare la Camera che specialmente in alcune provincie, quasi non vi è famiglia la quale non tremi dell’onnipotenza dell’autorità di polizia, dei suoi errori ed abusi. Sotto la fallace apparenza della persecuzione, del brigantaggio si vuole avere in mano la facoltà di arrestare o mandare al domicilio coatto ogni specie di persone al governo sospette.”
(Pasquale Stanislao Mancini, deputato, intervenendo alla Camera nel 1864)
“Desidero sapere in base a quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci è permesso discutere su quelle del Meridione italiano. E’ vero che in un paese gli insorti vengono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma non ho appreso in questo dibattito alcun altra differenza tra i due movimenti.”
(Benjamin Disraeli, politico e statista britannico, 1868)
“Caro Presidente, ti salutano qui 8.000 moliternesi. 3.000 sono emigrati in America; gli altri 5.000 si accingono a farlo.”
(Lettera del sindaco di Moliterno al primo ministro Giuseppe Zanardelli, 1901)
“Si, è vero, noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno e abbiamo profittato qualcosa di più delle spese fatte dallo Stato italiano. Peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio e ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale.”
(Luigi Einaudi, secondo presidente della Repubblica)
“Prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione dell’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita in Sicilia…La mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia.”
(Rocco Chinnici, magistrato, inventore del pool antimafia, ucciso a Palermo nel 1983)
Spero che bastino a scuotere qualcuna delle Sue certezze e a spingerla a ricercare un’altra verità, fermo restando che su una cosa siamo d’accordo: l’Unità oggi è un valore indiscusso. Ciò premesso, dobbiamo ancora fare i conti con la storia, anche quella più difficile da accettare perchè mette in crisi coscienza e valori in cui si è creduto, per recuperare una identità e una memoria collettiva che non furono di vergogna ma di grande onore e dignità.
cordiali saluti
Liberato Sicignano
Caro avvocato, è onestamente difficile replicare alla sua delirante lettera a Giorgio “Savoia” Napolitano. E’ difficile per una serie infinita di motivi. Innanzitutto lei critica il preside Giannone di Scafati e addirittura incomoda Napolitano per un suo intervento sulla intitolazione della scuola media a Ferdinando II (su cui è arrivato il silenzio assenso della Prefettura, classico momento delle pubbliche amministrazioni che non vogliono, non possono o non sanno decidere). Mi meraviglio. Mi meraviglio che lei non sia così solerte nello scrivere al signor Presidente della Repubblica per chiedere l’immediata rimozione delle tante vie Cialdini dai tanti comuni in cui sorgono (basti citare Paderno Dugnano, San Ferdinando di Puglia, Monopoli, Mercenasco e Castano Primo). E sul perchè mi sorge un dubbio. Lei conosce Enrico Cialdini? Non credo, perchè se sapesse di quali crimini si sia macchiato il “duca di Gaeta”, generale piemontese e eroe di questa Italia cieca in cui io non mi posso riconoscere, non avrebbe potuto scrivere una lettera così insensata a Napolitano. Bene, per la cronaca, sappia che Cialdini è stato il responsabile della morte di tutti gli abitanti dei comuni di Pontelandolfo e Casalduni, nell’attuale provincia di Benevento. Uccisi senza motivo. Per ripicca contro i briganti che avevano fatto fuori 3 bersaglieri nelle campagne vicine. Mi chiedo come mai la sua fedeltà alla patria non le faccia chiedere la chiusura dell’ignobile museo Lombroso e la cancellazione delle strade intitolate a Cesare Lombroso a Roma, Milano, Torino, Firenze e Parma. E il solito dubbio mi assale. Lei conosce Cesare Lombroso? Lei ha mai visto il museo Lombroso? Non credo, altrimenti avrebbe certamente speso una parola per la rimozione delle tante (troppe) teste di meridionali tagliate e mummificate o per tutti quei crani esposti e volti a dimostrare che il meridionale è inferiore per natura, per dimensione del cranio, per aspetto del volto. Sono tutte teorie del Lombroso mica farneticazioni leghiste (teorie che hanno dato il via alla guerra delle razze che ha trovato nella