Vorremmo chiedere, innanzitutto, se si pensa che il commissariamento faciliti, in qualche modo, il ritorno alla normalità. Per quanto ci riguarda, temiamo proprio di no. Perché l’esperienza di Monti è stata, politicamente parlando, un disastro.

Perché, dunque, tenere in vita il governo è un dovere nazionale? Perché si muove bene, così da essere apprezzato da tutti, in Italia e nel mondo? La questione è opinabile. A volte la strategia del rinvio serve per affrontare i problemi in modo più corretto. A volte serve per non affrontarli affatto. Vedremo.
Perché la sua caduta determinerebbe sconquassi nei mercati? Dipende. Se a succedergli fosse Berlusconi o, per altro verso, una combinazione Civati-Landini con l’appoggio di Grillo, probabilmente sì. In tutti gli altri casi – ritorno alle urne compreso – i famosi mercati continuerebbero ad aspettare. Come stanno facendo adesso, con lo spread che si rifiuta di scendere.
Perché non ci sono responsabilità oggettive di Alfano nel disastro kazako? Questa è un po’ forte; anzi molto. C’è un signore che passa la sua giornata fuori sede mentre, nella stanza vicina alla sua, un gruppo di diplomatici kazaki dirige, con l’avallo di collaboratori vari, spedizioni punitive contro terroristi internazionale, esibendo finalmente, a mò di scalpo, la cattura di una donna e di sua figlia. E allora questo signore dovrebbe uscire di scena per elementare decenza.
Lo fece il povero Lattanzio, esponente Dc di medio calibro ai tempi della prima repubblica e invece il numero due del PdL e del governo si rifiuta persino di considerare l’ipotesi, dando così la misura di sé stesso, del PdL e del governo.
Ma veniamo all’argomento fondamentale. Il fatto che questo governo non abbia alternative. Un’affermazione pesante anche perché comporta un giudizio assai netto sul passato recente e sul futuro prossimo del nostro sistema politico. E, per quanto ci riguarda, sul ruolo di Napolitano nel determinarne il corso.
Tutto sarebbe stato più semplice, e meno preoccupante se il Presidente avesse aggiunto alla sua proposizione un piccolo codicillo. Come “nella fase attuale”. Con quest’aggiunta tutto sarebbe andato “de plano” perché è indubbio che, qui e oggi, Letta deve continuare il suo lavoro. Così da realizzare i suoi obbiettivi minimi (legge elettorale nel contesto di riforme istituzionali condivise, rilancio dell’economia con aperture da parte dell’Europa). Ed è altrettanto indubbio che i titolari dello schema bipolare- PdL e Pd- non sono ancora in condizione di gestirlo, per potenziale impazzimento o per evidente stato confusionale.
Ma di fase attuale Napolitano non ha parlato, come avrebbe tranquillamente potuto. E allora sorge un qualche piccolo sospetto.
E il sospetto è che, per il presidente, il mancato funzionamento del sistema bipolare (che pure rimane un mantra) sia dovuto non a una crisi momentanea, ma a una incapacità permanente dei suoi due protagonisti.
Di questa non mancano certo le testimonianze: da Berlusconi che usa le sue ampissime maggioranze a sostegno di esperienze di governo fallimentari; al Pd che le elezioni è incapace di vincerle, dimostrando così (come lo stesso Napolitano ha avuto modo di dire tempo fa) una organica incapacità di rappresentare un’alternativa concreta e credibile.
Nell’anno di grazia 2013 questa incapacità era stata clamorosamente confermata. E allora la scelta delle larghe intese si iscriveva naturalmente nella linea già avviata nel 2011: quella, in parole povere, del commissariamento della nostra democrazia da parte dell’Europa; della tecnocrazia illuminata; e del loro interprete, Napolitano.
Se così fosse, vanno poste, al nostro presidente, due semplici, e rispettose, domande.
Vorremmo chiedere, innanzitutto, se si pensa che il commissariamento faciliti, in qualche modo, il ritorno alla normalità. Per quanto ci riguarda, temiamo proprio di no. Perché l’esperienza di Monti è stata, politicamente parlando, un disastro. E perché quella delle larghe intese rischia di esacerbare ulteriormente, portandolo fuori controllo, il clima politico e sociale.
E, infine, vorremmo chiedere, ancora più rispettosamente, se il Colle ritiene di avere una qualche responsabilità in quello che è successo. In particolare al Pd.
Sappiamo che il senso della “responsabilità nazionale” è in Napolitano una seconda natura. Rispecchiando, in questo, una tradizione culturale che viene da lontano. E che è stata variamente interpretata lungo tutta la storia del Pci. Ciò posto, caricare sulle spalle del suo ex partito l’Europa, lo spread, la riforma delle pensioni, l’austerità, Monti e, ora, Berlusconi e le larghe intese, così da porre argini e veti al suo stesso dibattito interno, non è, magari, chiedergli troppo? Contribuendo, con ciò, a mandarlo definitivamente in confusione?

Lascia un commento