All’ultimo sberleffo ha provveduto Andrea Orlando: “Penso che Letta non dovrebbe dimettersi dopo il 25 settembre, a maggior ragione se le cose andranno male”. Meglio una bella cottura a fuoco lento.
Siamo abituati a tutto, ma a due settimane dal voto, puoi anche accettare con sgomento che Enrico Letta auspichi una “rimonta”, quasi a certificare che il sogno di essere primo partito é ormai svanito. Autogoal più o autogol in meno… Ma che il fuoco amico sia così sfacciato é un po’ troppo, e non possiamo non esprimere solidarietà e simpatia umana, purtroppo non politica, all’oggetto di tanta pelosa amicizia.
Ma oggettivamente il percorso del segretario PD dal giorno delle dimissioni di Draghi ad oggi é finito già la prima settimana, come Linkiesta ha oggettivamente rilevato elencando le sue diverse vie di uscita possibili, anche le più ciniche, ma tali da rendere contendibile il voto, pur in presenza di una legge elettorale insensata. Tutte scartate, per infilarsi nel cul de sac Fratoianni and Bonelli, che non meritano neppure l’attenzione di un Jean-Luc Melenchon.
Resterebbe inspiegabile il tempo perso a non far nulla contro la legge elettorale che già il PD di Zingaretti aveva definito un pericolo per la democrazia.
Ma le radici non mentono. E le radici bolognesi di Enrico Letta, la mitologia del maggioritario di Arturo Parisi, la leggenda del proporzionale corruttivo, lo hanno mandato controcorrente fin dalla sera della sua prima intervista da segretario, cancellando intese che in quel momento sarebbero state percorribili. E alla fine ci siamo tenuti questo finto sistema misto, che risolve tutto nella quota maggioritaria e fa schizzare, dice il segretario, in area “Costituzione in pericolo” il futuro istituzionale del paese.
Troppi errori, insomma, e spreco di un’occasione straordinaria, quella che gli elettori delle amministrative avevano suggerito pochi mesi fa, e cioè l’individuazione dell’affidabilitá delle candidature, la scelta della competenza, per mettersi nelle mani di un Sala, non di un Michetti, prototipo molto preciso invece del nuovo Parlamento non dei pochi ma buoni, ma dei casuali, paracaduti e amici degli amici che stiamo per varare.
Ora è tardi, prevale la deriva di una destra senza scrupoli nelle alleanze, l’esatto contrario della nuova ma sempre più antica sinistracentro lettiana.
E fa un po’ rabbia, perché non é vero che il Paese si é spostato a destra, sarebbe già qualcosa, è molto più banalmente il Paese dei passi a lato, con salto sul wagon se sei atlet. Ci sono tutte le condizioni nazionali e soprattutto internazionali per rendere sterile una proposta sovranista, antistorico un dibattito che non parta dai vincoli geopolitici (e da Pnrr) e in cui temi come l’immigrazione soni diventati marginali, e l’anti Europa folclore no vax adatta ad uno come Gianluigi Paragone, non a un grande paese ancora guidato da Mario Draghi.
La cosa che non si perdona a Enrico Letta é quella di metterci del suo, di aggiungere guai ai guai.
Da dove viene l’assurdo accantonamento del jobs act?
Quando il PD attraversava il deserto berlusconiano andando con Luigi Bersani a trovare le imprese e a capirne i problemi, parlava di quello che questa legge con un cattivo titolo ha poi realizzato compiutamente dopo tanti sforzi di Pietro Ichino e di Tiziano Treu.
Letta sapeva di cosa parlava, oggi c’è uno sconcertante analfabetismo di ritorno. Dice che è finita l’illusione di Tony Blair, ma il leader britannico avrà anche tanti torti, si è giocata la reputazione in Iraq, ha consentito l’avvento dopo di lui di uno come Jeremy Corbyn, ma che c’entra con il jobs act?
Il titolo è banalmente obamiano, ma la sostanza è una flexsecurity danese o addirittura svedese anni 50, un impianto che maramaldo Orlando dice che non ha funzionato, ma ha messo ordine nel mercato del lavoro, ripulito di scorie classiste i rapporti tra lavoratori e imprese, applicato un volano ai contratti indeterminati, senza rendere l’omaggio acritico agli stessi.
Insomma, una bella e complicata azione riformista. La rimozione di Blair sembra psicanalitica. Se c’è un riformismo che fa strage dei luoghi e comuni e può funzionare, mette proprio in discussione i punti fermi dell’eterna sinistra illusionistica.
Non poteva cascare in questa trappola vetero di sinistra uno come Enrico Letta, cui vogliamo bene perché quando è stato necessario, una vita fa, prima di andare a Parigi, queste cose le spiegava pazientemente ai post comunisti.
Ci viene persino il dubbio che Provenzano e Orlando manco glielo avessero chiesto di esporsi così. Il tema non era sul tavolo.
Certo, ora – tanto che c’è- Andrea Orlando tira fuori il feticcio dell’art. 18. Torneremo indietro anche su questo?
Ritornano gli scheletri pre job act, tipo la cassa integrazione per le aziende che hanno chiuso per sempre?
Questo armamentario era roba da reddito di cittadinanza (che infatti è ora rivalutato), ma allora – davvero – perché mettersi con l’inutile draghiano Luigi Di Maio e ripudiare il progressista Giuseppe Conte?
Il ciclo si chiude, gli errori riportano al punto di partenza. E Meloni ride. Lei non ha un programma da proporre, le basta ripetere ogni volta che ci si può fidare di lei, e le stanno credendo.
Beppe Facchetti

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