seconda mondiale, nel comunismo e nel nazismo la massima teorizzazione e applicazione). E proprio questo è il problema. Sostenere che la reazione meridionale è alla Lega e alle sue sciocchezze (quando sciocchezze dice) vuol dire non capire nulla o, come credo nel suo caso, non conoscere la realtà dei fatti. Lei parla di ricchezza del mezzogiorno depredata, di furti di cui si richiede la restituzione senza, e ne sono convinto, sapere di cosa si sta parlando. Caro avvocato, l’oro di Napoli, prima che dai piemontesi e da Garibaldi era stato portato via da Championnet e da Napoleone, ma questo non ha minato la solidità del Sud. Il 1860 è un qualcosa di diverso. Io protesto non contro il furto dei milioni di lire dalle casse dello stato duosiciliano. Io protesto contro il furto del futuro del sud. Contro lo scippo delle speranze di benessere legato alla permanenza nella mia Patria (la terra dei Padri). Protesto e non festeggio. Non festeggio perchè dopo l’unità Mongiana è stata chiusa e 5000 operai dell’industria metallurgica più avanzata della penisola sono stati costretti a emigrare a Genova e a Perugia. Non festeggio perchè nel 1863 i bersaglieri massacrarono gli operai della fabbrica di Pietrarsa, l’unico stabilimento italiano capace di produrre locomotive. Stabilimento che verrà prima ridimensionato e poi chiuso, mandando a spasso 1200 operai. Non festeggio perchè prima del 1861 nella valle del Liri (oggi provincia di Frosinone) su 30.000 residenti vi erano 12.000 operai delle industrie tessili. Non festeggio perchè della fabbrica Egg di Piedimonte Matese e della foderia Oretea di Palermo non restano nemmeno le rovine. Non festeggio perchè dopo il 1861 il governo di Torino ha imposto la leva obbligatoria, posto fine agli usi civici, perseguitato la chiesa cattolica, imposto 13 nuove tasse aumentando del 70% la pressione fiscale sulla popolazione. Non festeggio perchè nel 1861 José Borjes, generale catalano, è stato fucilato senza processo e senza conforti religiosi. Non festeggio perchè la Legge Pica ha portato alla morte di migliaia di innocenti, donne, uomini e bambini. Non festeggio perchè Nino Bixio è stato fatto duca di Maddaloni dopo aver massacrato i contadini siciliani a Bronte. Non festeggio perché il boia Cialdini, a cui oggi sono intitolate tante strade, ha continuato a buttare bombe su Gaeta provocando la morte di 100 civili e 200 militari mentre si stava firmando la resa (contro ogni legge dell’onore). Non festeggio perchè gli uomini che hanno fatto grande il Sud sono stati dimenticati dalla storiografia e dagli stessi meridionali. Non festeggio, caro avvocato, perchè ci sono persone come lei che invece di riflettere su tutti i fatti precedenti (solo una minima parte delle cose che avrei dovuto scriverle) perde tempo a scrivere a Napolitano per protestare contro l’intitolazione di una scuola a Ferdinando II. Siccome lei non conosce molte cose è bene che sappia:
1) a Ferdinando II fu offerta la corona di Re d’Italia dai circoli liberali italiani in diverse occasioni fino al 1847 quando si tenne a Napoli il VII congresso nazionale degli scienziati italiani
2) che Giuseppe Verdi compose l’inno d’Italia che si chiamava “La Patria” nel 1848 e lo dedicò a Ferdinando di Borbone.
3) il tanto vituperato Ferdinando II di Borbone, principe italiano, per tutta la sua vita operò per scacciare dal proprio regno il peso delle tutele straniere, siano esse state austriache, francesi, inglesi o sardo-piemontesi.
Mi permetto di aggiungere solo una cosa. La infastidisce che sul sito della Ferdinando II di Scafati ci sia un elenco esaustivo di libri storicamente corretti? Segua il consiglio, ne legga qualcuno. Se proprio non vuole considerare attendibili autori come Rinaldi, Pellicciari, Jaeger, Salera, Romano, Molfese, Manna e Vitale, può sempre acquistare alcuni testi di italiani autentici come Petacco (il regno del Nord e O Roma o morte), Dora Liguori (Quell’amara unità d’Italia), Giordano Bruno Guerri (Il sangue dei vinti) e Giuseppe Campolieti (il re nasone, il re bomba e re franceschiello). Ne leggerà delle belle e forse eviterà di disturbare ancora Napolitano, o magari lo disturberà ancora, ma per un motivo serio!
