La presenza nel nostro paese di focolai rivoluzionari è stata avvertita da moltissimi italiani con un moto di sorpresa come il ripresentarsi di un incubo che si riteneva seppellito nel ricordo degli anni di piombo; e la classe politica (di destra come di sinistra), pur traendo dall’occasione lo spunto per polemiche di bottega, si è nel suo complesso affrettata a liquidare semplicisticamente il fenomeno come riflesso di lotte ideologiche di sparuti gruppuscoli fuori della storia e del tutto marginali nel contesto sociale. Il che è perfettamente comprensibile: se per un verso la società civile nella sua quasi totalità, strutturalmente moderata ed aliena da ogni forma di risposta estrema ad un disagio sociale tutto sommato ancora tollerabile, considera oggi del tutto anomalo il ricorso alla violenza politica, per altro verso il ceto politico, oramai autoreferenziale a se stesso, non può porre le premesse per la propria delegittimazione con l’ammissione di uno scollamento sempre più forte tra l’Italia del notabilato (di destra come di sinistra) che occupa il potere traendone rendite di posizione e l’Italia della gente comune (di destra come di sinistra) che si misura con il dramma quotidiano della lotta sempre più difficile per mantenere un dignitoso standard di vita.
Un’analisi non volutamente superficiale tuttavia non può che prendere le mosse dalla constatazione del progressivo allargamento del solco esistente tra il paese dei poteri forti, sempre più omogenei tra loro per la scarsa efficacia del sistema dei bilanciamenti reciproci, ed il paese ad esso subalterno dei ceti produttivi, numericamente maggioritario e disomogeneo nella sua composizione, che ritrova una comunanza di sentire nel disprezzo generalizzato nei confronti di una classe politica che sente parassitaria ed avulsa dai suoi problemi di ogni giorno; e che tale disprezzo esprime attraverso una gamma di comportamenti che si manifestano con diversa intensità passando dal mugugno innocuo, alla violenza verbale, alla violenza fisica nei confronti delle forze dell’ordine (negli stadi o altrove) quale rappresentanza simbolica delle istituzioni, all’attentato terroristico. Non è infatti un caso che la massima parte dei brigatisti arrestati siano sindacalisti schierati con la CGIL, essendo tanto indicativo: a) che l’estremizzazione del dissenso si ha tra le fasce socialmente più deboli, che con maggiore disperazione avvertono la frattura tra chi vive il dramma del quotidiano e chi da tale dramma trae occasione per ritagliarsi rendite di posizione; b) che l’estremizzazione del dissenso non coinvolge utopisti o visionari o intellettuali, ma penetra negli strati produttivi più disagiati della popolazione; c) che gli esponenti delle BR hanno un rispetto sociale nell’ambito di appartenenza, sì da potersi ritenere rappresentativi non solo di se stessi ma di parte di tale contesto.
Restando assiomatico che la frattura tra paese legale e paese reale è espressiva di una situazione di per sé tendenzialmente prerivoluzionaria, è altrettanto evidente che il suo allargamento ne esalta la eversività laddove il suo restringimento la deprime; di conseguenza, se è in tale ultima direzione che è l’interesse comune, per il suo perseguimento è sicuramente d’ostacolo la miope autoreferenzialità parassitaria della classe politica, peraltro agevolata nel raggiungimento dei suoi obiettivi di breve periodo (ma solo di breve periodo) dall’altrettanto miope indifferenza della società civile alle modalità di svolgimento dei processi politici. Eppure, a ben guardare, l’interesse comune alla regressione delle spinte prerivoluzionarie di sistema può essere condiviso dalle parti politiche meglio in sintonia con la volontà prevalente nel paese (per il loro interesse alla perduranza alla conservazione del potere, garantita nel tempo proprio da tale feeling) e dalla schiacciante maggioranza della popolazione (per il suo interesse avvertito alla coesione sociale fondante sull’esaltazione delle libertà individuali contemperate dall’attivazione di una solidarietà equilibrata e sostenibile): alle prime va quindi richiesta una più difficile rinuncia ai privilegi parassitari che il sistema di autoreferenzialità le assicura, alla seconda una più facile rinuncia al sempre più scomodo ruolo di maggioranza silenziosa, ad entrambe l’assunzione di responsabilità per evitare al paese una deriva sociale e politica.
Per la praticabilità del progetto, di grande spessore etico prima ancora che politico, il progressivo allontanamento degli uomini delle istituzioni dagli uomini del popolo rende evidente che i tempi sono stretti. Non c’è da sperare molto negli attuali attori politici, vista la concorde finalizzazione della loro analisi strumentale dei problemi sociali alla conservazione del proprio potere fondante sull’autoreferenza; c’è solo da sperare nella forza democratica della maggioranza silenziosa del popolo, attestata sulla volontà di contemperamento armonico in senso solidale dei valori politici della libertà e dell’uguaglianza. E se il silenzio non ha voce, è necessario, nell’interesse di tutti, di realizzare un soggetto politico che possa dar voce al silenzio.
Giovanni Fiorentino

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