
La minaccia si è trasformata in azione. Nella notte il comando militare strategico del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America (Centcom) ha sferrato una massiccia ondata di bombardamenti aerei e missilistici contro posizioni militari in Iran. L’operazione è scattata su ordine diretto del Presidente Donald Trump, formalizzando una dura risposta strategica definita dalla Casa Bianca come una “rappresaglia inevitabile”.
A innescare l’escalation sono stati i ripetuti attacchi subiti da navi mercantili e petroliere civili in transito nello Stretto di Hormuz. La via d’acqua, snodo vitale per l’approvvigionamento energetico globale, è rimasta paralizzata, provocando il blocco quasi totale del traffico marittimo secondo i dati diffusi da Bloomberg.
Washington ha attribuito la responsabilità diretta delle aggressioni a Teheran. Le forze statunitensi hanno quindi preso di mira oltre 170 obiettivi strategici sul suolo iraniano, devastando depositi di droni, postazioni di difesa aerea, sistemi missilistici e installazioni logistiche lungo le coste.
Il Presidente americano ha commentato duramente l’operazione attraverso i propri canali social:
“Questa è una rappresaglia per il bombardamento di navi da parte dell’Iran. Se dovesse succedere di nuovo, la situazione peggiorerà notevolmente!”.
L’affondo militare archivia di fatto i fragili spiragli di dialogo emersi a margine del recente vertice NATO di Ankara. Il memorandum d’intesa che puntava a una tregua tra le due superpotenze viene dichiarato “finito” dallo stesso inquilino della Casa Bianca, mentre l’amministrazione statunitense ha contestualmente revocato le licenze sul petrolio iraniano.
La reazione della Repubblica Islamica non si è fatta attendere. I Pasdaran hanno risposto lanciando sciami di droni kamikaze e vettori balistici contro le basi e gli alleati degli Stati Uniti nella regione del Golfo, investendo installazioni militari dislocate in Kuwait, Qatar e Bahrein. Le deflagrazioni registrate e i sistemi di allarme antiaereo attivati nei paesi del Golfo confermano che il conflitto ha ormai assunto una dimensione regionale aperta, lasciando la diplomazia internazionale a corto di opzioni per frenare la crisi.
Ci eravamo illusi, ancora una volta, che i trattati firmati ad Ankara valessero più dell’inchiostro sulla carta. Oggi, mentre le bombe illuminano la notte di Hormuz, ci risvegliamo dal sonno della diplomazia per ritrovarci davanti alla solita, brutale realtà: il destino del mondo non si decide nei salotti dell’ONU, ma nell’infuocato e perenne scontro tra la forza e il fanatismo.
Giuseppe Basilico

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