
C’è un’antica tentazione della politica italiana: dichiarare risolti i problemi prima ancora di averli affrontati. È successo quando Luigi Di Maio annunciò di aver “abolito la povertà”. Oggi, mutatis mutandis, il ministro della Salute Orazio Schillaci sembra voler convincere gli italiani di aver sconfitto la disuguaglianza sanitaria.
Fino a ieri le Case di Comunità realmente funzionanti erano poche e, anche dopo l’accordo con i medici di medicina generale, nella stragrande maggioranza delle strutture sarà presente un solo medico. Eppure, all’improvviso, il Governo parla di oltre 1.150 Case di Comunità operative e di una sanità territoriale ormai avviata verso un modello uniforme. Con tutto il rispetto istituzionale, sembra il gioco delle tre carte.
Si cambia la definizione, si moltiplicano gli annunci e ciò che fino a ieri era un cantiere diventa improvvisamente un successo. Ma l’uguaglianza nell’assistenza sanitaria non nasce da un comunicato stampa né da una firma su un accordo.
Nasce da medici, infermieri, personale sanitario, diagnostica, servizi realmente disponibili e dalla possibilità per un cittadino di ricevere le stesse cure, negli stessi tempi, indipendentemente dalla Regione in cui vive. Per decenni questa capillarità era garantita, con tutti i limiti dell’epoca, dai medici condotti, che arrivavano persino nelle case dei pazienti. Oggi si pretende invece di raccontare che le disparità territoriali siano state superate semplicemente perché è stato firmato un accordo nazionale. È la stessa logica per cui si potrebbe inaugurare il Ponte sullo Stretto solo perché il Governo ne ha approvato il progetto.
Confondere un atto amministrativo con un’opera compiuta è un esercizio di propaganda, non una descrizione della realtà. Le Case di Comunità rappresentano certamente una grande opportunità. Nessuno mette in discussione il valore dell’idea. Ma un edificio non cura nessuno. A fare la differenza saranno il personale, l’organizzazione, le risorse e la capacità di garantire servizi veri, non semplicemente stanze aperte.
Finora le Case di Comunità hanno dato lavoro a progettisti, imprese edili, architetti, geometri e costruttori. Per i pazienti, invece, la partita deve ancora iniziare. Perché una struttura diventa sanità soltanto quando dentro ci sono professionisti sufficienti, servizi funzionanti e risposte concrete ai bisogni delle persone.
La sanità italiana non ha bisogno di slogan. Ha bisogno che la politica smetta di scambiare gli annunci per risultati. Perché i cittadini non misurano il successo di una riforma contando gli edifici inaugurati, ma valutando se riescono a trovare un medico, fare un esame in tempi ragionevoli e ricevere cure adeguate quando ne hanno davvero bisogno.
Angelo Santoro

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