
Nella seconda metà degli anni ’70, mi ritrovai, per pura combinazione, a fare il consigliere comunale ad Agliana, laborioso comune della provincia di Pistoia: rosso che di più non si può, perennemente e inesorabilmente a maggioranza assoluta del vecchio PCI.
A seguito di uno dei sanguinosi fatti di sangue a sfondo terroristico che si succedevano ormai ogni giorno, venne convocata una seduta straordinaria, in piazza, del consiglio comunale.
Si parlò molto della legge Reale e di norme eccezionali per fronteggiare il terrorismo. Mi ritrovai, solo, a manifestare contrarietà alla legge Reale che, tra le altre cose prevedeva, nella prima proposta, una norma (poi cassata) per consentire l’arresto di polizia.
Gli incidenti di Roma alla manifestazione degli “indignados” non mi hanno fatto cambiare idea sulla inopportunità di intraprendere la via della legislazione eccezionale.
E’ fin troppo evidente, in Italia, che il problema non è di norme. Il problema è la loro applicazione e lo sgangherato funzionamento della pubblica amministrazione in tutti i suoi comparti.
Quando il cittadino non riesce a far valere i sui diritti, alla salute, alla pensione, o in mille altre piccole cose, è perché la burocrazia lo schiaccia. La giustizia non è lumaca per un problema di norme, ma perché il concetto di produttività è assente oltre ogni ragionevolezza. Per l’ordine pubblico nessuna norma influisce quanto l’avere agenti ben equipaggiati, in numero sufficiente e ben organizzati.
Le leggi eccezionali significano una cosa inaccettabile: che prevedono eccezioni alle tutele e ai diritti che sono normali in uno stato di diritto.
A noi sembra che già queste eccezioni allo stato di diritto siano troppe, nelle norme di legge e, soprattutto, nella prassi.
Lavorare meglio occorre, non fare passi sulla via dell’autoritarismo.

Parole sante. Anch’io pensavo a queste cose quando ho sentito la proposta e avrei voluto scrivere qualcosa in merito, ma tu lo hai scritto benissimo e, quindi, sottoscrivo in pieno.