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Leonardo ed Eni

Sono rimaste le sole aziende italiane di spessore e dimensioni planetarie nel mondo economico ed industriale che ancora competono, tutto il resto in Italia è morto, sempre nella speranza che qualche procura non si persuada di aprire inchieste su di loro per corruzione internazionale bloccando o facendo perdere mega operazioni che per fortuna, spesso, si concludono con ampie assoluzioni ma solo dopo molti anni e con la perdita delle acquisizioni messe sotto inchiesta.

di Raffaele Romano | 13 Dicembre 2023

Sono rimaste le sole aziende italiane di spessore e dimensioni planetarie nel mondo economico ed industriale che ancora competono, tutto il resto in Italia è morto, sempre nella speranza che qualche procura non si persuada di aprire inchieste su di loro per corruzione internazionale bloccando o facendo perdere mega operazioni che per fortuna, spesso, si concludono con ampie assoluzioni ma solo dopo molti anni e con la perdita delle acquisizioni messe sotto inchiesta.

Una trentina di anni fa l’Italia, con tutti i suoi presunti demeriti, era per reddito pro capite e per PIL la quarta potenza economica del mondo. Lo dimostra il fatto che solo una volta nel 1986 abbiamo ricevuto la tripla AAA da Moody’s e dalle altre agenzie di rating che fecero scrivere alla rivista americana “Newsweek” che dedicò, al governo dell’epoca, una copertina dal titolo evocativo e significativo “Nuovo miracolo economico italiano” in cui evidenziava il fatto che il reddito medio del Bel Paese aveva addirittura superato quello della Gran Bretagna.

Orbene quale era la classe dirigente del Paese dell’epoca che riuscì a portarci a tale livello? Essa era composta da tre componenti fondamentali: la classe politica della tanto deprecata prima Repubblica, dirigenti sindacali con una visione enorme ed un capitalismo privato all’altezza delle sfide mondiali affiancato da un capitalismo pubblico che possedeva gioielli dall’immenso valore anche di natura geopolitica.

Poi arrivò il golpe che smantellò tutto ciò ed i nuovi politici della seconda Repubblica misero mano al patrimonio degli italiani svendendo il Banco Roma, il Banco Napoli, la BNL, Credito Italiano, Banca Commerciale Italiana, Medio Credito Centrale, Credito Industriale Sardo, Melior Banca, San Paolo Torino, IMI, INA, Enel, Snam, Agip, Acciaierie, Intera rete telefonica, Seat, Aeroporti Roma, SME, FFSS ecc.

L’altro fronte del capitalismo privato nostrano, quelli sopravvissuti alle epurazioni del golpe in essere, si spaventò in quanto non vedeva più quale fosse l’orizzonte interno ed internazionale del Paese perché la crescita e lo sviluppo si facevano e si fanno avendo elementi certi su politica industriale e finanziaria ed allora intimorito o forse addirittura impaurito vendette.

Di seguito riportiamo i marchi italiani venduti all’estero: Acciaierie Lucchini, Acqua di Parma, Algida, Antica gelateria del Corso, Baci Perugina, Barilla, Benelli, Bertolli, Bottega Veneta, Brioni, Brunello Montalcino, Buccellati, Bulgari, Cademartori, Carapelli, Casanova, Cerruti, Chianti Gallo nero, Coccinelle, Conbipel, Dietor, Dietorelle, Ducati, Edison, Pucci, Ercole Marelli, Eridania, Fastweb, Fendi, Ferretti, Fiat Avio, Flora, Galbani, Gancia, Gelati Motta, Ferrè, Indesit, Invernizzi, Italcementi, Italpizza, Krizia, La Perla, Lario, Loro Piana, Lumberjack, Mandarina Duck, Merloni, Orzo bimbo, Parmalat, Pasta Garofalo, Pernigotti, Pininfarina, Pirelli, Plasmon, Poltrona Frau, Pomellato, Rigamonti salumificio, Riso Scotti, Safilo, San pellegrino, Santa Rosa, Sasib, Sasso, Sergio Rossi, Sergio Tacchini, Sixty, Splendid, Star, Stock, Valentino, Valle degli Orti, Versace, Wind, World Duty Free, Zanussi.

Gucci, Bottega Veneta, Pomellato, Dodo, Brioni e Richard Ginori, Loro Piana, Fendi, Emilio Pucci e Bulgari, Valentino, Rinascente, Galbani, Locatelli, Invernizzi e Cademartori, Cirio, Bertolli e De Rica, Pernigotti, Peroni e Ichnusa, Ansaldo Breda, Fiat Ferrovia, Lamborghini e Fiorucci.

Sicuramente qualche marchio sarà sfuggito ma in questi due terribili elenchi molti dei nostri lettori troveranno sigle che mai immaginavano che fossero state vendute.

L’amara conclusione che si può trarre è che, incalzati dalle urla e dal ghigliottinismo di quell’infelice periodo, taluni hanno voluto che si buttasse via il bambino insieme all’acqua sporca. Ed ora godiamoci la tripla BBB!  

Raffaele Romano

Pubblicato in : EditorialeTag: agenzie di rating, anni, bambino, capitalismo, classe dirigente, classe politica, emilio pucci, finanziaria, ginori, governo, gran bretagna, italia, mondo, napoli, natura, prima repubblica, repubblica, roma, seconda repubblica, speranza, sviluppo

Info Raffaele Romano

Raffaele Romano è laureato ed è iscritto all’Albo dei Giornalisti del Lazio.
Ha fatto studi storici e filosofici.
Da giornalista si occupa di Storia Contemporanea quindi, per inerzia, si deve occupare di geopolitica e di economia e finanza avvalendosi di 15 anni di esperienze in banca.
Non disdegna, ogni tanto, di scrivere articoli sul “Cinema ed il Teatro”.
Ovviamente tifa per il Napoli da sempre.
Ha collaborato con molte testate a partire dal glorioso “Avanti” dove ha imparato il mestiere.
Attualmente collabora con alcune testate on line e, dal 2016, svolge l’attività di volontario per il Messico della Onlus N.P.H. USA (Nuestros Pequenos Hermanos).
Più altre cose.
L’autunno scorso ha pubblicato “Andreotti, Craxi e Moro visti dalla CIA” con documentazione desecretata presso la Centrale di Intelligence statunitense e dal Dipartimento di Stato.
A fine settembre uscirà il sequel che si occupa del movimento sindacale italiano dagli anni ’30 agli ’80 del XX secolo.

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