
Ascoltando i TG di oggi, alcune riflessioni vanno fatte. Non per gusto polemico, ma perché la realtà, prima o poi, presenta sempre il conto.
C’è un momento in cui la realtà smette di fare sconti e presenta il conto. Le dichiarazioni di Hamas, che ribadisce senza giri di parole di non voler rinunciare alla propria struttura armata, e quelle dell’Iran, che esclude qualsiasi abbandono del programma nucleare, non sono incidenti di percorso. Sono la fotografia fedele di un Medio Oriente che non si piega ai desideri occidentali né alle narrazioni comode.
Qui cade l’illusione più grande degli ultimi anni: l’idea che bastino accordi annunciati, slogan muscolari e conferenze stampa trionfali per cambiare la sostanza delle cose. Hamas non smilitarizza perché non può farlo senza cessare di esistere. L’Iran non rinuncia al nucleare perché lo considera una garanzia di sopravvivenza strategica. Sono posizioni lineari, coerenti, ripetute nel tempo. Far finta di non vederle è stata una scelta politica, non un errore di valutazione.
Ed è proprio qui che emerge il fallimento della politica trumpiana. Venduta come pragmatica, risolutiva, anti establishment, si è rivelata in larga parte una politica di slogan, buona per la platea interna, pessima per la tenuta degli equilibri internazionali. Accordi sbandierati come storici, paci proclamate prima ancora di esistere, minacce usate come leva negoziale senza una strategia di lungo periodo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: gli attori reali non hanno cambiato di una virgola i propri obiettivi.
Trump ha incarnato alla perfezione questa impostazione. Un venditore di fumo capace di trasformare la geopolitica in una campagna elettorale permanente. Molto rumore, molta teatralità, pochi risultati strutturali. Hamas è ancora armata. L’Iran è ancora sul suo percorso nucleare. La regione è più instabile di prima e l’Occidente più esposto, perché ha confuso il racconto con la realtà.
Il problema non è solo ciò che non è stato ottenuto, ma il tempo perso a fingere di averlo ottenuto. Mentre si celebravano successi immaginari, le dinamiche profonde continuavano a muoversi nella direzione opposta. Chi lavora sul lungo periodo ha osservato, aspettato e incassato. Chi vive di annunci ha lasciato macerie narrative e promesse scadute.
Oggi restano i fatti, duri e poco fotogenici. Hamas non depone le armi. L’Iran non smantella il nucleare. E chi aveva promesso di risolvere tutto con la forza della parola si scopre privo di strumenti reali. La geopolitica non perdona la superficialità. E, prima o poi, presenta sempre il conto a chi ha scambiato la politica estera per un palcoscenico.
Piero Terracina

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