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L’avvocato del Popolo

Il più vituperato ed equivocato protagonista della storia, Maximilien Robespierre, di professione era avvocato. Maxime venne eletto agli Stati Generali dalla congregazione dei ciabattini di Arras, da lui difesi gratuitamente nei tribunali, come usava fare con tutti i lavoratori, o donne sole ed anziane, che non potevano sostenere spese legali. Robespierre non era un avvocato ricco come il collega della Gironda Vergniaud ed ancor meno un politico ricco, come diverrà Danton.

di Riccardo Bruno | 7 Agosto 2026

Il più vituperato ed equivocato protagonista della storia, Maximilien Robespierre, di professione era avvocato. Maxime venne eletto agli Stati Generali dalla congregazione dei ciabattini di Arras, da lui difesi gratuitamente nei tribunali, come usava fare con tutti i lavoratori, o donne sole ed anziane, che non potevano sostenere spese legali. Robespierre non era un avvocato ricco come il collega della Gironda Vergniaud ed ancor meno un politico ricco, come diverrà Danton. A tutti gli effetti Robespierre disdegnava la ricchezza e questo per una classe che stava prendendo il potere in Francia, il paese più ricco al mondo, era una contraddizione piuttosto eclatante.

Rispetto a Marat, che si riteneva un erudito ed in quanto tale distinto dal popolo, di cui però era amico, l’Amico del popolo, il suo giornale, Robespierre si piccava di respingere qualsiasi distanza. Egli non si diceva un rappresentante del popolo, ma un appartenente al popolo in quanto tale. La differenza non è di poco conto perché il movimento Giacobino, il principale fautore del potere popolare in Francia, non considerava il popolo in grado di governarsi da sé e nemmeno di esercitare tutti i suoi diritti politici pienamente. I servitori, ottocentomila persone in Francia, non ne avevano alcuno. Robespierre, giunto al governo della Francia, accusato di essere in dittatore, non esercita nessun potere in senso proprio e con lui, nessun cittadino della Francia rivoluzionaria poteva formalmente esercitarlo. Il potere in Francia, caduto il re, è prerogativa di un comitato di salute pubblica, in cui Robespierre entra ad agosto del 1793, insieme ad un comitato di sicurezza generale. In totale quasi una quarantina di membri. Senza l’unanimità dei due comitati, non si procede in nessuna direzione. E una volta raggiunta l’unanimità, il comitato di sicurezza riguarda solo le procedure di sicurezza dello Stato, i comitati predispongono un decreto da presentare alla Camera. La Camera, teoricamente, è libera di votare come gli pare, tanto che in determinati momenti la Comune di Parigi, per piegare questa libertà, porta il cannone davanti alle sue porte. Nemmeno si poteva dire che Robespierre controllasse la Comune di Parigi, dal momento che quella è nelle mani del club dei cordiglieri, ovvero di Marat e di Danton, attraverso un loro associato Hebert e poi Chaumette. Due personalità che i comitati, faranno arrestare e decapitare entrambe.

Il comitato di salute pubblica e quello di sicurezza generale, per volere di Danton che si era dimesso, erano pieni di soldi. Robespierre non li prendeva. La sua funzione precipua, la descrive perfettamente uno storico controrivoluzionario quotato come Augustin Cochin, era l’Ufficio dell’esecuzione del programma. Questo ufficio per l’appunto non aveva nessun potere, se non quello di controllo. I suoi funzionari seguivano le attività che si svolgevano nella nazione e le annotavano in dettaglio. Robespierre aveva a disposizione tutte queste informazioni su cui elaborava le sue posizioni. Di fatto, Robespierre non scriveva nemmeno un decreto. Quello lo faceva Saint Just. Il primo grande storico della Rivoluzione, Michelet, ne è pienamente consapevole, definendo Robespierre un Papa. Meno che mai si può accusare Robespierre di essere responsabile del Terrore. Il Terrore ha il suo momento più funesto nel settembre del 1792, con il massacro delle carceri. Il ministro degli Interni è il girondino Roland, e il ministro della Giustizia è Danton. Robespierre essendo stato eletto alla Convenzione non è più nemmeno presidente del Club dei giacobini. Il J’accuse di Louvet, lanciato contro Robespierre, per i massacri su cui non poteva niente, fu un espediente politico, piuttosto sciocco, della Gironda, che le si ritorse contro.

Un altro famoso storico controrivoluzionario, Hippolyte Taine, si guarda bene dall’ accusare il giacobinismo di dittatura. Taine sostiene che la Francia cada nell’anarchia, l’esatto opposto e proprio perché il popolo da se non è in grado di governare un bel niente. Robespierre per primo, come popolo in persona, non ha remore a dirlo di se stesso. Io non sono un uomo di governo, io sono un critico del potere, le sue parole riportate da Lamartine. Il dramma della Francia rivoluzionaria è che caduto il re, il potere in quanto tale sfugge da tutte le parti.

Per trovare davvero qualcuno convinto che il popolo si governi direttamente da se e in modo autosufficiente, bisogna saltare a piè pari tutto il giacobinismo, che tanto non è mai stato compreso, e arrivare a Lenin, un secolo abbondante dopo e a migliaia di chilometri di distanza. Lenin era davvero convinto che se avesse messo la sua cuoca al governo dello Stato, questa si sarebbe mostrata bravissima. Va dato atto a Lenin di essersi poi ricreduto, anche se non sufficientemente in tempo per correggere questo suo errore fatale. Il popolo per governare deve dotarsi di professionisti e deve poterli controllare e sostituire appena necessario. Questa la dottrina giacobina che a Lenin non interessa minimamente. Lo stesso errore di Lenin lo ha compiuto abbastanza incredibilmente, cento anni dopo e in Italia, Beppe Grillo che pure va apprezzato per non aver voluto ricoprire incarichi diretti di governo e poi aver cacciato chi ci aveva messo al suo posto. Disgraziatamente il pericolo non si può dire ancora scampato.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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