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Le ragioni della crisi

Nel sistema politico c’è solo un fatto nuovo, e cioè la nascita di uno spazio a sinistra del PD, un contenitore che non c’era al momento dell’avventura di Civati e delle decisioni elitarie di Sinistra Italiana.

di Beppe Facchetti | 19 Febbraio 2017

Non è corretto banalizzare il senso della spaccatura interna al PD come se fosse una divergenza sul calendario del 2017, perché quando si evoca una scissione significa che c’è una situazione di sofferenza autentica, insieme – ma è normale – ad un calcolo di potere e quindi a qualche convenienza non confessabile.

Tutto origina ovviamente nell’aver puntato troppo sulla roulette referendaria, una vicenda peraltro senza veri vincitori, ma col risultato di aggiungere la crisi interna del partito di governo all’immaturità strutturale del M5S e alla complicata spaccatura del centrodestra. Un quadro preoccupante per il Paese, aggravato dalla previsione di una legge elettorale che produrrà ingovernabilità certa e dalla possibile destabilizzazione di un Governo in carica.

Nel sistema politico c’è solo un fatto nuovo, e cioè la nascita di uno spazio a sinistra del PD, un contenitore che non c’era al momento dell’avventura di Civati e delle decisioni elitarie di Sinistra Italiana. Questo spazio dà alla minoranza PD una prospettiva più allettante della contrattazione di qualche posto nelle nuove Camere con quello che resterà verosimilmente il dominus del partito, perché tre candidati neppure mettendosi insieme sono in grado di impensierirlo nelle percentuali. Sono più pericolosi, se mai, molti dei suoi sostenitori… Renzi è protetto oltretutto da regole statutarie concepite in tempi di maggioritario-plebiscitario, mentre ora si va ad un proporzionale, e che non prevedono un Congresso vero, ma solo una fila ai gazebi.

Ma al di là delle questioni di vertice, la crisi del PD è molto importante per l’intera democrazia italiana, perchè esistenziale, e pone la grande questione dell’accettazione del coraggioso riformismo renziano, per cui il più lucido, tra due parti che non si sopportano, è Andrea Orlando quando chiede un confronto programmatico.

Bisogna infatti chiedersi quanto il renzismo sia sceso nelle vene profonde del partito e dei suoi elettori, diventando il nuovo modo di essere di tutto un movimento.

Quando la minoranza denuncia che vi è una scollatura tra la “nostra gente” e il partito, vuol proprio segnalare che il cuore stesso della politica renziana, con le sue scelte nette, con il suo pragmatismo, la sua velocità, ha (forse) attratto elettori nuovi ma non è stato totalmente recepito dalla base di riferimento. Soprattutto in sede locale, dove davvero è raro che i portavoce del renzismo più autentico abbiano una vera leadership. Più spesso i dirigenti locali sono intermediati da capi che a Roma puntano innanzitutto a condizionare il segretario.

Un conto sono le convenienze e le scelte di breve periodo, per cui c’è stato un momento in cui tutti sembravano diventati renziani, al massimo aggiungendo un timido “diversamente”, persino nei gruppi parlamentari costruiti da Bersani a propria immagine.

Un conto è la condivisione profonda di un modo diverso di essere oggi sinistra di governo, imposto simbolicamente dalle decisioni talora spiazzanti del Premier, compresi gli interventi a gamba tesa su vecchie bandiere come l’articolo 18 o non guardar in faccia alle appartenenze antiche su temi come i diritti civili o la stessa iscrizione al PSE, tutte cose molto sentite sul versante cattolico.

Non singole scelte di discontinuità, ma il frutto di una scelta politica complessiva innovativa.

Insomma, il problema è se renzismo fa davvero rima con riformismo, o sono ancora forti le sirene che hanno già attirato verso antichi vizi conservatori i laburisti britannici e i socialisti francesi, che dovranno ora convergere su Macron per salvarsi dalla Le Pen. Con sintomi in Italia di un ritorno ad un’economia statalistica che metta in soffitta privatizzazioni e liberalizzazioni. Insomma, se si tratta di prendere il 40%, allora va bene persino maltrattare CGIL e Confindustria, ma se poi si perde, allora Renzi rischia di tornare ad essere il corpo estraneo che molti hanno sospettato all’inizio.

Scegliendo il Governo anziché il Partito, all’epoca di Enrico staisereno, Renzi ha pensato di poter far capire con i fatti cosa significa sinistra moderna, ma oggi deve dimettersi (altra stravaganza statutaria) per ripartire dal basso, cioè dal partito, e la strada è in salita.

L’inciampo referendario ha insomma rimesso in discussione un vincente che sembrava predestinato, che comunque è tutt’altro che fuori gioco, lo si vedrà ai gazebo, ma che paga i suoi errori: scarsa qualità tecnica della riforma referendaria, non credibile imitazione del populismo, intemperanza su temi che richiedono pazienza, e sui quali a Bruxelles ti stanno a sentire solo se vinci.

Se invece perdi, diventa più pressante il contrasto esterno e soprattutto interno. Renzi è quindi costretto a ricominciare da capo, con un Paese che ha perso due anni attorno a riforme pur importanti, ma non realizzate, e rischia di perdere anche il 2017 con il balletto Congresso/elezioni.

Ma come diceva il Poeta, qui si farà la sua nobilitate.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: andrea orlando, anni, bersani, bruxelles, confindustria, crisi, democrazia, elezioni, governo, italia, leadership, legge elettorale, liberalizzazioni, movimento, pd, privatizzazioni, pse, renzi, riforme, riformismo, roma, sinistra italiana, sistema politico, socialisti

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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