Aristotele dice in un passo poco noto della Metafisica che gli uomini hanno dato in origine all'<essere> il nome di <dio> (l’oscuro) e che pertanto <divine> debbano intendersi “tutte le cose”; e cioè significando che tutti gli <uomini> sono destinati per sempre a portare in dote, in quanto <uomini>, l’incapacità o la capacità di “ne rien comprendre à notre sort” (P. Valery).
Ed è questa la <verità> che, riguardo a ciò che definiamo <umano>: <è> (ed è de-stinata a re-stare). Per sempre o meglio fintantoche discorriamo del de-stino) (lo stare dell’essere e l’essere dello stare medesimo) dell’uomo, di ogni uomo in quanto tale.
In vero, niente che riguardi o <altro> che ciò che riguardi ogni <arte> o <tecnica>, relativi viceversa alla conoscenza o meglio “scienza del sapere” epi-stemica (che dice <riguardo a> – e non viceversa – ciò che <sta> o <è>); e che, in quanto tali, non consentono all’umanità di sottrarsi al dominio che loro medesime impongono. In ogni caso, sia esso dominio nomato “artistico”, “tecnico”, “religioso” o “scientifico”. In tutti i casi, dogmatico, così come deriva necessariamente dal medesimo <ordine> che presiede alla logica strutturale (o categoriale) del “fenomeno” (kantiano) che chiamiamo <tempo>.
Ogni arte o tecnica attiene pertanto a un moto, sia circolare che lineare, piuttosto simile a quello di una zangola, macchina utilizzata in passato ad esempio per la produzione del burro. Ma, la <verità> – e cioè “il sapere di non sapere”, noto comunemente ai più ed erroneamente come il detto di Socrate – sovrintende e nel <discorso> (su ciascuna <parte> e l'<intero>, il <finito> e l'<infinito>, il <tempo> e l'<eterno>) “dimora” (sta) heideggerianamente al-di-là di questo stesso moto altresì detto <divenire> (in qualche modo fenomenico e quindi apparente). Mediante la struttura del linguaggio artistico o tecnico del <tempo>, l’umanità provvede quindi continuamente alla costruzione di ogni falso sapere scientifico o religioso.
Gli storici, tra cui lo stesso Giorgio de Santillana, finiscono altresì con il distinguere tra narrazioni di epoche di significato – o originario <senso> (di direzione) – diverso, attribuendo al termine “epoche” una valenza di significato estranea all’essenza del termine <epochè>, di cui tra i tanti dice in particolare Plutarco nel suo adversus Colotem. E infatti, il discorso <umano> “è” e si sviluppa sempre nel medesimo modo e pertanto la distinzione cultu-(r)-ale tra “antico” e “moderno” (e innanzitutto in relazione al concetto di <Fato>, oltre che mediante una moderna e rinnovata nozione di “progresso scientifico”) “agisce” (secondo lo schema del discorso aristotelico che arbitrariamente separa “potenza” e “atto”) del tutto falsamente.
E allora, secondo il detto di Parmenide: “di via (che legge e interpreta viceversa correttamente il movimento del divenire) resta soltanto una parola – definitiva, eterna, metamatematica, sovraordinata, sovrastrutturale ma contrariamente al comune e diffuso significato marxista) che: è”. Questo detto (nella sua forma più sintetica: <è>, senza alcun valore di predicato nominale e/o verbale) è ripreso e confermato da Heidegger. Il filosofo tedesco – dopo aver evidenziato come l’umanità abbia e ha finito per “ridurre” l'”enigma” dell'”essere” a una mera ed esclusiva relazione di “forze” (così che il <dio> e il <divino> del”l’inizio dell’inizio” del discorso sono poi divenuti il <Dio> di tutte le nostre latine “superstitiones”) – nei suoi Sentieri interrotti e in conclusione dell’intero discorso umano, dalla forma del <mythos> a quella del <logos> – in particolare, dubitando, finisce con l’affermare: “Ma se l’essere, nella sua stessa essenza, man-tenesse l’essenza dell’uomo? E se l’essenza dell’uomo riposasse nel pensare la verità dell’essere? Allora il pensiero deve poetare l’enigma dell’essere. Esso porta l’aurora del pensato nella vicinanza di ciò che è da pensarsi”.
Angelo Giubileo

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