Cordialmente, Roberto Della Rocca.
Gentile Avvocato,quanto ha voluto faticare per scrivere tanto ,per criticare la intitolazione della scuola di Scafati al Re Ferdinando II,rivolgendosi poi anche al Presidente della Repubblica a chiedere un intervento a suo sostegno.
Il preside di quella scuola per quale motivo non avrebbe dovuto usare il nome di quel Sovrano?
Immagino perchè fa parte dei vinti e rappresenta il vecchio Regno,quel regno che era la nostra Patria vera e concreta e che ci tolsero per darcene una ideologica .
Se è così e così in sintesi è ,lei dimostra di non essere uscito dalla trappola del mito risorgimentale costruito dai vincitori e dai collaborazionisti nostrani .
Mi dispiace ! Giovanni Salemi
Gentile Avvocato,quanto ha voluto faticare per scrivere tanto ,per criticare la intitolazione della scuola di Scafati al Re Ferdinando II,rivolgendosi poi anche al Presidente della Repubblica a chiedere un intervento a suo sostegno.
Il preside di quella scuola per quale motivo non avrebbe dovuto usare il nome di quel Sovrano?
Immagino perchè fa parte dei vinti e rappresenta il vecchio Regno,quel regno che era la nostra Patria vera e concreta e che ci tolsero per darcene una ideologica .
Se è così e così in sintesi è ,lei dimostra di non essere uscito dalla trappola del mito risorgimentale costruito dai vincitori e dai collaborazionisti nostrani .
Mi dispiace ! Giovanni Salemi
Gentile Avvocato,quanto ha voluto faticare per scrivere tanto ,per criticare la intitolazione della scuola di Scafati al Re Ferdinando II,rivolgendosi poi anche al Presidente della Repubblica a chiedere un intervento a suo sostegno.
Il preside di quella scuola per quale motivo non avrebbe dovuto usare il nome di quel Sovrano?
Immagino perchè fa parte dei vinti e rappresenta il vecchio Regno,quel regno che era la nostra Patria vera e concreta e che ci tolsero per darcene una ideologica .
Se è così e così in sintesi è ,lei dimostra di non essere uscito dalla trappola del mito risorgimentale costruito dai vincitori e dai collaborazionisti nostrani .
Mi dispiace ! Giovanni Salemi
Stimatissimo cav. Fiorentino,
forse avrete sentito parlare di me per aver scritto qualche secolo fa una interessante operetta intitolata “Della moneta” che mi rese famoso non solo nella penisola ma anche nella mia cara Francia e non temendo smentita alcuna oserei dire pure in tutta l’Europa civile. Come forse saprete oggi vengo classificato e studiato come un illuminista, titolo che non mi dispiace visto che mi mette in buona compagnia insieme ai miei amici Diderot e Voltaire.
Mi son permesso di intervenire in questa nobilissima discussione per distrami un pò, qui dove mi trovo ci si annoia tanto, e poi per prendere le difese del mio povero amico Alfiere di Gaeta che ho personalmente conosciuto dopo il suo repentino e drammatico trapasso in seguito a quella che voi definite unificazione d’Italia. Il mio povero amico è un bravo ed onesto soldato borbonico che credeva (e ancora ci crede) nel suo Re e nella sua Regina che vennero spodestati in seguito ad una invasione straniera. Ha commesso qualche reato? Forse sì forse no. L’unica cosa che posso garantirVi è che questo bravo giovane è in buona fede e crede nei suoi ideali tanto da lasciarci le penne. Gli vogliamo fare una colpa?
Ogni tanto mi capita di vedere, sempre per ingannare il tempo, qualche vostro spettacolino televisivo e qui rimaniamo tutti basiti dall’incredibile spettacolo che l’odierna gioventù italiana dà di se stessa. Niente ideali, niente fede, per non parlare della cultura che fa acqua da tutte le parti. Ai miei tempi Pompei ed Ercolano venivano riportate alla luce ed ammirate da studiosi di tutto il mondo civile, oggi volete far crollare tutto perché i vostri ministri dicono che con la cultura non si mangia. Che tempi caro cavaliere. Ai miei tempi invece re Ferdinando e re Carlo si davano un gran da fare per gli scavi archeologici e quanti soldi ci rimettevano. Dimenticavo che all’epoca il pil non c’era! Soprattutto da noi ci stava l’ottimo ministro Tanucci che sapeva amministrare e che quando morì da parte non aveva messo neanche un soldo (per intenderci non aveva rubato), figuriamoci se queste cose accadessero nella vostra amata Italia che notizia sensazionale sarebbe! Ma non divaghiamo amico caro, ho fretta in quanto fra un pò mi tocca incontrarmi con quell’antipatico di Rousseau e se faccio tardi mi toglie pure il saluto.
