
È singolare il caso Lavitola-Ranucci. È singolare perché Sigfrido Ranucci diventa due volte vittima: la prima volta quando subisce un attentato dinamitardo contro la sua villetta a Pomezia, la seconda quando il vertice Rai lo rimuove dalla conduzione di Report, un programma di punta d’inchiesta giornalistica. Al suo posto mette i giornalisti Daniele Piervincenzi e Claudia De Pasquale (quest’ultima sostituisce Giulia Presutti che alla fine declina l’offerta).
Colpi di scena a non finire. La defenestrazione di Ranucci con la destinazione a nuove mansioni all’interno dell’azienda pubblica radiotelevisiva avviene mentre è ancora in corso l’indagine della magistratura. L’esonero è motivato dall’azienda del servizio pubblico radiotelevisivo con accuse di “opacità” e possibili “interferenze”: Ranucci contesta la decisione e potrebbe essere reintegrato nel suo posto di lavoro dalla magistratura. Nel frattempo piomba nel caos Report, una delle ultime perle della Rai, tra attacchi esterni dalla maggioranza di destra-centro del governo Meloni, forti difese da parte delle opposizioni insieme a qualche critica a sinistra. La stessa squadra di Report, un tempo compattissima su di lui, è scossa dalle tensioni.
È singolare anche il rapporto tra Valter Lavitola, in carcere come mandante dell’attentato dinamitardo alla casa dell’ex conduttore di Report, e la vittima dell’atto delittuoso. Lavitola, giornalista e imprenditore incappato già in passato in guai giudiziari e per questo finito in cella, ammette di essere il mandante dell’attentato. Fa solo una rettifica: non voleva il ricorso all’esplosivo ma chiedeva invece agli esecutori «quattro o cinque colpi di pistola verso il muro» della villetta.
Sorpresa. Ranucci non ha ira, acrimonia. Anzi, esprime una forte amicizia verso il mandante dell’attentato per fortuna senza alcun danno alle persone. Precisava in una intervista al Corriere della Sera: «Io sono amico di Valter». Anzi aggiungeva: «Con lui è nato un rapporto stretto» e «fra di noi penso ci sia un affetto sincero». Lui stesso sembrava sorpreso nel dichiarare questa fraterna amicizia. Non a caso avanzava il dubbio di soffrire della sindrome di Stoccolma.
Si conoscono da tempo. Ranucci andava spesso a mangiare al “Cefalù Bistrot” il ristorante a Roma di Lavitola, una delle sue tante e diverse attività. Attenzione. Anche lo spericolato imprenditore esprime una forte amicizia per Ranucci, tutta spesa a suo dire a fin di bene. Spiega: l’attentato era diretto a proteggere l’amico facendo aumentare la sua scorta e la sua popolarità.
Svela un progetto a dir poco fantasioso e ardito: voleva trasformare Ranucci nel candidato premier del centro-sinistra alle prossime elezioni politiche del 2027. Nelle tante giornate passate a pranzo con l’amico giornalista nel suo ristorante romano parlava anche di questa idea. Sosteneva di aver un sondaggio che gli dava grandi possibilità, ne voleva commissionare un altro trovando le domande più giuste; chiedeva indicazioni e integrazioni all’amico. Puntava a farlo diventare un martire. Gli scriveva: se la Rai ti caccia da Report fai bingo, entro due anni diventerai premier. Ranucci smorzava ma confermava le chiacchierate.
Ora tutto si muove in uno scenario di macerie. La Rai sembra aver trovato l’occasione giusta, sostengono molti esponenti delle opposizioni, per far fuori Ranucci in ossequio ai desideri della maggioranza di destra-centro. Il giornalista defenestrato contesta l’illegittimità della sua rimozione e chiede il reintegro. Definisce i suoi successori indicati dalla Rai «una scelta mediocre», che «decreta la fine di Report».
Giovanni Minoli inventò e portò al successo 30 anni fa la formula di Report, poi la fiaccola passò prima a Milena Gabanelli e poi a Sigfrido Ranucci. Adesso tutto è incerto, non si sa se il programma effettivamente riprenderà, come e con chi l’8 di novembre.
Il singolare caso Ranucci-Lavitola ha ancora tanti punti da chiarire. Certo l’intricata e inimmaginabile vicenda, tra il giallo e la commedia all’italiana, dà un altro duro colpo alla immagine già ammaccata della libertà di stampa italiana. L’informazione si trasforma in una “corrida continua” tra pro e contro Ranucci. Da anni l’informazione italiana è in crisi. È sempre meno credibile, non a caso i quotidiani e le televisioni perdono fiumi di lettori e di ascoltatori. La Rai meloniana è perfino superata negli ascolti dal concorrente privato Mediaset. I giornalisti devono parlare con tutti per fare il loro lavoro. Devono parlare anche con i terroristi e i criminali, quando serve, se c’è da scavare su un fatto, su una notizia. Ma un conto è il lavoro accurato di cronista e un altro è l’amicizia.
I due rapporti non devono avere commistioni pericolose.
Marco Tullio Cicerone nel De Amicizia lo definiva un rapporto tra gli uomini migliori, quelli virtuosi. Ma senza scomodare Cicerone l’amicizia è una relazione che prevede condivisione di valori e di interessi in maniera disinteressata.
Forse Ranucci avrebbe della sua ascesa a Palazzo Chigi, gli aveva commissionato un attentato. Forse avrebbe fatto meglio a dimettersi da conduttore. E da semplice giornalista continuare la battaglia. Ora può succedere di tutto, potrebbe anche cambiare mestiere. In una intervista a La7 gli domandano se esclude del tutto una sua discesa in politica. Risponde: «Io non escludo niente». Nella precedente intervista al Corriere della Sera invece smentiva l’interesse per una candidatura a Palazzo Chigi: «…io non mi sarei mai candidato».
Rodolfo Ruocco

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