Basterebbe raggiungere un’intesa che corregga i due punti critici dell’attuale legge: il premio di maggioranza alla coalizione vincente e il rapporto elettore-eletto.

Le pessime leggi elettorali che hanno caratterizzato la seconda Repubblica, il Mattarellum non meno del Porcellum, sono state tra le cause non secondarie della instabilità dei suoi governi e del progressivo scadimento della fiducia dei cittadini nei partiti e, di conseguenza, nelle istituzioni.
Non si può che convenire dunque sull’importanza e sull’urgenza della discussione su questo tema ed è giusto sottolineare, come ha fatto Nencini, che siamo già largamente fuori tempo massimo rispetto alla necessità, richiesta anche dalle istituzioni europee, di cambiare le leggi elettorali con largo anticipo sulla scadenza. Naturalmente la necessità di legiferare e di farlo in fretta fa aumentare il rischio di mettere in piedi ulteriori pasticci, come quello prefigurato dalla cosiddetta “bozza Violante”, che riusciva nel compito non semplice di peggiorare ulteriormente lo stesso Porcellum. Basterebbe invece un po’ di buona volontà per raggiungere un’intesa che corregga i due punti critici dell’attuale legge: il premio di maggioranza alla coalizione vincente e il rapporto elettore-eletto.
Sul primo punto occorre abbandonare le cervellotiche costruzioni di premi distribuiti ai partiti secondo le esigenze di questo o di quello e limitarsi ad un premio limitato (tra il 5 e il 10%) che aiuti la coalizione vincente a formare il governo.
Sul secondo punto, che rimane il più delicato, si va man mano allargando il consenso intorno alla proposta, che qualche mese fa vedeva il sostegno del solo PSI, del ritorno al voto di preferenza. Il PDL e l’UDC si sono pronunciati in modo esplicito in questa direzione. Permane la resistenza del Partito Democratico, nonostante le aperture di alcuni esponenti di rilievo, come Letta e Fioroni. L’argomento portato a sostegno di questa contrarietà, con particolare vigore dagli ex pm Violante e Finocchiaro e dal costituzionalista Ceccanti, rimane sempre lo stesso, e cioè che il voto di preferenza renderebbe più agevoli le infiltrazioni e l’inquinamento del voto.
Naturalmente ci si aspetterebbe, per coerenza, da questi esponenti, una vigorosa azione per espungere la preferenza da tutti i sistemi elettorali nazionali, nei quali vige da lustri senza alcuna contestazione. Per quanto ci riguarda, abbiamo numerose volte sottolineato la strumentalità di queste argomentazioni, che servono soltanto a mantenere, magari cambiando la forma, la sostanza della “centralizzazione” della scelta degli eletti. Siamo lieti che da ultimo Stefano Cappellini su “Il Messaggero” del 10 luglio sia intervenuto elegantemente sul tema individuando anche le radici di certi giudizi e pregiudizi.
Ai dirigenti del PD che hanno sostenuto che il meccanismo delle primarie fornirebbe maggiori garanzie dagli inquinamenti rispetto alla preferenza, avremmo consigliato di mettersi in fila, in compagnia di numerosi simpatici e ordinati cittadini cinesi, alle primarie poi annullate per il comune di Napoli. Si sarebbero resi conto che per proteggersi dalle infiltrazioni è necessario far funzionare bene i partiti e le istituzioni, e non limitare le possibilità di scelta dei cittadini.

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