Il nuovo Governo dovrà innanzitutto ricordarsi dei motivi di fondo per cui è caduto il precedente.
Dietro al no referendario c’è stato infatti il peso di un convitato di pietra, l’economia che non decolla, argomento ben più decisivo di fattori marginali enfatizzati per mesi, come i costi della politica o il superamento del bicameralismo paritario.
Argomento quest’ultimo presentato come fattore di rallentamento e lungaggini inutili, smentito il giorno dopo dall’approvazione, in poche ore, nel secondo ramo parlamentare, della più complicata legge dell’anno, quella di Bilancio, a conferma che quel che conta non sono le procedure ma la volontà politica.
L’importanza dell’economia reale, a urne chiuse, è tornata protagonista anche rispetto alla finanza, prima evocata come uno spettro, poi addomesticata e infine ribaltata, rispetto alle attese, nelle Borse e nello spread.
Nel mondo finanziario, contano se mai certi buchi neri non colmati, come MPS, visto che le questioni sistemiche sono gestibili se in buone mani, come quelle, finchè resistono, di Janet Yellen in America o di Mario Draghi in Europa.
La lettura dei risultati referendari in chiave economica deve dunque aiutare a trovare una rotta meno emotiva del nuovo esecutivo. C’è stato il crollo verticale del Si là dove la situazione economica è più precaria, come nel Sud, o dove il dinamismo della pallida ripresa è più in difficoltà, come nelle periferie e nelle province lontane. L’Istat, con il suo 28,7 di rischio povertà, è stato solo un impressionante misuratore.
Indirettamente lo dimostrano taluni risultati in controtendenza, come quelli di capoluoghi come Milano e Bergamo, dove ha funzionato anche il ruolo paracadute dei Sindaci.
Chiaro che il populismo attecchisce di più là dove c’è una sensazione di abbandono, di lontananza da parte di chi conta, e per giunta irrita, pretendendo di spiegarti che il cambiamento vero è quello di chi comanda.
E’ anche così che è scattato il paradosso per cui il mantra del cambiamento lo recitavano sia quelli del Si che quelli del No, e alla fine ha vinto chi hanno lasciato le cose come stanno, ma aveva più rabbia in corpo.
E’ l’effetto boomerang del “populismo del potere” di cui ha parlato Ezio Mauro su la Repubblica, cioè l’uso di argomenti di opposizione da parte di chi è al governo e attacca la casta, cavalca l’antiparlamentarismo e mobilita gli istinti antipolitici, interpretando un “doppio profilo di lotta e di governo”. Può essere vincente solo nella visione distorta di un guru della comunicazione come Jim Messina, quello che (complimenti!) in un anno ha lavorato contro la Brexit, a favore della Clinton e per il referendum italiano.
E gli strumenti di Governo, lo diciamo al nuovo esecutivo, non devono piegarsi al contingente, ma dare una prospettiva, un orizzonte, anche se i tempi ora sono brevissimi, bruciati dai lunghi mesi di una campagna elettorale penosa e inconcludente.
Va recuperata proprio la visione prospettica che aveva inizialmente caratterizzato il Governo Renzi-Padoan, contraddetta nelle ultime settimane prima del voto, da un’affannosa sequenza di provvedimenti quasi estemporanei. Tentare ad esempio l’elargizione di 85 euro per chiudere un contratto degli statali dopo 7 anni di niet governativi è stato percepito come un episodio della politica dei bonus, che accontenta gli uni ma lascia offesi gli altri.
Alla fine, i sentimenti negativi, soprattutto se scatta l’effetto plebiscito, si sommano e l’Italia che ancora soffre per disoccupazione, precarietà, aziende in crisi è purtroppo maggioritaria rispetto a quella che sta meglio, come dimostrano i giovani, tanto massicciamente schierati per il No.
Ecco perché l’economia deve tornare ora al centro. Per fare solo degli esempi urgenti, ci sono le Banche, con riforme coraggiose ferite da sentenze contrarie, e c’è da chiudere la fase due del jobs act, che è la più importante per i lavoratori, e c’è da implementare al più presto il piano industria 4.0 che è strategico per la seconda manifattura europea.
L’Europa, pur presa a sberle da Renzi sempre in risposta ad un istinto di antitesi, temeva la sconfitta del Si e aveva allargato le maglie per aiutare nonostante tutto il governo italiano, ma è comprensibile che con la caduta di tutta la sinistra riformista europea, l’unica certezza per il 2017 sia fornita dall’austerity tedesca. C’è da attendersi severità nei confronti del nostro bilancio, che non potrà godere in eterno dei vantaggi della politica espansiva di Draghi. Il nuovo Governo ha poco tempo, ma è ormai liberato dall’ansia del Si e del No, e può ancora farci dimenticare questo 2016 bisestile e referendario.
Beppe Facchetti

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