Da quando è scoppiata l’emergenza Coronavirus, pochi decreti legge ed altri atipici atti di normazione secondaria, quali i decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, si sono in pratica mangiati l’intera Costituzione repubblicana. Nonostante la sua (apparente) rigidità. E la giurisprudenza (Decreto del Presidente della III Sezione del Consiglio di Stato 30 marzo 2020 n. 1553) ha riconosciuto la legittimità di ciò, affermando che “per la prima volta dal dopoguerra si sono definite ed applicate disposizioni fortemente compressive di diritti anche fondamentali della persona – dal libero movimento, al lavoro, alla privacy – in nome di un valore di ancor più primario e generale rango costituzionale, la salute pubblica, e cioè la salute della generalità dei cittadini, messa in pericolo dalla permanenza di comportamenti individuali (pur pienamente riconosciuti in via ordinaria dall’Ordinamento, ma) potenzialmente in grado di diffondere il contagio, secondo le evidenze scientifiche e le tragiche statistiche del periodo”.
Infatti, in mancanza di una normazione costituzionale sull’emergenza interna, lo stato di necessità ha inevitabilmente assunto la qualificazione di fonte-fatto, giustificatrice di tale compressione dei diritti costituzionali. Mai verificatasi in precedenza. Così dimostrando che la scelta dei Costituenti di non disciplinare queste situazioni non ha impedito che si verificassero e che fossero affrontate in modo “empirico”. A dire poco. Infatti non abbiamo avuto nemmeno la delibera preventiva delle Camere sullo stato di guerra ex art. 78 Cost., che avrebbe rappresentato l’unica copertura costituzionale possibile degli atti normativi sull’emergenza Coronavirus. In mancanza di altre disposizioni idonee della Costituzione. Perché quella che stiamo vivendo, sul piano economico, è ben più di una guerra. Ma con quali armi la stiamo affrontando? L’esperienza storica dimostra che le guerre – soprattutto quelle che si vincono – richiedono un elevatissimo debito pubblico. Come quello che negli anni dal 1941 al 1946 passò dal 50.4 % al 121.7 % del PIL degli Stati Uniti per sconfiggere il nazismo, il fascismo italiano e l’imperialismo giapponese.
Il punto di partenza è allora davvero elementare. Sarebbe necessario disporre della sovranità monetaria. Senza limiti. Gli investimenti e le erogazioni pubbliche per oltre 4.000 miliardi di dollari disposti in modo bipartisan nei giorni scorsi dagli Stati Uniti ne sono un esempio. Per la prima volta si è messa in pratica la helicopter money e cioè l’erogazione diretta di finanziamenti nelle tasche dei singoli cittadini, per molti mesi. Ma la Repubblica Italiana, con l’adesione all’euro non dispone più di tale sovranità. E l’art. 127 del TFUE prevede che “l’obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali in appresso denominato SEBC è il mantenimento della stabilità del prezzi”. È bene ricordarlo. Per non pretendere l’impossibile dall’Unione Europea. Le conseguenze si sono viste in questi giorni, nel tentativo vano di ottenere i “coronabond” emessi dalla BCE, per altro in contrasto con l’art. 123 del TFUE. O l’utilizzo dei fondi del MES senza condizioni, in contrasto con l’art. 136 del TFUE. Dunque non possiamo stampare moneta. Né ottenere dalla UE finanziamenti del tutto senza condizionalità.
Ma possiamo emettere titoli di Stato. Anche se l’art. 126 del TFUE vieta disavanzi pubblici eccessivi e nel suo Protocollo n. 5 pone il limite del 3% del deficit sul PIL annuo e il limite dell’indebitamento non superiore al 60% rispetto al PIL (quest’ultimo, mai osservato). Infatti è nella forza delle cose che, per evitare la rottura irreversibile dell’Unione Europea, la Commissione ritenga verificate quelle situazioni eccezionali e temporanee che consentano lo scostamento. Così come sono saltati immediatamente i limiti ancora più stringenti contenuti nel trattato internazionale denominato “Fiscal compact”.
In ogni caso è un rischio da correre per salvare l’unità nazionale. Per salvare oltre centocinquanta anni di storia nazionale, che hanno come primo fondamento simbolico l’esposizione della bandiera tricolore da parte di Carlo Alberto Re di Sardegna il 27 marzo 1848 a Torino. Perché la situazione dell’economia italiana, legale e “sommersa”, dopo due mesi di blocco sarà devastante. Oltre ogni previsione. Mentre le misure contenute nel Decreto Legge 23/2020 sono aleatorie in quanto soggette a troppe condizionalità. E comunque del tutto insufficienti in una situazione nella quale sarà necessario mettere in tasca direttamente soldi agli italiani, affinché possano sostenersi sino alla lontana ripresa.
Esse si traducono in garanzie dello Stato in favore del sistema bancario per prestiti soggetti a stringenti requisiti di concedibilità che non verranno mai restituiti, trascinando il sistema bancario in una nuova crisi ben più grave di quella del decennio precedente. Non soltanto – poiché ciò configura un aiuto di Stato ai sensi dell’art. 108 del TFUE – l’efficacia di tali misure è soggetta all’approvazione della Commissione Europea. E aver spostato le scadenze tributarie al 30 giugno 2020 è totalmente insufficiente. In una situazione nella quale non potranno essere pagate né tasse né stipendi da parte degli imprenditori. Si renderà inevitabile – per la forza delle cose e per lo stesso stato di necessità che ha imposto la legislazione d’emergenza prevalente sulle libertà costituzionali – una moratoria tributaria e contributiva generalizzata a tutto il 2020. Nella speranza che in questo modo il sistema produttivo possa pagare le retribuzioni a partire dall’autunno. Fino ad allora – ma è una previsione ottimistica – sarà necessario mantenere la cassa integrazione in deroga per tutti i settori produttivi e per le libere professioni.
Il debito pubblico andrà ben oltre il previsto 150% del PIL. Arriveremo al 200% e anche il disavanzo triplicherà rispetto a quanto previsto dall’art. 126 del TFUE. Ma non dobbiamo stupirci. Perché siamo in guerra. E l’articolo 81 della Costituzione lo consente, data l’eccezionalità della situazione. Il governo e il Parlamento dovrebbero raccogliere i suggerimenti di Mario Draghi e di Giulio Tremonti. Tutte queste spese straordinarie ed eccezionali, necessitate perché imposte dalla solidarietà costituzionale, dovranno essere finanziate anche con il “prestito della Vittoria” (sul corona-virus). Lo sottoscriveranno i cittadini che potranno, la Banca d’Italia, le banche, le fondazioni bancarie, gli Stati amici della Repubblica Italiana. Ma soprattutto, per finanziarlo saranno necessari un condono tributario, volto in particolare alla regolarizzazione del “sommerso” e un condono edilizio, avente le stesse condizionalità di quello del 1985. Non dimentichiamoci infatti i moniti inascoltati di Paolo Savona per riaccendere il motore dell’edilizia. Invece spento dal 2011.
Siamo in una situazione emergenziale che giustifica, sul piano costituzionale, queste e altre misure. Ma è necessario affrettarsi. E sapere che questo sarà il punto di partenza per la ricostruzione.
Roberto Righi (pubblicato su Il Dubbio)

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