A scuotere il suo sistema nervoso non c’era stato soltanto il trauma dell’espulsione: l’ortodossia non si limita mai a toglierti di mezzo (il rogo), l’eretico va delegittimato, calunniato, vilipeso. Soprattutto va dichiarato pazzo.
Il caso Piegari è il titolo dell’ultimo libro scritto da Ermanno Rea per i tipi della Feltrinelli (settembre 2014). Nel testo, l’autore narra da par suo la vicenda umana e politica di Guido Piegari, “giovane leader del Gruppo Gramsci attivo a Napoli tra la fine degli anni quaranta ed il 1954, allorquando fu cacciato dal Pci, insieme a Gerardo Marotta, conseguenza da loro forse non prevista dei loro atti di coraggio intellettuale e politico”.
Caro lettore, immediatamente ti sembrerà del tutto avulsa dal contesto, ma la citazione della prima legge della costruzione di George Spencer Brown descrive perfettamente l’operazione che il Pci di allora realizzò con la “liquidazione del Gruppo Gramsci”: Opera una distinzione. Chiamala prima distinzione. Chiama lo spazio in cui opera tale distinzione lo ‘spazio’ che mediante tale distinzione viene separato o diviso. La liquidazione, com’è sempre stato nella logica del partito che fu ed è stato il Pci, fu decisa dal Segretario, allora Togliatti, ma “pretesa e ottenuta da Giorgio Amendola”.
Il motivo? Essenzialmente politico, ma frutto di una diversa matrice assunta dal Gruppo Gramsci, culturale e quindi prepolitica, in linea con i dettami del leader storico. Una matrice culturale, vedremo a breve di foggia hegeliana, che causò una divisione sul piano essenzialmente politico e quindi determinò l’occupazione, che si rivelerà in pianta stabile, di uno spazio separato o diviso. Tutto questo, al di fuori di ogni metafora.
Il Gruppo Gramsci, oltrepassando la concezione illuminista e ispirandosi al filone degli studi hegeliani, intendeva e propugnava una visione dello stato quale “non strumento subordinato, il servitore pubblico, ma la sintesi etica dell’organismo sociale”. In particolare, per quello che atteneva alla cosiddetta questione meridionale, gli epurati auspicavano che “la” questione non fosse posta in un’ottica, ancor peggio, di una parte né, tanto meno, di uno stato che imponga le proprie scelte a salvaguardia dei diritti di ogni individuo e in particolare, come nel caso di specie, di quelli più svantaggiati. La questione meridionale, era e doveva essere per il Gruppo Gramsci questione avvertita e vissuta all’interno dell’intero “corpo” individuale e collettivo della nazione, questione unitaria trattata all’interno di un rinnovato stato unitario. Questione, dunque, nazionale.
Contro l’impostazione del gruppo dirigente del Pci nazionale e locale, di allora, e che successivamente procurerà nuove insidie e trappole al futuro del corpo della nazione, facendo leva prima sul regionalismo degli anni settanta e poi sul falsofederalismo d’inizio secolo. Un’impostazione, allora, né illuminista né hegeliana. Bensì, un rimpasto di quello che, nel testo, è definito “l’amendolismo per quello che era; un’odiosa gestione autoritaria del partito di pura marca stalinista e, all’opposto, il culto del compromesso nelle relazioni politiche generali”.
Pertanto, una vicenda politica che assume importanti risvolti sia in ordine all’“attualità di una vecchia sconfitta”, come evidenzia già in copertina l’autore, sia in ordine all’iniziativa, viceversa poi assunta da un illustre avvocato amministrativista quale divenne negli anni a seguire l’allora giovane Gerardo Marotta, dell’edificazione nel 1975 al centro della città di Napoli di un’accademia culturale e scientifica di rilievo internazionale: l’Istituto italiano per gli studi filosofici.
Una vicenda, quest’ultima, di formazione; da subito apprezzata in ambienti culturali internazionali e per lunghi anni coronata anche da successo. Di recente, invece, particolarmente osteggiata; in base alla testimonianza diretta del fondatore, così come raccolta dall’autore nel testo: “Ho citato prima l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti che decretò improvvisamente la cessazione di tutte le sovvenzioni pubbliche che ci avevano consentito di dar vita, a Napoli, al nostro straordinario laboratorio. Ma in realtà Tremonti fu soltanto il braccio esecutivo di una politica di depauperamento culturale pronunciata da una vera e propria rete di ‘congiurati’ nemici dell’unità culturale europea, che hanno sempre tentato di colpirci alle spalle privandoci di ogni risorsa pubblica”.
Una vicenda dunque, quella narrata, dai numerosi e perfino inaspettati risvolti, che trascendono il piano personale ed interessano i diversi ambiti di vita e di sviluppo di una collettività, come la storia della nostra nazione insegna, separata e divisa: “Piegari, che pure aveva scelto Hegel come oggetto di studio collettivo, non era hegeliano … Hegel (era visto) più come un mezzo che come un fine; un mezzo di affinamento culturale … Insomma, il tema della crisi era considerato dalla cultura della sinistra italiana, a quell’epoca, come un corpo estraneo rispetto alla propria ideologia, come un fatto squisitamente borghese e perciò da rimuovere e basta. Del resto, in Italia il tema della crisi non era mai riuscito a mettere radici. Ci aveva già pensato il fascismo a rimuoverlo. E lo stesso aveva fatto il crocianesimo …”.
In fine, ma non ultima, la vicenda narra di un altro corpo, il corpo fisico della persona, che fu Guido Piegari. Scrive Rea: “Piegari si sente spiato, seguito, minacciato. Non si contano le ombre che improvvisamente lo accerchiano … D’altronde, a scuotere il suo sistema nervoso non c’era stato soltanto il trauma dell’espulsione: l’ortodossia non si limita mai a toglierti di mezzo (il rogo), l’eretico va delegittimato, calunniato, vilipeso. Soprattutto va dichiarato pazzo. Piegari è pazzo, dissero infatti gli agit-prop della potente macchina da guerra ortodossa. E tanto lo dissero finchè il povero Piegari sentì effettivamente vacillare il proprio equilibrio, scoprendo gli incubi della mania di persecuzione”.
Il caso Piegari è una testimonianza che davvero mancava e dalla quale tantissimi hanno, purtroppo anche oggi, molto ancora da imparare.

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