Le preoccupazioni rispetto alla sicurezza dell’impianto di rigassificazione off-shore che dovrebbe sorgere al largo di Livorno, non vanno sottovalutate ne demonizzate.
Sulla sicurezza non esistono campagne sciagurate o irresponsabili. Quando vengono poste domande, esposti possibili pericoli l’unica via è quella del confronto e della risposta nel merito.
Se la Regione, giustamente, ha nominato una commissione internazionale di esperti per verificarne la sicurezza, vuol dire che l’eventuale realizzazione pone più di un problema. Si devono affrontare alcuni punti fondamentali per capire se e dove realizzare un impianto di rigassificazione.
La sfida per uno sviluppo durevole dell’Italia risiede anche nella possibilità di emanciparsi dalle risorse fossili perché stiamo correndo verso il loro esaurimento e perché incidono sempre più sui costi della produzione. Il Gas è una risorsa esauribile anch’essa e pertanto la dipendenza da questa risorsa deve essere considerata transitoria, il tempo di produrre in maniera consistente energia alternativa da fonti rinnovabili. Di queste ne abbiamo tante a partire dal sole.
Prima di procedere è necessario un piano nazionale energetico che individui se e quanti impianti di rigassificazione sono necessari: uno, forse due, visto che si stanno concludendo le realizzazioni dei gasdotti. (Algeria-Sardegna e perché no Livorno)
Stabilito ciò, chiediamo che per la localizzazione si valuti il carico di impianti pericolosi che i territori già sopportano: Livorno è già caratterizzata come una delle aree in Italia con più alta concentrazione di impianti altamente pericolosi.
Terzo serve anche una valutazione costi benefici e la verifica della compatibilità di un impianto di rigassificazione con lo sviluppo territoriale. Obiettivo dei vari piani territoriali è quello dello sviluppo del turismo, della valorizzazione del territorio e delle coste, del potenziamento dei piccoli porti turistici
Queste scelte sarebbero di fatto vanificate dall’impianto che imporrebbe un divieto di navigazione di circa 43 kilometri quadrati, il divieto di pesca per tutta l’area interessata, e una alterazione della temperatura delle acque tale da modificare fauna e flora marine.
Infine un impianto a 12 miglia dalla costa, e è compatibile con lo sviluppo delle “autostrade del mare” per le quali Livorno sarebbe un punto di riferimento fondamentale?
Siamo convinti che le domande a cui dare risposta siano ancora molte e legittimano le richieste dei cittadini e dei comitati. Forse proprio il tema della realizzazione di un impianto off shore può essere l’occasione per sperimentare finalmente un serio processo di partecipazione alle scelte. Altro che demonizzare.
Monica Sgherri, Presidente gruppo regionale Rifondazione Comunista-sinistra europea

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