Quindi tornando all’Alfiere mi è dispiaciuto constatare il Vostro disappunto per una frase che in fin dei conti è innocente, perché è detta con il cuore (e ve lo dice uno che di cuori se ne intende). Che vogliamo fare lo vogliamo denunciare al Vostro Presidente repubblicano? Con tutto quello che c’è da fare in Italia e con tutto il lavoro che il mio povero concittadino deve sbrogliare (pensi alla riforma della giustizia), gli diamo pure la rogna dell’Alfiere come se non fosse bastata quella del preside di quella scuola che in fin dei conti su quel sito aveva scritto la verità.
Vedete io non sono un nostalgico borbonico, ma Ferdinando lo conobbi ai miei tempi e perché mi volete far dire che era una schifezza quando invece era un sovrano illuminato? Certo di errori ne fece anche lui (e chi non li ha mai fatti?), ma in fin dei conti amava il suo Regno e i suoi sudditi. Oggi borbonico è sinonimo di arretrato, ma ai miei tempi era sinonimo di progredito ed illuminato. Cosa può fare la menzogna dei conquistatori piemontesi, sono arrivati persino a manipolare il dizionario.
Vogliamo parlare delle centinaia di migliaia di morti (qualcuno parla di un milione) che i piemontesi hanno fatto quando hanno conquistato il Regno delle due Sicilie? Avevano il diritto di difendersi i borbonici, sì o no? Ho letto il saggio del bravo Pino Aprile “Terroni” che sul solco del mio amico Alianello sta contribuendo alla diffusione della verità. Avete denunciato pure Aprile? Spero di no, lasciatelo lavorare che fastidio vi dà?
Tornando alla scuola e al sito di quel preside neoborbonico, ma tanta indignazione l’avete provata anche per il sindaco di Adro che aveva creato una scuola padana intitolata al prof. Miglio (quello che scriveva che quelli del sud erano diversi antropologicamente) e aveva riempito la scuola dello stato con simboli celtici? Lo avete parimenti denunciato? Vi siete parimenti indignato? Sì o no?
Non sarà che Vi siete indignato perché la protesta l’ha fatta un preside del sud borbonico e si pensa bene di reprimere ogni cosa perché quelli del sud non hanno il diritto di protestare? A me è venuto questo dubbio. I poveri “terroni” devono tenere il capo chino e farsi fare ogni cosa senza fiatare? Dopo che ai miei poveri concittadini del sud hanno tolto la Patria, il loro Re e la loro ricchezza culturale ed economica è consentito almeno capire come andarono veramente i fatti? E’ un reato voler capire la storia?
Il mio tempo è giunto al termine, come Vi spiegavo prima ho un appuntamento con Jean-Jacques e non vorrei arrivare tardi.
Spero di non averVi irritato e perdonate l’amico Alfiere per il suo sfogo.
Vostro dev.mo abate Galiani
Stimatissimo cav. Fiorentino,
forse avrete sentito parlare di me per aver scritto qualche secolo fa una interessante operetta intitolata “Della moneta” che mi rese famoso non solo nella penisola ma anche nella mia cara Francia e non temendo smentita alcuna oserei dire pure in tutta l’Europa civile. Come forse saprete oggi vengo classificato e studiato come un illuminista, titolo che non mi dispiace visto che mi mette in buona compagnia insieme ai miei amici Diderot e Voltaire.
Mi son permesso di intervenire in questa nobilissima discussione per distrami un pò, qui dove mi trovo ci si annoia tanto, e poi per prendere le difese del mio povero amico Alfiere di Gaeta che ho personalmente conosciuto dopo il suo repentino e drammatico trapasso in seguito a quella che voi definite unificazione d’Italia. Il mio povero amico è un bravo ed onesto soldato borbonico che credeva (e ancora ci crede) nel suo Re e nella sua Regina che vennero spodestati in seguito ad una invasione straniera. Ha commesso qualche reato? Forse sì forse no. L’unica cosa che posso garantirVi è che questo bravo giovane è in buona fede e crede nei suoi ideali tanto da lasciarci le penne. Gli vogliamo fare una colpa?
