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Leone XIV, pastore delle anime

È stato appena eletto il Santo Padre, e già il mondo s’interroga, sussurra, si divide. Alcuni dicono che abbia un avo creolo, dunque il sangue gli scorre mischiato di molte terre, e porta sul volto i colori del mondo. È americano di nascita, ma suo padre era figlio d’Europa: francese e italiano. La madre, invece, è spagnola, e nei suoi occhi forse brilla un sole iberico. Un Papa figlio di molti popoli, di molti battesimi culturali. E come sempre accade, la politica comincia a litigare. C’è chi dice: “È progressista, sarà la voce del cambiamento.” Altri replicano: “Impossibile, è americano, e dunque sarà vicino al potere, all’ordine, alla conservazione.” Le voci si rincorrono, si contraddicono, si accavallano.

di Angelo Santoro | 11 Maggio 2025

È stato appena eletto il Santo Padre, e già il mondo s’interroga, sussurra, si divide. Alcuni dicono che abbia un avo creolo, dunque il sangue gli scorre mischiato di molte terre, e porta sul volto i colori del mondo. È americano di nascita, ma suo padre era figlio d’Europa: francese e italiano. La madre, invece, è spagnola, e nei suoi occhi forse brilla un sole iberico. Un Papa figlio di molti popoli, di molti battesimi culturali. E come sempre accade, la politica comincia a litigare. C’è chi dice: “È progressista, sarà la voce del cambiamento.” Altri replicano: “Impossibile, è americano, e dunque sarà vicino al potere, all’ordine, alla conservazione.” Le voci si rincorrono, si contraddicono, si accavallano. Ma la verità – come spesso accade – non si lascia prendere da mani impazienti. Leone XIV non è che un uomo. Eppure è anche di più. È il prescelto, il pastore delle anime, come lo furono i suoi predecessori, chiamato a guidare non con la forza del comando, ma con la tenerezza della cura. Sarà un Papa che guarderà agli ultimi, a chi vive ai margini, ma anche ai primi, a chi ha il potere di aiutare, di sollevare, di cambiare. Perché il dolore del mondo non si allevia senza mani forti e cuori aperti. Avremo, insomma, un Papa che farà il Papa. E tanto basta. Perché la Chiesa di Roma, con tutti i suoi difetti – e sono tanti, noti e meno noti – non ha mai smesso di ascoltare il tempo, di leggerlo con occhi spirituali. Sa intuire, attraverso lo Spirito Santo, ciò che sfugge alla vista comune. È una madre antica, a volte stanca, ma ancora capace di visioni. La fede che essa custodisce è una luce quieta ma tenace. Permette all’uomo di sperare in un mondo migliore, qui o altrove, in questa vita o in quella promessa. La fede è un bisogno profondo, persino in chi la nega. Perché anche chi dice “non credo” in realtà crede: crede nella ragione, nell’umanità, nella scienza, in se stesso. Anche il non credere è un atto di fede. Alcuni già leggono nella scelta del nome Leone un riferimento al grande Leone XIII, papa Pecci, che alla fine dell’Ottocento scrisse la Rerum Novarum, una delle encicliche più importanti della modernità. Parlava dei diritti dei lavoratori, delle responsabilità dei datori, della giustizia sociale in un mondo travolto dalla rivoluzione industriale. Chi vede in Leone XIV una continuità con quella visione lo fa per cercare un segno, una guida, un orientamento. Forse sbaglia, forse indovina. Ma ogni Papa è anche figlio del tempo che lo genera. Il nostro augurio non può che essere semplice e profondo: che Leone XIV possa regnare a lungo, come il suo omonimo, che fu Pontefice per venticinque anni, quattro mesi e ventinove giorni. Uno dei pontificati più lunghi della storia. Ma soprattutto, che sia un Papa di parole giuste, di gesti veri, di ascolto silenzioso. Già nelle sue prime parole si è colta una direzione, un’intenzione. Ha parlato di pace. Ma non una pace vaga o astratta: una pace “disarmata e disarmante”, che disarma prima il cuore, poi le mani. Una pace che non si impone, ma si offre. Ha parlato di ponti da costruire, di una Chiesa missionaria, capace di attraversare i fiumi e i deserti del mondo per incontrare chi ha fame non solo di pane, ma di dignità, di amore. E allora qualcuno si chiede: “Aveva forse già un piano?” Come se fosse entrato in Conclave con un progetto scritto, certo di essere lui il Prescelto. Ma chi crede davvero sa che lo Spirito soffia dove vuole, e quando chiama, chiama a mani nude. Non servono programmi, ma fede. Non servono strategie, ma coraggio. Forse l’anima di Leone XIV si è formata davvero nei lunghi anni trascorsi nelle zone più povere del Perù. Tra le montagne dimenticate, tra le case senza tetto e le vite senza voce, dove la Chiesa non è una struttura, ma una presenza viva. È lì che si impara il valore della carità concreta, del Vangelo vissuto, della fede che si fa cammino. E forse è lì che è nato il suo nome. Francis Robert Prevost. Un nome che, per qualcuno, richiama ancora la Rerum Novarum, come se quel documento fosse inciso nella sua vocazione. Ma alla fine, il mistero di una chiamata rimane mistero.

Io, da cristiano, non posso che restare in ascolto. E dire, con semplicità e fiducia, che Leone XIV è – oggi – il re di tutte le anime. Anche della mia. Almeno, lo spero.

Angelo Santoro

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, chiesa, figlio, giustizia sociale, mondo, nato, orientamento, roma

Info Angelo Santoro

Angelo Santoro è un giornalista e scrittore. Editorialista di “Avanti Online”

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