
C’è un’illusione, spesso camuffata da speranza ideologica, che gira imperterrita, alimentata a colpi di post, video tagliati male e titoli costruiti per far schiumare rabbia: l’idea che la realtà si possa piegare sommergendola di bufale per proprio tornaconto. Che basti ripetere una cosa abbastanza a lungo, abbastanza forte, con abbastanza gonzi a fare da cassa di risonanza, perché diventi vera, alla quale orde di analfabeti funzionali abboccano senza neanche sapere cosa stanno ascoltando e di cosa stanno parlando. Non funziona così. Non ha mai funzionato così. E oggi meno che mai.
Il mondo non è un algoritmo da fregare. È fatto di fatti, equilibri materiali, rapporti di forza, numeri che prima o poi presentano il conto. Le congreghe di quelli che credono agli asini che volano fanno rumore, sì, ma il rumore non è potere. È solo caos.
Prendiamo Vladimir Putin, ad esempio. Per mesi è stato raccontato come il grande stratega, l’uomo che stava riscrivendo l’ordine mondiale, il leader imbattibile. Poi la realtà ha iniziato a bussare. La Russia non sta vincendo, sta logorando se stessa. Militarmente consuma uomini e mezzi a un ritmo insostenibile, economicamente brucia risorse e futuro, politicamente si è infilata in un isolamento che pesa più delle sanzioni. Questa non è propaganda occidentale, è aritmetica. Una guerra che doveva durare settimane è diventata una palude lunga e profonda, la più estesa dal secondo conflitto mondiale di ottant’anni fa. E le paludi non le vince nessuno, men che meno chi ha un sistema rigido, verticale, incapace di correggere gli errori senza pagare prezzi enormi.
Poi c’è Israele e la cifra magica dei “70 mila morti”, ripetuta come un mantra. Israele non ha mai dichiarato quei numeri. Non esistono riscontri indipendenti solidi che li confermino. Una cifra del genere, in uno spazio ristretto come Gaza, lascerebbe tracce evidenti, lo capirebbe anche un poppante: sarebbero dati verificabili, impossibili da occultare. Questo non significa negare le vittime civili, né minimizzare la tragedia della guerra, sia chiaro. Significa rifiutare la manipolazione. Gonfiare i numeri serve a costruire una narrazione, non a capire i fatti. E quando si smette di distinguere tra dolore reale e propaganda, si finisce per usare i morti come munizioni retoriche. È una forma di cinismo che non rende giustizia a nessuno e che genera antisemitismo, sentimento mai sopito e sempre strisciante.
Donald Trump, invece, gioca una partita ancora diversa. Non sta cercando di unire, sta tentando di dividere. Dentro gli Stati Uniti e fuori. Il suo metodo è sempre lo stesso: creare caos, mettere gli uni contro gli altri, delegittimare ogni istituzione che non gli obbedisce, raccontare il mondo come una giungla dove conta solo chi urla più forte. È una strategia che può funzionare nel breve periodo, soprattutto in campagna elettorale. Nel lungo periodo spacca alleanze, erode fiducia, indebolisce chi dovrebbe guidare. Un’America che divide il mondo non lo controlla, lo perde di mano.
Per non parlare poi dell’Iran e dei suoi leader in ciabatte, tunica e turbante, con tanto di Corano in mano, che è un altro manuale vivente di come la propaganda provi a sostituire la realtà e finisca per divorarsi da sola. Da anni il regime racconta un Paese granitico, compatto, “invincibile” perché blindato dalla repressione e dalla retorica religiosa. Ma sotto la superficie si vede l’opposto: una società stanca, un’economia sfiancata, una legittimità che non si ricompone più con slogan e paura. In questa cornice la “morte annunciata” degli ayatollah non va letta come un colpo di scena, ma come un processo. Ogni sistema chiuso, quando inizia a reggersi solo sulla forza e sulla narrazione, entra nella fase in cui la fragilità diventa strutturale: lotte interne, successioni tossiche, fazioni che si odiano più dei nemici esterni, e una popolazione che non crede più alla liturgia del potere. Anche qui le bufale servono a guadagnare tempo, non a cambiare la direzione.
E il tempo, quando lo usi solo per tirare a campare, smette di essere un alleato e diventa una condanna.
Chiamatela come vi pare: informazione, coscienza, dignità. Senza verità non si capisce niente, e chi non capisce niente finisce sempre per farsi comandare.
Piero Terracina

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