Ogni tanto mi capita di vedere, sempre per ingannare il tempo, qualche vostro spettacolino televisivo e qui rimaniamo tutti basiti dall’incredibile spettacolo che l’odierna gioventù italiana dà di se stessa. Niente ideali, niente fede, per non parlare della cultura che fa acqua da tutte le parti. Ai miei tempi Pompei ed Ercolano venivano riportate alla luce ed ammirate da studiosi di tutto il mondo civile, oggi volete far crollare tutto perché i vostri ministri dicono che con la cultura non si mangia. Che tempi caro cavaliere. Ai miei tempi invece re Ferdinando e re Carlo si davano un gran da fare per gli scavi archeologici e quanti soldi ci rimettevano. Dimenticavo che all’epoca il pil non c’era! Soprattutto da noi ci stava l’ottimo ministro Tanucci che sapeva amministrare e che quando morì da parte non aveva messo neanche un soldo (per intenderci non aveva rubato), figuriamoci se queste cose accadessero nella vostra amata Italia che notizia sensazionale sarebbe! Ma non divaghiamo amico caro, ho fretta in quanto fra un pò mi tocca incontrarmi con quell’antipatico di Rousseau e se faccio tardi mi toglie pure il saluto.
Quindi tornando all’Alfiere mi è dispiaciuto constatare il Vostro disappunto per una frase che in fin dei conti è innocente, perché è detta con il cuore (e ve lo dice uno che di cuori se ne intende). Che vogliamo fare lo vogliamo denunciare al Vostro Presidente repubblicano? Con tutto quello che c’è da fare in Italia e con tutto il lavoro che il mio povero concittadino deve sbrogliare (pensi alla riforma della giustizia), gli diamo pure la rogna dell’Alfiere come se non fosse bastata quella del preside di quella scuola che in fin dei conti su quel sito aveva scritto la verità.
Vedete io non sono un nostalgico borbonico, ma Ferdinando lo conobbi ai miei tempi e perché mi volete far dire che era una schifezza quando invece era un sovrano illuminato? Certo di errori ne fece anche lui (e chi non li ha mai fatti?), ma in fin dei conti amava il suo Regno e i suoi sudditi. Oggi borbonico è sinonimo di arretrato, ma ai miei tempi era sinonimo di progredito ed illuminato. Cosa può fare la menzogna dei conquistatori piemontesi, sono arrivati persino a manipolare il dizionario.
Vogliamo parlare delle centinaia di migliaia di morti (qualcuno parla di un milione) che i piemontesi hanno fatto quando hanno conquistato il Regno delle due Sicilie? Avevano il diritto di difendersi i borbonici, sì o no? Ho letto il saggio del bravo Pino Aprile “Terroni” che sul solco del mio amico Alianello sta contribuendo alla diffusione della verità. Avete denunciato pure Aprile? Spero di no, lasciatelo lavorare che fastidio vi dà?
Tornando alla scuola e al sito di quel preside neoborbonico, ma tanta indignazione l’avete provata anche per il sindaco di Adro che aveva creato una scuola padana intitolata al prof. Miglio (quello che scriveva che quelli del sud erano diversi antropologicamente) e aveva riempito la scuola dello stato con simboli celtici? Lo avete parimenti denunciato? Vi siete parimenti indignato? Sì o no?
Non sarà che Vi siete indignato perché la protesta l’ha fatta un preside del sud borbonico e si pensa bene di reprimere ogni cosa perché quelli del sud non hanno il diritto di protestare? A me è venuto questo dubbio. I poveri “terroni” devono tenere il capo chino e farsi fare ogni cosa senza fiatare? Dopo che ai miei poveri concittadini del sud hanno tolto la Patria, il loro Re e la loro ricchezza culturale ed economica è consentito almeno capire come andarono veramente i fatti? E’ un reato voler capire la storia?
Il mio tempo è giunto al termine, come Vi spiegavo prima ho un appuntamento con Jean-Jacques e non vorrei arrivare tardi.
Spero di non averVi irritato e perdonate l’amico Alfiere per il suo sfogo.
Vostro dev.mo abate Galiani