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Le Alpi del Mare: la lezione del principe Alberto II di Monaco

Il progetto “Alpi del Mare” e l’idea di un Parco naturale europeo vale per l’area liguro-piemontese come per il confine orientale, in specie per i territori che hanno motivo di rimettersi al passo con la storia.

di Aldo A. Mola | 6 Maggio 2018

Alberto II Grimaldi, principe di Monaco, dal 2 maggio è cittadino onorario dei cinque comuni dell’Unione Montana Alpi del Mare: Boves, Chiusa di Pesio, Peveragno, Roaschia e Valdieri. Il sindaco di quest’ultimo comune, Giacomo Luigi Gaiotti, ha fatto da capofila e da regista della complessa iniziativa, perseguita col riserbo necessario per evitare che qualche grillo parlante guastasse la festa, coronata da partecipe successo per le molte lezioni che se ne traggono. Anzitutto, ribadire il legame tra i due versanti delle Alpi può sembrare ovvio, ma nei fatti non lo è. Diciamo le cose come sono: la costa da Genova a Nizza venne pensata come un continuum solo dopo l’annessione della Superba da parte del regno di Sardegna, restaurato nel 1814. Vittorio Emanuele I (1814-1821) e il manipolo di patrizi e borghesi genovesi che scommisero sull’unità operosa tra Liguria e Piemonte ripartirono da Augusto, quando l’Italia nord-occidentale contava due regioni: la IX, “Liguria” (dal litorale alla destra del Po), e l’XI “ Transpadania” (dalla sinistra del fiume al crinale alpino). Lo Stato sabaudo da cinque secoli comprendeva la contea di Nizza, perché così insegna la geografia: l’Italia non finisce a Ventimiglia o a Roccabruna ma al Varo, a Nizza.

In quell’ambito dal 1297 esisteva la Signoria di Monaco, risalente a Franceschino Grimaldi (“Malizia”). Più volte sommerso dai marosi del tempo, anche il Principato di Monaco venne soffocato dalla Rivoluzione francese, fonte di modernità ma anche di rovine materiali e spirituali e di crimini perpetrati con l’insegna “repubblica o morte”. Parigi ne  cancellò persino il nome, retrocedendolo a Porto Ercole. Finalmente restaurato, il  Principato tornò a svolgere la sua missione, dapprima col protettorato sabaudo (trattato di Stupinigi, 8 novembre 1817), poi nei termini segnati dal trasferimento di Nizza a Napoleone III (che acquistò Roccabruna e Mentone), con le conseguenze civili e culturali studiate da Giulio Vignoli. Con Alberto I Grimaldi (1889-1922), scienziato di fama mondiale, il Principato conobbe straordinaria fioritura, anche quale città di turismo qualificato, collegato al Casinò. Nata dalla sconfitta militare e dall’invasione germanica, la Terza Repubblica francese trangugiò l’amaro boccone della indipendenza politica del Principato nel Midi, come dovette fare con quello di Andorra sui Pirenei e con altre realtà storiche.

Nei decenni seguenti le relazioni italo-francesi non si risolsero nei rapporti diretti tra le popolazioni dell’area ma furono condizionate da tensioni e conflitti tra Parigi e Roma. Per realizzare poderose opere difensive contro la sempre temuta aggressione da parte della “sorella latina”, l’Italia spese ingenti somme sottraendole al completamento del sistema ferrostradale. Le ferrovie aperte tra Piemonte e Liguria fra fine Ottocento e primo Novecento costituirono il costoso diversivo che rallentò il completamento della Berna-Cuneo-Nizza. Per due secoli la storia fu dominata dalla visione autoreferenziale degli Stati: un processo che in Italia pesò più che nei Paesi unificati da molti secoli, poiché indusse (o costrinse) a scelte gravose e condizionò sul lungo periodo. La ferrovia Cuneo-Ventimiglia-Nizza, progettata sin dal decennio di Camillo Cavour (1852-1861) si fermò là dove era  giunta nell’età di Giovanni Giolitti. Venne ultimata solo nel 1928, in una breve stagione di rapporti quasi normali tra la Francia e l’Italia di Vittorio Emanuele III, del governo Mussolini e di Alberto Beneduce, presidente dell’IRI. Dieci anni dopo il podestà di Cuneo, Michele Olivero, propose l’autostrada Torino-Cuneo-Nizza, un centinaio di chilometri, poco più di un’ora al volante. Il conflitto italo-francese in quel momento in corso venne pensato come opportunità per il progresso nella pace. Se coniugano storia e geografia e rispondono  ai bisogni effettivi delle popolazioni le Opere durano nei secoli, come le strade romane, quelle napoleoniche e le prime autostrade italiane del dopoguerra, inclusa quella audace ma sacrificata sulla costa ligure (due sole corsie, senza quella di emergenza, vulnerabilissima).

All’indomani della seconda guerra mondale il Piemonte sud-occidentale declinò. Lo denunciò il “Libro nero di Cuneo, provincia depressa”, che ebbe il coraggio di chiamare le cose per nome. L’interruzione della Cuneo-Nizza, durata sino al 1978, il ritardo nel completamento e raddoppio dell’autostrada Torino-Savona (un cui tratto a lungo venne usato  per rodaggio di autovetture), il lento e in parte mancato ammodernamento della rete ferroviaria, lo smantellamento di quella tramviaria, un tempo fiore all’occhiello, generarono disastri oggi lampanti.

