Dire che il problema più grave di fronte a noi sia quello della disoccupazione giovanile e femminile potrebbe apparire scontato, stando ai convegni e alle tavole rotonde. In realtà, non è affatto scontato se solo guardiamo le scelte del centrodestra, che vanno nella direzione opposta rispetto a quella che dovremmo scegliere.
Se provassimo a ragionare con calma e realismo, ci renderemmo conto che quello del lavoro, quindi anche dell’occupazione giovanile e femminile, è problema complesso, non risolvibile con provvedimenti tampone o con le solite promesse, che lasciano il tempo che trovano.
Si parla molto di posti di lavoro disponibili e non occupati, di mestieri e mansioni per i quali non si trovano pretendenti. Ciò è in parte vero, ma è difficile a questo punto non chiamare in causa la scuola e domandarsi se le cure imposte dalla ministro Gelmini siano ancora sopportabili e, soprattutto, se sia tollerabile una scuola ridotta ormai allo sfascio.
Difficile non prendere atto che le leggi, che regolano il mercato del lavoro, non aiutano l’inserimento dei giovani e delle donne in quanto concepite e percepite come leggi sostanzialmente legate agli interessi dei datori di lavoro anziché essere rivolte a dare speranze di lavoro e di futuro a chi lavoro non lo trova.
Trovare risposte adeguate, se non si è capaci di porre la persona al centro di ogni riflessione e proposta, diventa impossibile. Persona intera e non già tagliata a spicchi, come si trattasse di un’anguria. Non si può, infatti, separare tempo di studio, tempo di lavoro e tempo di pensione, perché così facendo diviene difficile discutere di qualità della vita, che per essere davvero tale deve riguardare l’intero arco dell’esistenza. Il capitalismo, neo o vetero poco importa, è certamente alla base dell’attuale catastrofica crisi che investe il mondo occidentale, ma è chiaro che non demorde. Fallite le facili ricette di ieri (il dio mercato risolutore di tutto) ne propone di nuove, presentate anche queste come curative di ogni male. La ricetta magica che ci viene oggi riproposta è quella del taglio drastico del Welfare, della politica del dono, che sostituisce la coesione sociale e la solidarietà.
Su questa strada si è tagliato davvero molto e si sono create le premesse per tagliare drasticamente e nel prossimo futuro, ad esempio nel campo delle detrazioni più significative, che sostengono la politica di welfare. La previsione che 27 mld. di € in due anni, qualora non entrino dalle voci indicate (e certamente non entreranno), si troveranno tagliando dal monte dei 160 mld. di € delle detrazioni previste oggi è molto chiara.
Già sono al lavoro i soliti pifferi che, dall’elenco in verità troppo lungo delle detrazioni, estrapolano quelle meno significative e, a volte, anche ridicole, per convincerci che si tratterà di detrazioni delle quali si può fare a meno.
Basterebbe leggere un bilancio disaggregato delle detrazioni, per capire che oltre l’80% del loro ammontare riguarda le spese di produzione del reddito e colpisce, al solito, lavoratori dipendenti, pensionati e famiglie.
Mentre fioccano dati negativi sull’occupazione delle donne e dei giovani, che evidenziano una quota crescente di coloro che non cercano neppure più il lavoro, e tantomeno studiano, ci viene indicata la nuova stella polare che, secondo gli imbonitori di turno, dovrebbe impedirci di pensare ad altro. L’allungamento per tutti dell’età pensionabile sta diventando la soluzione magica capace di risolvere tutti i problemi. La soluzione viene proposta evitando che qualcuno si interroghi sulle garanzie esistenti circa la possibilità di lavorare fino all’età indicata da lorsignori e ancora di più se, con questa soluzione si facilita o si danneggia l’ingresso di giovani e donne nel mercato del lavoro.
In tal modo, comunque, si evita di affrontare un argomento che, ormai, ci viene sbattuto in faccia dalla realtà. Anche migliorando le leggi che regolano il mercato del lavoro, compiendo scelte più adeguate per la crescita, ci dobbiamo chiedere se è vero o meno che nei prossimi decenni il lavoro disponibile sarà o no sufficiente per garantire la piena occupazione.
Per quanto ci riguarda, come riformisti, dovremmo anche chiederci se sia accettabile una società che in futuro dia per scontato che per una parte dei suoi componenti non esisterà nessuna opportunità di occupazione.
Anni addietro, quando fu lanciato lo slogan “lavorare meno per lavorare tutti”, la cui paternità fu attribuita, e non a torto, a Pierre Carniti la proposta venne subito etichettata come estremistica, provocatoria e nel migliore dei casi frutto di una romantica utopia. In realtà, dietro quella proposta, c’era una riflessione approfondita su come affrontare i problemi del futuro e di un’economia che, già allora, non garantiva affatto l’inarrestabile e progressivo sviluppo che i teorici del capitalismo avevano promesso e promettevano.
C’era la consapevolezza che ciò presupponeva una società diversa ove i concetti di solidarietà e di interesse collettivo prevalevano su altre istanze e dove la persona era posta al centro delle scelte. Ad esempio, si era consapevoli che l’apprendistato sarebbe diventato scelta completamente diversa attraverso il metà studio/metà lavoro e che il pensionamento si sarebbe trasformato nella parte più flessibile della vita di ogni cittadino. Già allora si intuiva che, con l’andata in pensione ad un’ora X, ti sarebbe cambiata la vita in 48 ore, con il breve intermezzo di un brindisi per salutare compagni e colleghi di lavoro, ma che il passaggio da lavoratore a pensionato avrebbe portato a scoprire, più che le delizie del tempo libero le angosce di un tempo spesso vuoto.
Sono convinto che la scelta del “lavorare meno per lavorare tutti” contempli anche quella del metà lavoro/metà pensione, con la parte lavoro dedicata prevalentemente alla formazione pratica dei giovani, che decidano di studiare e lavorare. Se il criterio prevalente fosse quello di ripartire equamente il lavoro che c’è, si potrebbero trovare tante soluzioni, tenendo conto anche che lavori particolarmente pesanti non possono essere svolti oltre i 55-60 anni e che l’andata in pensione dovrebbe essere, una volta fissate le regole generali, lasciata alla libera scelta.
Il pensionamento flessibile faciliterebbe l’obiettivo di fare lavorare tutti e sanerebbe anche una contraddizione ormai intollerabile, creatasi con il fatto che siamo in presenza di un mercato del lavoro nel quale tutto, proprio tutto, è diventato flessibile se non precario, mentre l’età per la pensione viene ancora proposta come uno sbarramento rigido e sempre più inamovibile.
Silvano Miniati

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