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LE REGOLE E IL BASSO IMPERO

La trappola è l’assenza di trasparenza, indotta dal bisogno di camuffare il diritto-dovere di decidere. di Davide Giacaolne

di Davide Giacalone | 14 Febbraio 2010

Come al solito, come sempre: tutti a parlar della persona, di Guido Bertolaso, magari per fingere di sperare, ad alta voce, che nulla sia vero e, poi, sparlare bisbigliando e confermando di saperne delle altre. Mi rifiuto, anche perché il tema importante è quello del potere, di un Paese che s’è ridotto a lasciare la cosa pubblica nelle mani o degli inetti, che non fanno nulla, o degli avventurosi, che possono essere descritti come criminali.

E alcuni lo sono, del resto. La domanda è: rispettando le regole, non esponendosi al rischio d’essere arrestati o processati per danno all’erario, è possibile amministrare la cosa pubblica e realizzare opere importanti? La risposta è: no. Posto ciò, ne derivano varie disgrazie, compreso un certo decadimento del malcostume.

Anche per fare la cosa più normale del mondo, costruire nuove carceri, il governo è stato costretto a decretare lo stato d’emergenza nazionale. Ne ho scritto lo scorso 17 gennaio, sottolineando che solo sospendendo le regole degli appalti sarebbe stato possibile portare a compimento, in tempi ragionevoli, quelle opere. Dopo di che, aggiungevo, qualcuno finirà indagato, e quel giorno sarà inutile lamentarsi, perché il compito di una maggioranza politica è quello di cambiare le regole, non quello di aggirarle. E’ successo, insomma, quel che avevamo previsto.

Perché le regole degli appalti pubblici sono impraticabili? Forse perché si è insofferenti all’onestà? Sono disoneste le regole, invece. Perché comportano una tale mole d’adempimenti e permessi, prevedono gare così formalisticamente rigide, che prima di arrivare ad un risultato la macchina s’inceppa cento volte: a. quando si fa il capitolato di gara e si presentano le offerte, perché gli esclusi ricorrono al tribunale amministrativo; b. quando si nominano i commissari di gara, e, poi, la si assegna, perché i perdenti ricorrono o si cautelano; c. quando partono i lavori, perché c’è sempre un geometra comunale che sostiene di non essere stato interpellato; d. quando si fanno i controlli in cantiere; e. quando si effettuano i pagamenti differiti; f. quando … e così via, fino al giorno del mancato collaudo, dieci anni dopo il tempo previsto, talché l’opera viene al fine abbandonata alle intemperie. Magari è tutto regolare, nessuna indagine penale parte, nessun danno erariale è contestato, ma s’è speso dieci volte più del previsto, ci s’è impiegato dieci volte il tempo stabilito, e l’opera finita neanche c’è.

Il meccanismo è così vasto e complesso che ciascuno degli uomini che ha una pur minima responsabilità è in grado di bloccare tutto. Lo spettacolo di queste ore suggerisce una sola cosa, ai tanti burocrati incaricati di concedere un’autorizzazione: col cavolo che firmo. Arrestano il capo dei lavori pubblici e tutti i suoi simili, nello Stato centrale, nelle regioni, province, comuni, circoscrizioni, asl, distretti scolastici e così via burocratizzando pensano: col cavolo che firmo. E allora l’imprenditore che deve eseguire il lavoro, se non vuol star fermo a guardare il cielo stellato, deve tranquillizzarli, farseli amici, spiegare e blandire. I lavori durano dieci anni? vorrà dire un decennio di panettoni, pensierini, riguardi e salamelecchi. Ed è il migliore dei casi.

Ma alla Maddalena si sarebbe dovuto fare il G8, e mica potevano posticiparlo al 2020. Poi lo si è fatto all’Aquila, dove oltre alle strutture per i capi di governo si doveva dar la casa ai terremotati. Entro date certe, mica come a Gibellina. Come si fa? Si sospendono le regole, grazie all’emergenza. Quindi un gruppo ristretto di persone è incaricato di stabilire chi fa cosa e quanto deve essere pagato. Funziona, eccome se funziona, ma incenerisce il codice appalti e fa marameo a quello penale. Poi passa un magistrato che sostiene di star intercettando un altro signore, in altra vicenda, e, oibò, finisce con l’avviare un’indagine sulle opere pubbliche. E vai con le manette.

Il guasto sta nel ritenere la discrezionalità un male, quindi nel mascherarla ridicolmente, finché viene scoperta e qualificata come crimine. Invece va regolata, misurando i risultati anziché massacrarsi sulle procedure. Il Consiglio dei ministri, se posso permettermi un suggerimento, non si distragga ad applaudire quelli che s’apprestano ad essere tritati, tenga libere le mani e proceda al cambiamento delle regole, rendendole praticabili. In fondo, è per questo che è lì.

Ultima questione: la discrezionalità porta dritto alla corruzione? Niente affatto. Ciascuno di noi compie scelte discrezionali, nel proprio interesse, magari ci sbagliamo e la paghiamo, ma se non lo facessimo non vivremmo. Non deve spaventare il potere di scelta in capo a chi comanda, deve allarmare che per procedere si debba sempre ricorrere a dei trucchi. Perché, in questo caso, è probabile che l’avventuroso passi ad essere avventuriero, o, comunque, dobbiamo affidarci al suo buon cuore. La trappola è l’assenza di trasparenza, indotta dal bisogno di camuffare il diritto-dovere di decidere.

Tutto quanto sopra scritto vale in generale, per ogni cosa d’Italia, non in specifico per questa inchiesta. Gli indagati sono tutti presunti innocenti, sempre. La diffusione delle intercettazioni è barbarie, sempre. Anche quel che segue vale in generale, ed è una nota di malcostume: non ne posso più. Non è accettabile che tutte le faccende abbiano legami con giri di puttane. Basta. La magistratura si dia una regolata, non si declassino le inchieste a guardonismo d’accatto, ma anche la classe dirigente impari a comportarsi. Se c’è chi non ha superato lo stato adolescenziale, rimandiamolo in collegio. Non solo le pudenda, ma anche l’esuberanza sentimentale può essere ricondotta a più acconcia disciplina.

Non sono un moralista, non m’interessano le braghe altrui, vorrei restarne felicemente estraneo, ma non è possibile che la vita pubblica sia così ridotta. Sarà ipocrita quanto volete, ma gli uomini pubblici devono avere una condotta che rifletta il peso della funzione. Il più venduto e autorevole quotidiano italiano, il Corriere della Sera, pubblica, come altri, gli indirizzi delle prostitute. Sono affari loro e dei loro clienti. Se, però, divengono strumento di penetrazione nelle grazie altrui, è segno che la qualità degli uomini che abitano le stanze del potere è scesa. Troppo. Finiamola, e se c’è chi non riesce a darsi dignità, almeno dategli il bromuro.

Davide Giacalone – Pubblicato da Libero

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, classe dirigente, consiglio dei ministri, corriere della sera, governo, il corriere della sera, intercettazioni, lavoro, magistratura, mondo, persone

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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