Durante la seconda guerra mondiale, le coste occidentali della Danimarca furono fortificate e minate dai tedeschi per contrastare un eventuale sbarco degli Alleati. Appena terminate le ostilità, nel maggio 1945, duemila prigionieri tedeschi furono costretti a setacciare chilometri di spiagge per disinnescare due milioni di mine. La metà di essi perì o riportò menomazioni gravissime.
Il regista danese Martin Zandvliet riprende queste circostanze remote, finora ignorate da qualsiasi divulgazione storica, narrando di un piccolo gruppo di giovanissimi soldati tedeschi che con mezzi rudimentali ed una preparazione frettolosa, deve cimentarsi in una disperata operazione di sminamento agli ordini del sergente danese Rasmussen. Il rancore verso i tedeschi è profondo e sedimentato nei cinque lunghi anni di guerra e di occupazione intollerata. L’ira incoercibile lo caratterizza più volte odiosamente fin quando si stempera difronte allo strazio palese delle prime vittime e alle condizioni imposte sempre più insostenibili dei superstiti. Da subito il ritmo delle sequenze stringe allo stomaco. Da sotto la sabbia la morte arriva all’improvviso, ma come risaputa, consequenziale, inevitabile. Le immagini scandiscono la durissima cronaca quotidiana e indugiano sulla cautela dei gesti alternandola all’imperizia degli sminatori, annunciandone così le tante piccole tragedie che si consumano nella indifferenza dei vincitori e nella rassegnazione dei vinti.
Attori pressoché sconosciuti al grande pubblico in Italia, tutti molto giovani come il ruolo richiede, salvo Roland Møller il sergente, tutti offrono primi piani intensissimi propri di chi lotta per sopravvivere, ma non rinuncia ad immaginare il futuro, atteso consolatorio, per ricostruire il proprio Paese ciascuno partendo da dentro sé stesso. Ambientazione scrupolosa, natura invitante a perdita d’occhio, ma non fruibile perché ancora violata dalla guerra solo formalmente conclusa.
Si coglie una particolare attenzione ai tedeschi nella narrazione, che qui non sono rappresentati come la cinematografia ha sempre procurato: belve incontinenti e mossi unicamente dalla crudeltà per perpetrare il male assoluto. Qui i tedeschi, benché soldati pur privi delle armi, sono persone e vittime in larga parte incolpevoli. Prigionieri, affamati e umiliati, costretti a rimediare il precedente feroce peccato guerriero dei loro compatrioti sul suolo danese, per poter tornare a casa e agli affetti interrotti.

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