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Le sigle della politica dalla Storia al marketing

di Fabrizio Binacchi | 5 Agosto 2013

Siamo passati dai valori condivisi, più o meno fondanti, più o meno strategici, alle ricerche di mercato e alle previsioni di vendita del marchio stesso nel  “negozio” della politica.

siglepartitiTra le colonne della politica che la cosiddetta Seconda Repubblica ha travolto c’è anche quella delle sigle dei partiti, i nomi di battesimo della politica stessa. Siamo passati dalla Storia al marketing, dai valori condivisi, più o meno fondanti, più o meno strategici, alle ricerche di mercato e alla previsioni di vendita del marchio stesso nel più grande “negozio” (nel senso lato, ovviamente) che una democrazia ospita e celebra: le elezioni a qualcosa. Tra il 1990 e il 1994 abbiamo mandato in soffitta partiti, anche ultracentenari, e abbiamo visto varare partiti e partitelli che a volte non hanno superato i sei mesi di vita. Siamo passati dai marchi storici della DC, del PCI, del PSI, del PSDI, del PLI, del PRI, dell’MSI-DN e via ricordando, a sigle per certi versi temporanee, ad uso e consumo dei tempi. Sempre più rapidi, sempre più auto-consumanti.  Così va il mondo della politica, bellezza. Siamo passati dai nomi dei partiti che erano partiti e movimenti  radicati e fondati nella società e forgiati da decenni di lotte, contese, vittorie e sconfitte, a partiti che lo stesso sistema imperfetto bipolare spinge ad essere elastici, mobili, indefiniti, un po’ di centro e un po’ di sinistra, un po’ di destra e un po’ di centro ma anche un po’ di sinistra. E’ ovvio che i nomi storici non si addicono più, non calzano più come una volta. Ma il confronto è duro. Ad esempio in che partito starebbe un certo Saragat, o un certo Moro? In quale movimento militerebbe un certo Pertini o un tale Berlinguer (Enrico)? Cosa direbbe un certo Nenni dei movimenti della sinistra attuale? Il PD e il Pdl hanno circa cinque anni. Il PD, come dice Bersani, deve ancora quasi svezzarsi e deve rafforzare le gambe vista l’età. Il Pdl pare invece che non arriverà come età alle scuole elementari perché da settembre tornerà Forza Italia. Così è stato annunciato e preannunciato. Al centro, il nome che domina è Scelta Civica, una immagine molto civica ma non certo evocante i valori centenari del centrismo storico. Poi ci sono Sel e la Destra, e poi c’è il Movimento 5 Stelle che per la verità ha l’identità più nuova ma anche più definita di tanti altri.  Il suo ideatore e fondatore è stato il primo, anche in forma roboante, a  lanciare lo slogan PDL e PD senza L che è un modo secco e conciso per insinuare che alla fine non c’è tutta questa varietà politica. Sono scomparse le sigle storiche ma non sono scomparsi i democristiani e i socialisti, i liberali e i comunisti, i verdi e i repubblicani solo che sono un po’ qui e un po’ là, un po’ inseriti e un po’ disinseriti, in aggregazioni che per forza non rappresenteranno tutto e tutti e non indicheranno mai una linea unica e unificante perché nella migliore delle ipotesi ogni aggregazione ha minimo tre anime storiche ben chiare e ben strutturate. A volte diventano cinque, sei o sette. Le chiamano correnti nel PD o gruppi di provenienza nel PDL ma a ben guardare sono quelle costellazioni disaggregatesi nella diaspora post ’93 e mai riaggregatesi per valori storici condivisi. In questi vent’anni siamo cresciuti con l’idea che un partito nuovo è sinonimo di successo e che i partiti novecenteschi sono il vecchio da rottamare. Anche in questo siamo molto diversi dai tedeschi: lì hanno festeggiato i 150 anni del Sozialdemokratische Partei Deutschlands, il partito social democratico tedesco, più che mai in vita, più che mai attuale, più che mai ago della bilancia delle prossime elezioni tedesche e quindi degli equilibri d’Europa. L’SPD è del 1863, altro che marketing.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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