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L’autocelebrazione di Giorgia Meloni

La festa organizzata per celebrare la durata del governo non è stata un gesto spontaneo né un riconoscimento istituzionale: è stata una scelta diretta della premier Giorgia Meloni, che ha deciso di trasformare la semplice permanenza al potere in un atto di autocelebrazione. Un rito costruito per presentare la longevità come vittoria, come se il tempo trascorso fosse di per sé un risultato.

di Angioletta Massimino | 8 Settembre 2026

La festa organizzata per celebrare la durata del governo non è stata un gesto spontaneo né un riconoscimento istituzionale: è stata una scelta diretta della premier Giorgia Meloni, che ha deciso di trasformare la semplice permanenza al potere in un atto di autocelebrazione. Un rito costruito per presentare la longevità come vittoria, come se il tempo trascorso fosse di per sé un risultato.

E quando un capo di governo sceglie di festeggiare se stesso, quando la comunicazione diventa palcoscenico, quando la narrazione sostituisce la sostanza, allora la politica scivola verso forme di rappresentazione che ricordano, per dinamica e simbolica, le autocelebrazioni dei regimi del Novecento: non nei contenuti, ma nel gesto di trasformare la propria figura in evento. 

Mentre si esibiva il record di permanenza, veniva indebolito uno dei presidi più importanti della trasparenza pubblica: la Corte dei Conti. Ridurre la capacità di controllo preventivo proprio nel momento in cui arrivavano decine di miliardi del PNRR non è stata una coincidenza.

È stata una scelta funzionale: meno vigilanza, più discrezionalità. E quando la discrezionalità cresce, chi gestisce le risorse può muoversi con meno ostacoli. Le relazioni ufficiali parlano di ritardi, opere a rischio, governance confusa, obiettivi formali raggiunti solo sulla carta. E mentre arrivavano questi rilievi, invece di rafforzare la vigilanza si è scelto di indebolirla.

In parallelo, si tentava di riscrivere la giustizia con un referendum costruito per ridurre l’autonomia dei magistrati. L’operazione è naufragata, ma ha mostrato chiaramente la direzione: limitare chi controlla, ampliare chi governa. L’eliminazione dell’abuso d’ufficio ha tolto un argine fondamentale contro comportamenti distorti nella gestione della cosa pubblica. Quel reato non era perfetto, ma era uno strumento che permetteva di intervenire quando un amministratore violava regole essenziali.

Cancellarlo ha creato una zona grigia dove il confine tra correttezza e favoritismi diventa più difficile da tracciare. La stretta sulle intercettazioni ha aggiunto un ulteriore livello di opacità. Limitare uno degli strumenti più efficaci per scoprire corruzione e malaffare non rafforza la privacy: rafforza chi ha interesse a non essere scoperto. Ogni volta che si restringe la possibilità di ascoltare chi trama nell’ombra, si allarga lo spazio per chi vuole farlo indisturbato. 

Sul fronte economico, la prudenza dei conti è stata preferita alla tutela dei salari, dei servizi pubblici, delle fasce fragili. La cancellazione del sostegno al reddito non è stata una scelta tecnica: è stata una dichiarazione politica. Ha segnato la rinuncia a rappresentare quella parte del Paese che vive ai margini, che non ha lobby, che non ha voce. E mentre si eliminavano strumenti di protezione sociale, nessuna vera offensiva contro extraprofitti o evasione è stata messa in campo. Le politiche sul lavoro si sono ridotte a slogan, mentre la precarietà cresceva e i salari reali continuavano a perdere potere d’acquisto. 

La sanità pubblica è stata lasciata scivolare in una crisi silenziosa: liste d’attesa interminabili, personale insufficiente, strutture che cadono a pezzi, regioni costrette a tagliare servizi essenziali. Il PNRR avrebbe dovuto essere la leva per modernizzare ospedali e medicina territoriale, ma la combinazione di ritardi, rimodulazioni e controlli indeboliti ha prodotto un quadro in cui le risorse non arrivano dove servono. Sul fronte dell’immigrazione, si è costruita una narrazione muscolare che non ha prodotto risultati concreti. Gli sbarchi non sono diminuiti, gli accordi internazionali non hanno funzionato, i centri di accoglienza sono rimasti saturi, mentre la gestione quotidiana è stata scaricata sui comuni senza strumenti adeguati. In politica estera, l’Italia ha rinunciato a ogni autonomia.

Invece di usare la propria posizione per favorire negoziati, per costruire ponti, per difendere interessi nazionali, si è scelta la strada più comoda: allineamento totale. Nessuna iniziativa per fermare i conflitti, nessuna strategia per bilanciare pressioni esterne, nessuna capacità di dire no quando serviva. L’Europa è stata trattata come un vincolo da rispettare, non come un terreno da plasmare. Le divisioni interne avrebbero potuto essere sfruttate per costruire alleanze variabili, ma si è preferito seguire le rigidità dell’austerità e del riarmo. 

Nel frattempo, ai margini della destra tradizionale cresce chi intercetta la delusione di un elettorato che si aspettava una svolta e si ritrova con una copia sbiadita dei governi precedenti. Non è un fenomeno casuale: è la conseguenza diretta di un vuoto politico che altri stanno riempiendo con toni più radicali e identitari. La crescita di figure che si presentano come “alternativa” è il prodotto di una promessa mancata. Ora si avvicina la fase finale della legislatura, quella in cui la paura di perdere consensi diventa il motore di ogni mossa. Si parla di legge elettorale, si parla di stabilità, si parla di continuità.

Ma non si parla del Paese. Non si parla di ciò che non è stato fatto. Non si parla di ciò che sarebbe servito. È il “semestre di agonia”: la politica che si chiude su se stessa mentre il Paese resta fuori. Quattro anni avrebbero potuto essere il laboratorio di una destra nuova, sociale, autonoma, capace di rompere gli schemi. Sono diventati invece il monumento alla prudenza, alla timidezza politica, alla rinuncia. E quando la rinuncia dura così a lungo, non è un successo: è un peso. Gli italiani non hanno bisogno di celebrazioni. Hanno bisogno di risposte.

E dopo quattro anni, continuano a non trovarle.

Angioletta Massimino

Pubblicato in : Editoriale

Info Angioletta Massimino

Siciliana, socialista e imprenditrice, scrive per passione, fa giornalismo come ricerca della verità e porta avanti l’editoria come attività imprenditoriale.
La sua formazione comprende studi classici, musicali, giuridici, sociologici e giornalistici.
Dal 1987 ha guidato la ‘Massimino Editrice’ e la Tipolitografia ‘Sicilmediterranea’, collaborando con Giuffrè, Giappichelli e Istituzioni accademiche.
La Sicilia è il centro del suo impegno: una terra ricca e capace, spesso relegata in un ghetto culturale e politico. Il suo lavoro nasce dall’esigenza di restituirle spazio e dignità.
Socialista per convinzione, ha fatto parte della Commissione Nazionale di Garanzia e del Consiglio Nazionale del PSI, contribuendo alla redazione di un’interrogazione parlamentare sul MUOS e alla stesura di un disegno di legge sullo stalking giudiziario.
Ha collaborato con diverse testate, tra cui Avanti! Online, I Nuovi Vespri, Il Faro sul Mondo, Il SudEst, PoliticaPrima, AKIS REGALE e La Giustizia.
Vive e lavora in Sicilia.

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