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L’arte del declino nel paese del non governo

di Ugo Arrighi | 16 Febbraio 2014

Allo stato attuale delle cose, le numerose fette privilegiate di torta storicamente concesse non possono essere compresse dal governo, pena la revoca del consenso, ma non possono neppure essere salvaguardate se non lasciando che tutte le conseguenze del declino ricadano sulle categorie non privilegiate.

Vi sono due standard, due fattori che più di ogni altro hanno stabilmente caratterizzato il nostro paese nell’ultimo quindicennio. Il primo è il declino, il secondo è il non governo. Ho intitolato questo post “L’arte del declino nel paese del non governo” ma anche “L’arte del non governo nel paese del declino” andrebbe benissimo.

Il declino può essere misurato quantitativamente attraverso la caduta del Pil pro capite dell’Italia relativamente ai paesi U.E.

artedeclino1

Come si vede nel grafico qui sopra, che riporta dati Eurostat, nel 1995 l’Italia aveva un Pil pro capite in parità di potere d’acquisto più elevato del 23% rispetto a quello medio degli attuali 28 paesi dell’Unione Europea, la Germania del 30%. Nel 2001 il maggior valore dell’Italia si era ridotto al 19%, nel 2005 al 5%. La caduta si è attenuata nel quadriennio successivo, compreso il biennio 2008-09 della prima ondata recessiva, ma è ripresa dal 2009, portando il nostro paese sotto la media comunitaria. Il grafico mostra anche il declino tedesco del periodo 1995-2002, molto più rapido di quello italiano, che tuttavia si ferma completamente nel 2003 e si trasforma in recupero dal 2009 in avanti. Il caso tedesco dimostra come declino non sia un fenomeno irreversibile ma possa essere arrestato, e  anche trasformato in rilancio, con opportune scelte di riforma economica. La Germania ha fermato il declino, l’Italia lo ha proseguito.

Essendo chiaro il declino, passiamo al ‘non governo” che è, invece, meno facile da definire. Esso non  si manifesta infatti solo con l’assenza di governi in carica o con la turbolenza politica in grado di indebolirli e di impedirne le azioni ma anche, e forse principalmente, con governi stabilmente operanti, dotati di vaste maggioranze, che si  sono dimostrati tuttavia stabilmente non in grado di governare (il maggior declino relativo dell’Italia si è infatti verificato tra il 2001 e il 2005, sotto un solido governo di centrodestra, dichiaratamente favorevole alle imprese e alle attività economiche). Da cosa dipende il fenomeno? L’interpretazione migliore mi sembra la seguente.

Sino a quando in Italia le risorse non erano troppo scarse la funzione richiesta ai governi dai loro gruppi elettorali di riferimento (corporazioni e altri gruppi d’interesse) era quella di erogare più rendite a una platea più ampia. Ora che il declino economico accentuato del paese ha reso questo non più possibile, la richiesta si riduce alla difesa strenua delle fette di torta specifiche, indipendentemente dal fatto che la somma delle fette storicamente garantite superi di gran lunga la grandezza della torta annualmente prodotta. Il criterio generale che presidia il tutto  sembra essere infatti “la fetta come variabile indipendente”. Esso ha avuto nel tempo diverse declinazioni: dallo storico “il salario come variabile dipendente” dell’epoca dell’autunno caldo (ma di fatto anche prima) al più recente “il profitto come variabile indipendente”, non dichiarato ma ampiamente praticato dalle grandi (si fa per dire) imprese colluse con lo Stato che a fronte di ogni rischio di riduzione di redditività hanno tranquillamente gettato lavoratori nel cestino dei rifiuti del welfare pubblico (con i governi ben disposti a porgerlo), sino all’ultimissimo ‘il gettito come variabile indipendente (dagli imponibili)’ di fatto perseguito da un fisco famelico, terrorizzato dalla constatazione che non basta più, per effetto della caduta degli imponibili, aumentare le aliquote per togliere soldi ai cittadini ma è ormai divenuto anche necessario fissare imponibili immaginari.

Allo stato attuale delle cose, le numerose fette privilegiate di torta storicamente concesse non possono essere compresse dal governo, pena la revoca del consenso, ma non possono neppure essere salvaguardate se non lasciando che tutte le conseguenze del declino ricadano sulle categorie non privilegiate. Con questi vincoli i governi non possono governare perché dovrebbero tagliare le fette privilegiate rimuovendo le rendite e segando il ramo del consenso su cui sono già debolmente seduti. Non possono però neanche  non governare per non suscitare la protesta (o rivolta) dei più deboli. L’unica soluzione resta pertanto quella di non governare facendo però finta di farlo. La quadratura del cerchio è il gattopardismo o, meglio ancora, l’ammuina, l’arte (erroneamente attribuita alla marineria borbonica) di far finta di darsi un gran daffare per coprire l’inattività più totale.

Il problema n. 1 del paese, in sintesi, è il fatto che il non governo provoca o accelera il declino il quale a sua volta determina impossibilità di governare, generando un circolo vizioso dal quale non si riesce a vedere via d’uscita. Il declino del paese è infatti accentuato, e in ogni caso non impedito, dall’incapacità di governare ed è ora pervenuto ad un punto dal quale non può più ritornare indietro per effetto delle sole scelte dei soggetti privati e delle loro aggregazioni sociali. Necessita invece di una robusta ed efficace azione di governo che tuttavia non c’è e molto probabilmente non può neppure esserci poiché il terreno perduto rende i governi ostaggio dei veti alle riforme che le categorie sinora protette, e che più avrebbero da ridare alle altre e dunque da perdere, sono in grado di porre.

Fare le riforme economiche necessarie richiede purtroppo di intaccare le rendite esistenti quando i loro percettori sono in grado di determinare, o almeno impedire la decisione sociale. Se si vuole accrescere il benessere sociale e si parte da assetti monopolistici occorre evidentemente smantellare i monopoli. E come si può fare se chi decide è, nella peggiore delle ipotesi, il rappresentante politico dei monopolisti e, nella migliore, ostaggio dai loro veti?

Se è chiara la diagnosi è chiara anche la terapia. Il paese non ha che da fare due cose: (1) darsi da fare per produrre una torta più grande; (2) ridurre le fette eccessive (e la garanzia delle fette ‘come variabile indipendente dalla torta’). La prima cosa si chiama efficienza economica, la seconda si chiama equità. Lo farà? Temo di no, non essendovi una coscienza nazionale, un minimo comun denominatore di valori sociali condivisi.

Se non pensiamo che la nave su cui siamo a bordo sia un po’ anche nostra saremo disinteressati al suo affondamento sinché saremo certi (senza fondamento razionale) di avere comunque una scialuppa garantita.

Pubblicato in : Primo piano

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