Dike dice: “Bisogna che tutto tu sappia, sia della verità rotonda il sapere incrollabile sia ciò che sembra agli uomini, privo di vera certezza. Saprai tuttavia anche questo, perché le parvenze dovevano plausibilmente stare in un tutto, pur tutte restando … Ecco che ora ti dico, e tu fa tesoro del detto, quelle che sono le sole due vie di ricerca pensabili: l’una com’“è”, e come impossibile sia che “non sia”, di persuasione è la strada, ché a verità s’accompagna, l’altra come “non è”, come sia necessario “non sia”, che ti dichiaro sentiero del tutto estraneo al sapere: mai capiresti ciò che “non è”, è cosa impossibile, né definirlo potresti … Lo stesso è capire ed “essere”… Qui ti concludo il discorso sicuro nonché il pensiero di verità, e adesso impara le opinioni dei mortali, delle mie parole ascoltando il costrutto ingannevole. Posero duplice forma a dar nome alle loro impressioni: d’una non c’era bisogno, in questo si sono ingannati, l’una dall’altra figura distinsero e posero segni opposti fra loro, di qua il fuoco etereo vampante, utile, assai rarefatto, leggero, in sé del tutto omogeneo, altro rispetto all’altro; anch’esso però in se stesso notte cieca al contrario, forma densa e pesante, Io t’enuncio di ciò sistema in tutto plausibile, sì che mai opinione corrente possa sviarti. Dato che tutte le cose si chiamano tenebra e luce, ciascuna secondo efficacia di queste sull’una o sull’altra …” (traduzione di Giovanni Cerri, 1999).
In sintesi:
- il pensiero di Parmenide è “un pensiero” “di verità”, che corrisponde all’“essere” e che promana dal “detto” della “dea” (greca) della “giustizia” e che assume forma duplice, perché le parvenze dovevano plausibilmente stare in un tutto, pur tutte restando…
- gli uomini posero duplice forma a dar nome alle loro impressionima (di una sola delle due), d’una non c’era bisogno, e in questo si sono ingannati.
Aveva già detto il Prometeo incatenato di Eschilo: “I discorsi composti per ingannare sono, a mio parere, il più turpe dei mali” (v. 685). L’“errore” o la “colpa” è cioè quella, potremmo ben dire, di dare sostanza di “ verità” all’una o all’altra forma. Come dire, che il cacciatore esiste e può esistere solo se (già) esiste una preda, e viceversa …
- in fine, questo vuol dire che non serve unprincipio, un’idea che per prima emerga dal caos dello spazio-aperto, in cui accade ogni e-vento e quindi si manifesta ogni relazione tra le cose, perché le cose sono e sono possibili ciascuna secondo efficacia di queste sull’una o sull’altra …
La relazione tra le cose, ciascuna secondo efficacia di queste sull’una o sull’altra, è in definitiva l’unica condizione necessaria e sufficiente dell’essere, secondo Parmenide.
E’ una forma di relativismo etico? Plausibilmente, sì.
Ha bisogno di una prova? Questo, senz’altro.
Che abbia a che fare, soprattutto, con il presente? E’ inimmaginabile che non sia così.
Calame, nell’op. cit. e di cui al precedente capitolo, riflette criticamente sul fatto che: “Dal punto di vista antropologico, hanno trovato (sogg.: “nuove” speranze) una nuova espressione nei tentativi di fabbricare un ‘uomo aumentato’ e di realizzare il fantasma di un ‘transumanesimo’. Una volta ancora si pone non solo la questione dei limiti assegnati alla nostra condizione di uomo mortale(n.d.r.: ?); ma si deve anche non dimenticare il paradigma ideologico da cui questi tentativi dipendono; l’economismo e il produttivismo del regime capitalistico neoliberale d’ispirazione anglo-sassone, sostenuti dall’ideologia dilagante di un postmodernismo relativista che promuove gli individui messi in concorrenza”.
In effetti, questo giudizio di Calame rappresenta in effetti un pre-giudizio ideo-logico dell’autore, nel senso che in-scrive e ri-manda il “dato” del presente, pur se fosse solo presunto e altrimenti non veritiero, a un’ipotesi ideologica e, viceversa, non meramente fattuale. Così, come dovrebbe semplicemente e-mergere dal con-testo in esame. Con-testo fattuale che dipende, e quindi è determinato, necessariamente, da tutte le cose, ciascuna secondo efficacia di queste sull’una o sull’altra …
Ma, rispetto a una tale conclusione, quale sarebbe la funzione del linguaggio?
Nel Degré zèro de l’ecriture, Roland Barthes scrive: “L’economia del linguaggio classico … è relazionale, cioè le parole vi sono astratte il più possibile a vantaggio dei loro rapporti. In esso nessuna parola è densa di per se stessa: appena è il segno di una cosa e, assai più, lo strumento di un legame”. Fattuale.
Angelo Giubileo
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