Può anche fare un pò paura una società senza strutture intermedie forti, capaci per definizione di mediare e incanalare razionalmente pulsioni che, con questa infinita crisi economica, potrebbero essere pericolose. Ma così sono i tempi.
Secondo i criteri tradizionali di un tempo, la manifestazione CGIL di Piazza San Giovanni è andata bene: piazza piena, come da richiesta, inusualmente accorata, di Susanna Camusso.
Il problema è però di interpretazione: quale successo concreto?, per dimostrare cosa?, quale sorte per un articolo 18 già tornato nel cono d’ombra?
Tutti interrogativi che un tempo sarebbero stati impensabili e persino offensivi perché una piazza affollata avrebbe risolto quasi tutti i problemi, ma ormai non accade più che una manifestazione faccia cadere i governi, o bloccare la riforma delle pensioni, come con Berlusconi (sembra un secolo fa).
I motivi di protesta e malcontento settoriale sono talmente tanti che le piazze si riempiono, e fanno sfogare le impotenze evidenziate da una politica senza alternative, con il primo (e unico) attore sulla scena così forte da svuotare l’incidenza della più grande corporazione del lavoro, e persino del suo stesso partito. Anche Renzi ha raccolto migliaia di persone nella sua stazione di partenza (e ripartenza), e ha avuto l’ultima parola, oscurando in 24 ore l’effetto piazza, parlando con incisivo realismo di cose possibili e non di sogni, lasciando alla sua minoranza di dire una verità di per sé però non risolutiva, e cioè che quella piazza di Roma raccoglieva comunque la sofferenza e il disagio di tanti. Ma chi è stato più a sinistra, tra chi sventola le bandiere e chi fa la manovra che taglia (o taglierebbe) le tasse, è rimasto un problema non risolto e dunque di per sé a somma negativa per chi non è riuscito a togliersi l’etichetta un po’ retrò della sinistra che soltanto protesta e ancora si avvinghia all’articolo 18.
La gente in piazza che ascolta il palco diventa così una conferma involontaria del metodo renziano di rapporto diretto con il popolo: la CGIL si consola con i suoi iscritti (neppure tutti: i pensionati sono freddi), così come Grillo con i suoi “cittadini” usciti dalla rete, e come la Lega con i suoi irriducibili in camicia verde.
Disintermediazione è una brutta parola, ma è il nuovo messaggio al tempo dei social.
Renzi lo ha cavalcato con il consueto cinismo, spiazzando i soggetti della commedia italiana di sempre: i sindacati, la Confindustria, le categorie, i salotti, la cultura, la magistratura, gli editorialisti. Persino quelli istituzionali: il Senato, le Regioni, le Province, la Commissione Europea.
Può anche fare un pò paura una società senza strutture intermedie forti, capaci per definizione di mediare e incanalare razionalmente pulsioni che, con questa infinita crisi economica, potrebbero essere pericolose.
Ma così sono i tempi, e impressiona il fatto, rilevato acutamente da Claudio Cerasa sul Foglio, che nel mondo intero si affermino proprio i protagonisti della disintermediazione.
I leader della nuova economia basata sul web, sono personaggi come Jan Koum, l’inventore di Whats up, che consente alla messaggistica di saltare le reti tradizionali, o come Travis Kalanik, che con Uber mette in crisi taxisti e metropolitane, o come Brian Chesky, che con Airbnb taglia fuori, in un colpo solo, agenzie di viaggio e catene alberghiere, e rende obsoleto persino Booking com.
Tutti quasi quarantenni come Renzi, come il pioniere Zuckerberg, che con Facebook ha stabilito che l’”amicizia” (per 1,4 miliardi di persone!) non ha (o avrebbe…) più bisogno di alimentarsi nei luoghi della tradizione: la scuola, il lavoro, le relazioni sociali. Oggi, il giornalismo stesso, salta le agenzie, e anche – purtroppo – le inchieste e gli inviati speciali, rivolgendosi a twitter per l’ultima notizia.
Ecco perché le manifestazioni, i discorsi urlati di Landini, lo sventolio delle bandiere appaiono l’aspetto più arretrato della disintermediazione, cose di un’altra epoca, e prevale una specie di surreale individualismo di massa, un ossimoro che nasce dallo smartphone che abbiamo in tasca, che ci collega (direttamente) con il mondo a furia di messaggini, di emoticon, di ragionamenti compressi in 140 caratteri.
Si tratta chiaramente di una fase di distruzione, speriamo creatrice, del passato. Il pendolo troverà alla fine un equilibrio. Ma un conto è contestare Berlusconi e un conto prendersela con un partito di sinistra al 41%. E’ qui il nodo che rischia di strangolare Camusso, nonostante le sue piazze, perchè Renzi dà l’impressione del gatto che gioca con il topo quando dice parole paternaliste sui “bravi ragazzi” del sindacato.
Facendolo così diventare uno dei tanti soggetti della società, nonostante la sua storia e le tante battaglie vinte. In attesa forse che la stessa sorte tocchi al PD che, inglobando chiunque, da Montezemolo a Migliore, diventerebbe tanto grande da perdere identità.

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