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L’errore cognitivo di Bersani

di Claudio Petruccioli | 1 Maggio 2013

Per dirne una fra le tante, sono restato allibito quando Bersani non ha rimesso l’incarico affidatogli da Napolitano, e se lo è anzi tenuto, pur congelato

bersaniQuando si deve fare un bilancio in politica (si può dirlo, in verità, per tutte le attività umane) lasciarsi andare a indulgenti sentimentalismi, ripetere “poveretto, è una brava persona”, impedisce di analizzare esattamente la situazione e – soprattutto – di trarre dall’esperienza le necessarie lezioni.

Non voglio, qui, neppure abbozzare un bilancio della segreteria Bersani; sono stati tre anni e mezzo abbondanti, dall’ottobre 2009 a oggi; un tempo sufficiente per dare una impronta all’immagine del partito, alle sue strutture e ai suoi assetti interni, a cominciare dalla scelta degli addetti alla conduzione della macchina. Ancora poche settimane fa, particolarmente dopo la vittoria nella competizione con Renzi, Bersani appariva a tutti saldamente in sella come leader del PD, circondato e sostenuto da una leva di donne e uomini da lui promossa e a lui legata. Questo bilancio si farà con il tempo e la calma necessari.

Sento invece l’impellente necessità non dico di trovare le risposte ma di formulare almeno le domande esatte su quello che appare a me un vero e proprio enigma: capire, cioè, il comportamento di Bersani dal voto del 25 febbraio in qua. Questi due mesi sono stati dominati, a mio avviso, da un errore madornale, addirittura inconcepibile per chi ha la sua esperienza e viene da una scuola come quella del Pci. Un errore non di linea politica, di tattica o simili: un errore che non saprei definire diversamente che cognitivo in quanto ha determinato un vero e proprio disconoscimento della realtà.

Per dirla semplicemente, Bersani si è comportato come se avesse vinto le elezioni; il che – notoriamente – non è stato. Non avrebbe fatto nulla di quanto ha fatto se non fosse partito da questa premessa infondata. Non avrebbe preteso che l’incarico di formare il governo fosse attribuito a lui e a nessun altro; non avrebbe creduto oltre ogni ragionevolezza che dal M5S gli sarebbero venuti tributi che si concedono solo ai vincitori; non avrebbe – in particolare – enfatizzato il carattere “di cambiamento” del suo governo che (a parte ogni altra considerazione) presupporrebbe una maggioranza solida e autosufficiente.

Che questo fosse il punto critico, è risultato chiarissimo dalle prime parole pronunciate da Enrico Letta subito dopo aver ricevuto l’incarico di formare il governo. “Non c’è stato – ha detto – un vincitore delle elezioni”. Sette parole: è bastato pronunciarle ed è cambiato tutto il film. Se le avesse pensate e dette, fin dall’inizio, Bersani lo svolgimento delle vicende politiche postelettorali sarebbe stato tutt’altro e – con ogni probabilità – lui stesso non avrebbe dovuto passare la mano ad altri, pronti a dare voce alla inoppugnabile verità dei fatti.

Come spiegare perché non lo ha fatto? perché è avvenuto questo inaudito fraintendimento? Evito speculazioni psicologiche, come chiamare in causa lo choc che, spesso, segue alla mancata realizzazione di un obiettivo considerato sicuro e fortemente agognato. Né riesco a immaginare che il premio assicurato dal porcellum (che ha quasi raddoppiato la rappresentanza del PD alla Camera) possa aver indotto ad una sconsiderata sopravvalutazione di un risultato elettorale più che modesto (un quarto di voti in meno rispetto a quelli del 2008).

Per dirne una fra le tante, sono restato allibito quando Bersani non ha rimesso l’incarico affidatogli da Napolitano, e se lo è anzi tenuto, pur congelato (tra parentesi: che fine ha fatto formalmente quell’incarico?). Ha reso così impossibile la separazione fra le scelte per il Quirinale e le dinamiche per la formazione del governo, separazione che pure andava predicando. Penso che questa imprudenza abbia pesato molto nella serie di rovesci registrati durante gli scrutini per la elezione del Capo dello stato. Non credo che c’entri l’ambizione personale; doveva essere però ben salda nel segretario del PD la convinzione di poter raggiungere quanto si proponeva.

Comunque io lo giri, non riesco a venire a capo del rebus. La sola motivazione politica plausibile che possa darmi conto della condotta di Bersani negli ultimi due mesi è la seguente: pur sapendo egli benissimo che non poteva finire diversamente da come è finita, cioè con un governo sostenuto sia dal centrosinistra che dal centrodestra, ha voluto posizionarsi come colui che esclude, in qualunque circostanza, ogni commistione, ogni forma di collaborazione governativa con il Pdl. Se è così, vuol dire che affida alla nettezza di questo profilo e di questa collocazione le sue future battaglie e fortune politiche.

Riconosco che – nonostante io non sia stato capace di trovarne altre – questa spiegazione appare anche a me poco convincente. Meglio così; perché se avesse invece un fondamento la vita tanto del PD che si prepara al congresso, quanto del governo appena varato conoscerebbe travagli durissimi.

Pubblicato in : Editoriale

Info Claudio Petruccioli

Interazioni del lettore

Commenti

  1. luigi

    2 Maggio 2013 alle 18:33

    Io penso che Bersani non abbia agito da incaricato alla formazione del governo bensì da segretario del PD. Bersani ha visto i voti di Grillo, ha fatto quattro conti alla contadina piacentina e, senza troppi fronzoli, ha capito che almeno per una buona metà quei voti sono roba sua, roba che proviene dall’impostazione culturale del PCI e dall’anti craxismo e dall’antiberlusconismo sui quali le mutazioni di faccita del PCI hanno campato in questi 20 anni. Quindi nella consapevolezza che l’unico governo possibile fosse quello col PDL che però non avrebbe fatto lui, si è buttato su Grillo per poter dire alle prossime elezioni:” avete voluto votare Grillo? Avete visto che sono buoni solo a parlare (linguaggio piacentino) ma poi non sono capaci di prendersi le responsabilità. Per salvare la baracca ci hanno costretto a governare col giaguaro. Noi ci siamo sacrificati, ma adesso che si vota tornate a casa, non fatevi fregare dalle illusioni. Tornate che adesso il giaguaro lo smacchiamo davvero”. Questa è la scommessa di Bersani, il fatto è che se Letta funziona e soprattutto se dura perché il Silvio ha tutto l’interesse a farlo durare, non solo si sgonfia Grillo ma si sgonfia anche lo stratega di Bettola assieme a tutta la ditta e sarà un’altra storia.

    Rispondi
  2. Guido Di Massimo

    1 Maggio 2013 alle 23:07

    Un altro errore sommato a quello descritto è stato il non aver considerato che dati gli scontri avvenuti tra i vertici di PdL e PD in campagna elettorale un possibile accordo sarebbe stato possibile solo passando la mano ai “secondi” dei due partiti; appunto Letta e Alfano.
    Saluti. Guido Di Massimo

    Rispondi

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