Vent’anni dopo il varo del Mercato Comune Europeo (1967), progettare la regione Alpi del Mare (Cuneo-Imperia-Nizza), come fecero, tra altri, Adolfo Sarti e Giovanni Falco, leggendario presidente della Provincia di Cuneo (ancora privo di una biografia) non era utopia ma il massimo del realismo. Il Premio Flamagal tenne viva quella speranza. Oggi è lunghissimo l’elenco delle occasioni mancate, dei passi all’indietro. Perciò è tempo di confrontarsi con chi ha saputo camminare con i tempi.

Alberto II di Monaco è un sovrano illuminato del Terzo Millennio. Monarca costituzionale, nato dal matrimonio tra Ranieri III e Grace Kelly, uno tra i più celebri del secolo scorso, ha unito la pratica di attività sportive a livello olimpionico, inclusa una spedizione al Polo Artico, a studi severi di economia, sociologia e scienze politiche in Università d’avanguardia di qua e di là dell’Atlantico, alla ricerca di soluzioni ardite dei problemi che l’Euromediterraneo è chiamato a superare. Durante il suo principato, Monaco, un microstato stretto tra le Alpi e il mare, anziché arroccarsi nel retroterra avanza sulle onde con progetti dai costi giganteschi ma dalla resa altrettanto remunerativa. La tutela dell’ambiente è la carta vincente.

Le molte onorificenze straniere di cui il principe si fregia sono altrettanti motivi di riflessione. Cavaliere di Gran Croce della Casa Petrovic-Njegos (quella della Regina Elena, la cui memoria è vivissima nel Cuneese, come ricorda Walter Cesana in “I Savoia in Valle Gesso”, ed. Primalpe, e si constata dall’afflusso di quanti rendono omaggio alle tombe di Vittorio Emanuele III e della Regina nel Mausoleo sabaudo in Vicoforte), Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana per iniziativa di Ciampi, del Santo Sepolcro (Santa Sede), di Stati africani, americani e del Vicino Oriente (Giordania), Alberto II indossa anche il Gran Collare del Liberatore degli Schiavi José Simeon Canas (El Salvador).

La liberazione dalla nuova schiavitù è quella dal conformismo, dalla corta-miranza. Laureato honoris causa in scienze del mare e in ecologia marina, Alberto II di Monaco invita a guardare “oltre”. Il Piemonte sud-occidentale ha motivo di avvalersi della sua lezione prima che sia troppo tardi. Se non ci si mette al passo, ogni anno che passa se ne perdono due: uno perché si sta al palo; il secondo perché gli altri, invece, vanno avanti. È la parabola dell’Italia odierna.
Bisogna aprire gli occhi su quanto è avvenuto in Paesi a lungo erroneamente considerati di serie B. È il caso della Spagna. Quanti chilometri corrono tra la Sierra Nevada circondante la moresca Granada e il Parco Naturale di Cabo de Gata? Quant’è lontana La Seu d’Urgell dalla Costa Brava? Un tempo quegli spazi sembravano invalicabili; ora sono un’inezia. Ma la Spagna ha realizzato per tempo l’alta velocità e ha moltiplicato autostrade e autovie per agguantare la modernità. Dalle nevi al mare là si va in poco più di un’ora e senza code. Non è un “miracolo”: è il frutto di un’Idea, di una strategia e, diciamolo, di classe dirigente, del sistema istituzionale-politico-culturale, simile a quello che nel mezzo secolo dopo l’unità nazionale (1861-1914) consentì agli italiani di passare da “volgo disperso che nome non ha”  a modello per l’Europa della Belle Epoque. Fu opera di una dirigenza pragmatica, neopelagiana, che seppe mettere a frutto illuminismo, liberalismo e istituzioni in linea con i tempi.

Come osserva Mino Giachino, una tre le menti più acute del governo Berlusconi, il progetto “Alpi del Mare” e l’idea di un Parco naturale europeo vale per l’area liguro-piemontese come per il confine orientale, in specie per i territori che hanno motivo di rimettersi al passo con la storia.

È emblematico che il conferimento della cittadinanza onoraria ad Alberto II di Monaco sia stato celebrato nella sede dell’Ente di gestione delle Aree protette delle Alpi Marittime, l’antica villa edificata dal sarto Gioacchino Bianco al rientro da Cannes ove era stato iniziato massone. Suo figlio, Dante Livio Bianco, il 30 maggio 1944 sottoscrisse a Saretto, in alta valle Maira, i Patti con la resistenza francese, germe dell’Europa dei popoli, all’insegna della fratellanza e del progresso civile. Il 70° dell’evento, nel 2014, venne rievocato da Gianna Gancia, all’epoca presidente della Provincia di Cuneo. Quel tempo non è finito. Dipende da ciascuno riprendere il filo e tessere più tela.

 

Aldo A. Mola

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: 1861, anni, berlusconi, cannes, classe dirigente, costi, dante, emergenza, europa, figlio, francia, genova, governo, governo berlusconi, italia, mare, mercato, mercato comune europeo, mussolini, nato, parigi, processo, repubblica, repubblica francese, repubblica italiana

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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