Cinquecento anni fa ed alcuni spiccioli di giorni (2 maggio 1519) moriva a Amboise (Francia) Leonardo da Vinci, figlio illegittimo di Ser Piero da Vinci. Peccato! In Toscana, in tutto il nostro Paese e in Francia è stato un fiorir di rimembranze, convegni, mostre, riflessioni, osservazioni, approfondimenti. Insomma si è cercato di essere all’altezza del Genio che ha spaziato in tutti i campi artistici, scientifici, architettonici e progettuali della sua epoca, rappresentandola e, nello stesso tempo, distanziandosene anni luce. Un genio si sa appartiene solo in parte alla sua epoca. Che genio sarebbe se potessimo contestualizzarlo completamente?
Eppure… qui dove vivo e dove l’amore per le parole mi ha portato, sembra più semplice avvicinarlo anche se lui all’epoca era molto giovane ed io (oggi) sono abbastanza vecchio per trovare un modo per rapportarmici. Lui aveva poco più di vent’anni e una vita creativa davanti, io un bel futuro dietro le spalle già consumato a fondo. Vivo a Firenze e sono il custode della Chiesa di San Bartolomeo a Monte Oliveto del 1472 (che si deve all’Architetto Michelozzo di Bartolomeo Michelozzi, scultore e Architetto) sita su una collinetta limitrofa a Porta San Frediano e a Porta Romana. In questa Chiesa Leonardo dipinse l’Annunciazione intorno al 1574/75 che ha lasciato il suo luogo di nascita con le musealizzazioni del 1867 al tempo di Firenze Capitale. Sembra che la critica abbia finalmente deciso che la mano di Leonardo è certa, come certo è che questa splendida opera non abbia niente a che fare (salvo alcune citazioni, come il leggio della Santa Vergine) con il Maestro di Leonardo, Andrea del Verrocchio e con la sua bottega. La critica si sa ha tutte le doti della soggettività e si è persa spesso nel voler individuare errori prospettici all’opera dovuti, tutti concordi, alla gioventù di Leonardo. Se solo si fosse attardata un po’ sulle emozioni si sarebbe accorta che l’Annunciazione era posta in una Sacrestia (all’epoca Sala del Capitolo) dove i Monaci Benedettini Olivetani facevano il loro ingresso da una porta obliqua rispetto all’Annunciazione che, ricordo con tutta la modestia del caso, per i Monaci era una preghiera e non un meraviglioso dipinto. Avessero, la critica, osservato lo sfondo del dipinto sarebbe stato facile vedere che l’arco dei cipressi era ed è fuori dalla Chiesa ed ancora nella stessa posizione e che, in alto a sinistra, scorre l’Arno così come adesso. Là dove era posizionata a due metri e mezzo da terra e dove adesso è la copia del dipinto e guardandola così come la pregavano i Monaci, cioè in obliquo, le prospettive si aggiustano tutte ed anzi testimoniano le straordinarie capacità del giovane Leonardo che, preso da altro per lui in quel momento più interessante, stava dipingendo un po’ per giorno e probabilmente con gli occhi rivolti al cielo e alle tante cornacchie del Monte degli Olivi, il capolavoro assoluto.
Anche per me, come penso fosse allora per i Monaci Olivetani, si tratta di guardare Leonardo in silenzio mentre dipinge, di perdonarlo quando si interrompe più interessato alle prove di volo a Monte Ceceri (Fiesole), dell’osservarlo mentre prepara i colori o asciuga i pennelli, di vederlo giovane senza quella lunga barba e le lunghe chiome un po’ ispide ben sapendo che sarebbero passati anni di vita, creazioni, ricerche, successi, delusioni e fallimenti prima di imbiancarsi.
Mi capita, e sono grato alla sorte che ha voluto farmi vivere qui, di sentire lunghi brividi in tutto il corpo mentre i miei piedi passano sul pavimento in cotto senese dove lui si muoveva. Sempre, entrando, lo saluto con uno sguardo, passo dietro le sue spalle in modo che non mi veda ed infatti non mi vede. Quasi sempre abbasso gli occhi per riconoscenza e per la mia innata e abituale timidezza. Nascondo un inchino anche a me stesso per l’uomo prima che al genio.
Abner Rossi

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