In America, e non solo, si sta apprezzando l’esordio letterario di Phillip Lewis, avvocato-scrittore che con “La montagna del padre” (un romanzone vecchia maniera, di quasi quattrocento pagine) invita a riflettere sull’ossessione della scrittura, sui conflitti intimi delle persone, sul tempo e sulle età.
A raccontare questa storia è Henry Aster, il cui padre – uomo di grandi ambizioni letterarie, ma dall’improbabile esito – decide un giorno di tornare con la famiglia al suo villaggio d’origine e di acquistare una enorme casa di acciaio e vetro, bislacca architettura ancorata al fianco della montagna, cupa e inquietante. Una casa-nido che, col passare del tempo, risulterà per il figlio Henry una prigione da cui fuggire, soprattutto quando la famiglia, lassù annidata, verrà travolta dalla tragedia. Ma anche per lui, allo stesso modo del padre, ci sarà un ritorno a quel luogo e alle proprie radici. Così che le storie di padre e figlio andranno a intrecciarsi, sovrapporsi, confrontarsi. Del resto arriva sempre un momento in cui ciascuno deve fare i conti con il passato, con le domande irrisolte, le sofferenze rimosse, con quanto la vita (il destino?) sceglie per noi, perché noi ne siamo i semplici notai. Leggi tutto: http://www.toscanalibri.it/it/scritti/l-esordio-di-phillip-lewis-c-e-sempre-un-ritorno-alle-proprie-radici_2647.html

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