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Una legge elettorale per governare bene    

Va pensata non per chi è al potere e magari ha sgovernato, ma per formare la classe dirigente in prospettiva pluridecennale.

di Aldo A. Mola | 3 Luglio 2017

Fatto trenta, si può fare trentuno. Il rinvio a settembre della discussione parlamentare sulla legge elettorale non è affatto la fine del mondo. Un Parlamento da anni ripetutamente messo in mora dalla Corte Costituzionale ha motivo di pensarci ancora e di decidere libero da quella calura estiva che Renzi voleva fosse vigilia di elezioni. In un paese serio la legge elettorale non è un cencio usa e getta, acquistato a prezzi di saldo. E’ il pilastro del rapporto democratico tra cittadini e istituzioni. Va pensata non per chi è al potere e magari ha sgovernato, ma per formare la classe dirigente in prospettiva pluridecennale (esattamente ciò che occorre in Italia per restituire dignità alla Pubblica Istruzione: demolita per decenni, essa ne richiederà altrettanti per tornare qual era). Nel frattempo vi è più tempo per prendere atto delle novità emerse dalle amministrative del 18-25 giugno. In primo luogo, a differenza di quanto sostengono tanti commentatori di modesta formazione storica, l’Italia non è affatto tripolare. Gli elettori percepiscono ancora nettamente la differenza tra “Destra” (liberaldemocratica, moderata, con sano innesto di difesa degli interessi patrii)  e “Sinistra” (statalista, quintomondista, nostalgica del “socialismo reale”), mentre che cosa siano e che cosa davvero vogliano i “grillini” era e rimane un mistero poco gaudioso. In secondo luogo è emerso che il centro-destra vince dove si presenta unito e con candidati credibili. Dove il suo elettorato è fiacco, rassegnato, più corrivo alle merende fuori porta che alle urne esso perde anche se ha la vittoria in tasca. Dall’insieme delle amministrative è risultata ancora più chiara l’importanza della coalizione e/o federazione tra forze simili o comunque convergenti su alcuni punti politici cardinali, come “di centro” a guida democristiana, un ventaglio di correnti tenute insieme da quel tanto di “senso dello Stato” che i loro dirigenti avevano ereditato dall’Italia nella quale si erano formati: élites a quotidiano contatto con la nazione. Solo una legge elettorale convincente restituirà ai cittadini la fiducia che l’esercizio del diritto di voto trova rispondenza nel rispetto della loro volontà, liberandoli dal sospetto (spesso fondato) che “tanto l’uno vale l’altro”: rassegnato preludio all’avvento di regimi autoritari o totalitari. Gli elettori hanno bisogno di vedere che il loro voto pesa, come accadde nei primi settant’anni dell’Italia unita e per alcuni decenni di questo dopoguerra, erroneamente liquidati come “Italietta” e “Prima repubblica (quasi l’attuale sia migliore dell’una e dell’altra). Una legge elettorale con equilibrato premio maggioritario è il volano per  quella “Conquista degli astenuti” che Renato Mannheimer e Giacomo Sani analizzarono in un saggio edito da il Mulino quasi vent’anni orsono per rispondere alla domanda “Perché un italiano su tre non va a votare”: quesito ancora più assillante oggi, quando a votare vanno cinque o sei su dieci.

***

A chi gli domandò quale sia il dovere dei “politici” Giovanni Giolitti, insuperato Statista dall’unità a oggi, rispose ruvido in piemontese: “Venta governè bin. Bisogna governare bene”. Il governo ha due compiti: amministrare la vita quotidiana e guardare lontano. Ha il diritto/dovere di assicurarsi il consenso del Parlamento e quindi dell’elettorato. Al tempo stesso ha quello di prendere decisioni tanto impopolari quanto lungimiranti: in politica estera (che porta con sé quella militare), per la sicurezza civile pubblica e privata, per varare le grandi infrastrutture modernizzanti (un tempo le ferrovie e i porti, oggi l’informatizzazione del territorio), volano del benessere futuro dei cittadini.

