
Sono rimaste le sole aziende italiane di spessore e dimensioni planetarie nel mondo economico ed industriale che ancora competono, tutto il resto in Italia è morto, sempre nella speranza che qualche procura non si persuada di aprire inchieste su di loro per corruzione internazionale bloccando o facendo perdere mega operazioni che per fortuna, spesso, si concludono con ampie assoluzioni ma solo dopo molti anni e con la perdita delle acquisizioni messe sotto inchiesta.
Una trentina di anni fa l’Italia, con tutti i suoi presunti demeriti, era per reddito pro capite e per PIL la quarta potenza economica del mondo. Lo dimostra il fatto che solo una volta nel 1986 abbiamo ricevuto la tripla AAA da Moody’s e dalle altre agenzie di rating che fecero scrivere alla rivista americana “Newsweek” che dedicò, al governo dell’epoca, una copertina dal titolo evocativo e significativo “Nuovo miracolo economico italiano” in cui evidenziava il fatto che il reddito medio del Bel Paese aveva addirittura superato quello della Gran Bretagna.
Orbene quale era la classe dirigente del Paese dell’epoca che riuscì a portarci a tale livello? Essa era composta da tre componenti fondamentali: la classe politica della tanto deprecata prima Repubblica, dirigenti sindacali con una visione enorme ed un capitalismo privato all’altezza delle sfide mondiali affiancato da un capitalismo pubblico che possedeva gioielli dall’immenso valore anche di natura geopolitica.
Poi arrivò il golpe che smantellò tutto ciò ed i nuovi politici della seconda Repubblica misero mano al patrimonio degli italiani svendendo il Banco Roma, il Banco Napoli, la BNL, Credito Italiano, Banca Commerciale Italiana, Medio Credito Centrale, Credito Industriale Sardo, Melior Banca, San Paolo Torino, IMI, INA, Enel, Snam, Agip, Acciaierie, Intera rete telefonica, Seat, Aeroporti Roma, SME, FFSS ecc.
L’altro fronte del capitalismo privato nostrano, quelli sopravvissuti alle epurazioni del golpe in essere, si spaventò in quanto non vedeva più quale fosse l’orizzonte interno ed internazionale del Paese perché la crescita e lo sviluppo si facevano e si fanno avendo elementi certi su politica industriale e finanziaria ed allora intimorito o forse addirittura impaurito vendette.
Di seguito riportiamo i marchi italiani venduti all’estero: Acciaierie Lucchini, Acqua di Parma, Algida, Antica gelateria del Corso, Baci Perugina, Barilla, Benelli, Bertolli, Bottega Veneta, Brioni, Brunello Montalcino, Buccellati, Bulgari, Cademartori, Carapelli, Casanova, Cerruti, Chianti Gallo nero, Coccinelle, Conbipel, Dietor, Dietorelle, Ducati, Edison, Pucci, Ercole Marelli, Eridania, Fastweb, Fendi, Ferretti, Fiat Avio, Flora, Galbani, Gancia, Gelati Motta, Ferrè, Indesit, Invernizzi, Italcementi, Italpizza, Krizia, La Perla, Lario, Loro Piana, Lumberjack, Mandarina Duck, Merloni, Orzo bimbo, Parmalat, Pasta Garofalo, Pernigotti, Pininfarina, Pirelli, Plasmon, Poltrona Frau, Pomellato, Rigamonti salumificio, Riso Scotti, Safilo, San pellegrino, Santa Rosa, Sasib, Sasso, Sergio Rossi, Sergio Tacchini, Sixty, Splendid, Star, Stock, Valentino, Valle degli Orti, Versace, Wind, World Duty Free, Zanussi.
Gucci, Bottega Veneta, Pomellato, Dodo, Brioni e Richard Ginori, Loro Piana, Fendi, Emilio Pucci e Bulgari, Valentino, Rinascente, Galbani, Locatelli, Invernizzi e Cademartori, Cirio, Bertolli e De Rica, Pernigotti, Peroni e Ichnusa, Ansaldo Breda, Fiat Ferrovia, Lamborghini e Fiorucci.
Sicuramente qualche marchio sarà sfuggito ma in questi due terribili elenchi molti dei nostri lettori troveranno sigle che mai immaginavano che fossero state vendute.
L’amara conclusione che si può trarre è che, incalzati dalle urla e dal ghigliottinismo di quell’infelice periodo, taluni hanno voluto che si buttasse via il bambino insieme all’acqua sporca. Ed ora godiamoci la tripla BBB!
Raffaele Romano

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