
Il recente libro dell’economista Veronica De Romanis sulla cosiddetta teoria dell’economia della paura sollecita una riflessione adeguata anche sul livello internazionale e globale del rapporto fra potere economico e gestione dei rapporti sociali e economici di massa.
Storicamente fin dall’antichità economia e finanza sono state loro malgrado strumento di potere e di coercizione o manipolazione delle masse perfino Adam Smith basa la sua teoria sul rapporto equilibrato fra economia e individui tra potere economico e libertà nel e del lavoro e delle scelte dell’homo economicus.
Successivamente prima Stuart Mill e poi Max Weber hanno evidenziato le contraddizioni tra sistema industriale ed economico e libertà e opportunità degli individui. Ancora dopo in epoca contemporanea Jacques Derridà ha evidenziato il dualismo fra esigenza collettiva e personale, tema caro anche a Samuelson e agli economisti che incoraggiano un’economia sociale. L’economia dunque nei secoli è stata strumento delle monarchie, degli imperi come dei colonialismi ma è stata anche al servizio dell’impero del Fiorino toscano che nasce da una repubblica. Ma giá nell’antica Atene come nell’antica Roma economia schiavistica e economia degli uomini liberi si sono confrontate e alternate. Il medioevo poi, per antonomasia e per definizione si può considerare come l’epoca dominante dell’economia della paura.
Anche in epoca moderna come in antico e tuttora l’economia di guerra e delle guerre, l’economia delle armi e della gara per la progettazione e realizzazione massiva di armi sempre più devastanti e di armi nucleari è una forma di economia della paura. Anche senza ricorrere al nomos etico weberiano protestante o alle incognite orwelliane ( di George Orwell ne La Fattoria degli animali) sul tema, appare evidente che in epoca contemporanea lo stalinismo ha creato un’economia della paura in Russia, così come la Germania di Weimar e quella nazista si sono sviluppate come economie della paura. Ecco dunque che sembra logico descrivere vari tipi e modi di economie della paura senza riduzionisticamente focalizzarsi solo sul presente. La politica a sua volta ha avuto talvolta un ruolo di mediazione dunque positivo rispetto alle economie della paura create dalle elite: si pensi alla Francia post rivoluzionaria e al suo lento ritorno attraverso varie fasi storiche a un’economia sociale ponderata e che contemperasse interessi industriali e della popolazione, si pensi al NordAmerica del dopo crisi dal 1929 che ha prodotto il New Deal ispiratore a sua volta delle ipotesi di New Deal europeo. Si pensi al ruolo sociale dell’economia nel microcredito solidale in India caro a Amartya Sen come negli esperimenti sociali di riequilibrio del tessuto sociale, tanto in Europa, in Scandinavia, Germania e Inghilterra nel passato e ai recenti tentativi di riequilibrio sociale in Spagna e in Sudamerica in Brasile. Nel mondo inoltre si è assistito a fasi di economie della paura prodotte da fenomeni imprevedibili come la pandemia. E la stessa crisi mondiale e crollo delle classi medie odierna come si può definire se non un’economia della paura spontanea ma al tempo stesso indotta dai cambiamenti globali.
Quel che invece è di fatto una paura dell’economia e un’economia della paura che non si può addossare alla politica o alla finanza è il differenziale turbocapitalista e dell’accentrazione velocizzata della ricchezza mobiliare e immobiliare che ha fatto sì che come evidenzia l’architetto Fuksas i centri urbani delle città d’arte e delle capitali siano ora un’enclave elitaria progettata non dagli architetti ma dal business immobiliare globale. E l’accentuazione in Italia come nel mondo delle differenze sociali che va ben oltre le convergenze politiche o finanziarie e rischia di produrre invece che un nuovo Rinascimento del benessere condiviso un nuovo medioevo della paura e della povertà di massa globale. La proprietà immobiliare e dei mezzi di produzione economica dunque è laicamente sacra ma se si concilia rettamente e razionalmente con la funzione sociale dell’economia, sancita in Italia dalla Costituzione, per costruire in armonia con una gestione sana della res publica, un’economia senza paura, vocata al riequilibrio sociale. Passando dall’immobilismo
all’evoluzione.
Leonardo Dini

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