Governare bene è quanto fece l’Italia monarchica e liberale: l’opposto di quella catto-comunista. In mezzo secolo essa portò un Paese dalla secolare arretratezza alla modernità.  Il segreto era uno solo: la legge elettorale, che propiziò l’ascesa di decine di migliaia di parlamentari, sindaci, consiglieri provinciali,… In ognuno dei collegi elettorali del regno gli aventi diritto sceglievano liberamente il loro rappresentante: al primo turno o, una settimana dopo, nel ballottaggio tra i due più votati. L’eletto aveva quattro anni di tempo per farsi apprezzare o disistimare: non aveva alcun vincolo di mandato, rappresentava la Nazione, ma doveva pur occuparsi dei cittadini che l’avevano eletto. Poteva ingannare una volta; sapeva  che la sovranità non era negli artigli di un Ente (o di un Gran Consiglio, come tra il 1929 e il 1939) ma nei cittadini. E’ pur vero che anche in quell’epoca vi erano camarille e corruzione: ma in dosi che richiedevano abilità personale, non di essere semplicemente “a noleggio”.

Così in settant’anni l’Italia formò  una tra le classi dirigenti più preparate e rappresentative d’Europa, anzi dell’intero “Occidente”. Chi ha dubbi dia un’occhiata a quanto all’epoca avveniva negli altri Paesi. I deputati davvero bravi rimasero in carica decenni: perché “governare bene”  è un “mestiere” serio. Lo spiegò Socrate agli Ateniesi, il cui tribunale supremo, l’Areopago, lo condannò a morte perché i suoi concittadini non volevano farsi ripetere ogni giorno quanto fossero ciechi e faziosi. Da quando lo Statuto di Carlo Alberto di Sardegna instaurò la Camera elettiva i presidenti del Consiglio furono tutti uomini di lunga esperienza, politica e di studi. Erano persone che pensavano in europeo perché l’Europa c’è dall’Impero Romano, quando comprendeva l’intero Mediterraneo: un monito per chi oggi non sa contenere l’invasione di extracomunitari spacciati per “rifugiati” o “richiedenti asilo”.

Il Parlamento attuale, eletto sulla base di una legge dichiarata parzialmente incostituzionale, spesso ha dato di sé spettacolo indecoroso: non per le migrazioni dall’uno all’altro partito o movimento, per la continua invenzione di gruppi e correnti all’interno dei “cartelli” più numerosi (compresi grillini parlanti), né solo per le risse talora plateali, ma per la sua manifesta e colpevole inconcludenza sui nodi fondamentali della società civile. L’art. 47 della Costituzione afferma che la Repubblica “incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme, disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. L’attuale è la Repubblica del Monte Paschi di Siena, della Banca Etruria, di quelle Venete, di Carige…E’ quella che  penalizza in tutti i modi il risparmio. L’articolo 41 recita che “l’iniziativa economica privata è libera”. In realtà nell’Italia odierna soffocata in fasce. Secondo l’articolo 42 “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge”. Nei fatti essa è munta quotidianamente da Stato, Regioni, Province e Comuni. I proprietari di una casa o di un campo vengono annualmente espropriati da un un sistema fiscale vorace dinnanzi al quale il cittadino è impotente e cova ribellione perché non vede come altrimenti liberarsi da una “cupola” di incompetenti divisi su tutto tranne che nella spartizione della torta. La decadenza automatica dopo due legislature sbandierata come garanzia di ricambio è una sciocca invenzione recente, una menzogna buona per le allodole (una tra le specie più stupide di uccelli) perché, con la legge elettorale vigente, essa lascia la scelta del “successore” non agli elettori ma alle direzioni dei partiti o alla Casaleggio & C., al di fuori di vero controllo democratico.

L’unico vero rimedio sono due misure: il ritorno ai collegi uninominali e  un equilibrato premio di maggioranza alla coalizione (o federazione o lista) che ottenga una percentuale significativa di consensi, conciliando stabilità e rappresentatività. Sono principi elementari ed ovvi. Non richiedono sofisticata cognizione dei garbugli delle leggi elettorali, ma un minimo di conoscenza della storia del Paese e la memoria chiara e precisa dei guai che ha combinato Matteo Renzi da quando si incaponì a volere una nuova legge elettorale a inizio legislatura  quando tutti sanno che una nuova legge ne decreta automaticamente la fine. E’ la stessa spocchia con la quale si intestò il referendum del 4 dicembre e che ora ostenta chiuso nella camera blindata nella sede di un Partito che di democratico ha l’etichetta, non la sostanza. La risposta agli elettori, sulla base di una legge rispettosa della volontà dei cittadini.

 

Aldo A. Mola

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, classe dirigente, collegi uninominali, consenso, corte costituzionale, costituzione, elezioni, europa, extracomunitari, futuro, governo, importanza, italia, la nazione, la repubblica, legge elettorale, matteo renzi, misure, mondo, movimento, nazione, nuova legge, parlamento, persone, referendum

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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