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Le donne prendono quota anche senza quote

di Lucia Quaglino | 19 Novembre 2012

La classe dirigente è attualmente costituita in prevalenza (85%) da uomini. Tuttavia negli ultimi venti anni il numero di donne ai vertici è raddoppiato, passando dal 7,8% nel 1992 al 15% di oggi.

E’ stato approvato il disegno di legge sulle quote rosa negli enti locali e consigli regionali, mentre a livello europeo è stata formalmente adottata la proposta di direttiva sulle quote rosa nei consigli di amministrazione delle società quotate, dove dovrebbero esserci almeno il 40% di donne entro il 2020.
Senza più entrare nel merito sulla dubbia efficacia e potenziali distorsioni di questi strumenti, già discussi in più occasioni, è però possibile fare qualche riflessione sui trend relativi alle posizioni occupazionali femminili.
Secondo una recente indagine Eurispes, la classe dirigente è attualmente costituita in prevalenza (85%) da uomini. Tuttavia, si osserva che negli ultimi venti anni il numero di donne ai vertici è raddoppiato, passando dal 7,8% nel 1992 al 15% di oggi. Uno studio di Manageritalia rivela, poi, che il numero di capi donna è ulteriormente aumentato dopo la crisi.
Le differenze di genere tendono inoltre a ridursi con l’età: se la discrepanza uomo donna nella fascia over 65 è del 15,8%, nella fascia 51-65 anni lo scarto si riduce al 3,1%. Addirittura, tra i 36-50enni le donne sono il 13,7% in più degli uomini e, tra gli under 36, il 7,5% sono donne, a fronte di un modesto 2,3% di uomini.
Questi risultati sembrano suggerire che il differenziale di genere tende spontaneamente a ridursi nel tempo, e la maggior presenza di donne nelle fasce più giovani lascia supporre che in futuro una maggior partecipazione femminile al mondo del lavoro sarà accompagnata da un più elevato numero di donne anche ai vertici delle aziende.
Una simile ipotesi trova conferma nei dati OECD: nel tempo, infatti, il rapporto tra il numero di donne e di uomini impiegati tende ad aumentare, rivelando quindi una maggior presenza femminile sul totale. All’aumentare del numero di donne nelle fasce d’età più giovani, cresce anche quella nella fascia 55-64.

Fonte: elaborazioni su dati OECD
È soprattutto tra i 25-54enni che si osserva una più marcata riduzione delle differenze di genere.

Fonte: OECD
Poiché tale cambiamento è avvenuto anche in assenza di interventi normativi e poiché si osservano risultati maggiori nelle nuove generazioni, si può supporre che la discrepanza dipendesse da una questione culturale che scoraggiava molte donne a dedicarsi alla vita professionale. In questo caso, è da ingenui pensare di poter ridurre le differenze di genere imponendo le quote rosa: una donna che si sentisse in colpa se scegliesse di lavorare anziché prendersi cura della famiglia non deciderebbe comunque di dedicarsi al lavoro, tanto meno uno time-consuming come quello ai vertici.
In ogni caso, sia che in passato la minor presenza femminile fosse giustificata da una libera scelta sia da necessità, attualmente tali motivazioni sembrano assumere un peso minore così che le donne si sentono sempre meno vincolate dal ruolo familiare.
La scelta di optare per le quote rosa sembra dunque una forzatura inutile, tanto più se si considera che lasceranno dietro di sé gli effetti di decisioni economiche e politiche prese da persone ai vertici in virtù di decisioni normative, piuttosto che di merito.
A livello pubblico, poi, sostituire i già presenti amici e parenti vari – tanto nei comuni e nelle regioni (si pensi, a riguardo, al caso piemontese), che nelle partecipate – con amiche e parenti varie non dovrebbe essere particolarmente difficile.

Pubblicato in : Primo piano

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